TURISMO/ La crisi nera delle città d’arte che non si supera con bonus e sussidi

- Alberto Beggiolini

Il settore del turismo soffre in modo particolare nelle città d’arte, dove pesano l’assenza di stranieri e lo smart working dei residenti

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Piazza San Marco a Venezia (Lapresse)

Il 14% del Pil che si attribuisce al settore del turismo italiano è solo un comodo, limitativo parametro che nasconde valori ben diversi, più ampi e, in questi tempi, preoccupanti, visto l’abisso in cui il comparto intero è sprofondato. Non si può immaginare, ad esempio, che la boutique di Venezia o di Roma possa vivere senza un continuo flusso di viaggiatori, specie stranieri, che garantiscono da soli più della metà degli incassi, spesso con gli scontrini più pesanti, quelli, per intenderci, superiori ai miseri 20-100 euro della media nostrana (il kpi, key performance indicator, calcolato per la stagione dei saldi da Federmoda). Ma anche trascurando il commercio e tutto l’ulteriore, infinito segmento turismo-indotto, e limitandoci alle attività di ristorazione (per la ricettività l’analisi è ancora più impietosa), l’Italia 2020 si conferma a due stadi: città senza turisti, con cali di fatturato tra il 30 e il 50% (secondo Fipe), e località, ed esercizi, invece affollati al mare e in montagna, grazie al turismo di prossimità, dove fatturati e occupazione sono all’80% circa rispetto al 2019 (ma quest’anno con una stagionalità ancor più ridotta del solito).

Prosegue dura, dunque, la sofferenza delle città d’arte, da nord a sud: il 70% circa delle attività ha ritenuto più conveniente chiudere i battenti, mentre chi rimane aperto incassa il 50/60% in meno rispetto a un anno fa. Non c’è ripartenza – sostiene Assoturismo, la federazione sindacale rappresentativa delle imprese operanti nel settore turismo della Confesercenti. L’assenza dei turisti stranieri sta mettendo in ginocchio l’economia di città come Roma, Venezia, Firenze, Torino e Milano, che insieme valgono oltre un terzo del turismo italiano. Città che si apprestano a perdere nel 2020 quasi 34 milioni di presenze turistiche dall’estero, con conseguenze importanti per tutta l’economia cittadina, soprattutto per le imprese dei centri storici.

La maglia nera va a Venezia: per la Serenissima si prevede una diminuzione di 13,2 milioni di presenze, per un totale di 3 miliardi di euro di spesa turistica perduta. Segue Roma: per la Capitale le previsioni sono di 9,9 milioni circa di presenze in meno e 2,3 miliardi di consumi dei viaggiatori sfumati. A Firenze le perdite si attesteranno su 5 milioni di presenze e 1,2 miliardi circa di consumi; a Milano la contrazione di presenze dovrebbe invece arrivare sfiorare i 4 milioni, mentre per i consumi sarà superiore ai 900 milioni di euro. A Torino, invece, si stima un calo di oltre 800 mila presenze e di 186 milioni di euro di spese turistiche in meno.

Ma non basta: a tutto questo bisogna aggiungere l’effetto negativo sui consumi generato dallo smart working. Nelle cinque città considerate si calcola almeno un 13% di “lavoratori agili” (sempre secondo Confesercenti), che restando a casa non usano i trasporti pubblici, i servizi di ristorazione, i negozi. Assoturismo invoca la creazione di “zone franche” urbane, territori tax free, dove le imprese potrebbero sfruttare un contributo pubblico per affrontare almeno in compensazione i versamenti fiscali tributari.

Ma la stagione dei sussidi, dei bonus, dei contributi, da sola, non potrà garantire l’effettiva sopravvivenza a medio termine di imprese tarate su flussi e incassi che sono destinati a restare scritti nel libro del “come eravamo”. Per affrontare il futuro sembra necessario piuttosto un cambio di pelle, un rapporto che ingrani le attività con i nuovi parametri: in sintesi meno overtourism, più sostenibilità. E se gli operatori non verranno aiutati nella tras/formazione – anche digitale – necessaria ad affrontare i prossimi anni Venti, si subiranno le tragiche conseguenze di un settore non sincronizzato tra offerta e richiesta, e quindi destinato all’implosione.

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