Uccise patrigno che la violentava: libera Valérie Bacot/ Giustizia per vittima orco

- Dario D'Angelo

Valérie Bacot uccise il suo patrigno Daniel Polette, che l’aveva violentata e costretta a prostituirsi. La donna in Francia rischiava l’ergastolo ma…

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Valérie Bacot, foto da Lapresse

Valérie Bacot rischiava l’ergastolo per aver ucciso il patrigno che aveva abusato di lei e l’aveva costretta a prostituirsi. Ma quando l’accusa ha chiesto per lei soltanto cinque anni di prigione, dei quali quattro con la condizionale, la donna, oggi quaratenne, non ha retto all’emozione e ha avuto un mancamento nell’aula di tribunale di Chalon-sur-Saône, in Borgogna. Grazie ai giorni già trascorsi in carcere, infatti, Valérie Bacot è di fatto una donna libera. Un esito a cui la protagonista di una storia che ha sconvolto la Francia non riusciva a credere, forse abituata all’idea di essere condannata ad un eterno inferno in questo mondo. Il suo carnefice, Daniel Polette, è stato ucciso da Valérie il 13 marzo 2016 all’interno dell’automobile in cui la donna doveva consumare rapporti sessuali con i suoi clienti. Un colpo alla nuca a bruciapelo ha interrotto anni di nefandezze, iniziate quando la Bacot era soltanto una dodicenne. Madre alcolista e instabile, Bacot è presto finita tra le grinfie del patrigno. Quel Daniel Polette che aveva trasferito sulla compagna le sue abitudini manesche, sperimentate anche nella famiglia d’origine dal padre, che sarebbe arrivato al suicidio, e dalle sorelle.

Valérie Bacot uccide il patrigno

Valérie Bacot è poco più di una bambina quando il patrigno la violenta per la prima volta. Sono proprio le zie acquisite, le sorelle dell’orco, a denunciare l’accaduto alla polizia. L’uomo viene così condannato a quattro anni di carcere per abusi su minore, ma scontati due anni e mezzo di prigione esce di galera e fa ritorno dalla mamma di Valérie, che decide di riaccoglierlo nonostante le violenze sulla figlia. Ma dopo appena due anni e mezzo esce di prigione, e torna a casa di Joëlle Aubague, che lo riaccoglie nonostante abbia violentato la figlia. E’ a questo punto che avviene un salto di qualità nel dominio fisico e psicologico che Daniel Polette esercita sulla sua vittima: i due si trasferiscono in una nuova casa, si sposano e hanno 4 figli: Dylan (che oggi ha 22 anni), Kevin (21), Karline (19) e Jérôme (17). Valérie viene costretta a prostituirsi, con il marito che trasforma una vecchia auto monovolume nell’alcova per gli incontri, che lui monitora da un piccolo foro nella carrozzeria. L’orco contro la Bacot anche in quelle situazioni: la dota di auricolari, le ordina come comportarsi. Il punto di rottura avviene quando la figlia Karline nel 2016, a soli 14 anni, racconta alla mamma la strana discussione avuta con il padre il giorno prima. Polette le ha chiesto “come sei da un punto di vista sessuale“, se avesse già il ciclo e quale taglia di reggiseno portasse. Per Valérie è uno choc: “Ho avuto paura che volesse fare a Karline le stesse cose che aveva fatto a me. Che avesse in mente di violentarla e poi di obbligarla a prostituirsi“. E’ in quel momento che la Bacot pensa di uccidere il mostro.

Valérie Bacot: l’omicidio dell’orco e la gratitudine dei figli

Quando Polette sparisce, nessuno si preoccupa più di tanto. La sua uscita di scena sembra perfettamente in linea con il comportamento di un personaggio per nulla affidabile. Nessuno sa che Valérie, dopo avergli sparato, ha nascosto il corpo nei boschi con l’aiuto del fidanzato di Karline, Lucas. E’ quest’ultimo, un anno e mezzo più tardi, a farsi sfuggire la verità al culmine di una discussione con la madre. La donna denuncia la Bacot alla polizia e Valérie viene arrestata la mattina dopo. Al processo i figli si dicono grati alla madre per quel gesto, mentre le avvocatesse – le stesse del caso di Jacqueline Sauvage, la donna che uccise il marito dopo 47 anni di violenze su di lei e sulle figlie, graziata nel 2016 dal presidente François Hollande – non si appellano alla clemenza della corte ma puntano al proscioglimento della legittima difesa. La requisitoria si muove su un filo sottile: da una parte non si può legittimare l’omicidio, il principio di farsi giustizia da soli, d’altra parte non si possono ignorare le ragioni della Bacot. Il magistrato azzarda: “Avrebbe dovuto chiamare i gendarmi“, ma è la perizia dello psichiatra, Denis Prieur, a riassumere l’intera vicenda: “Il suo libero arbitrio era ridotto a zero. Nella mente non era mai sola. Suo marito c’era sempre, l’influenza era permanente. Il ruolo della società è di impedire queste tragedie. Siamo noi ad avere fallito“.



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