La Tangentopoli ucraina potrebbe danneggiare non solo il regime di Kiev, ma anche l’establishment che per anni ha usato Kiev contro Mosca
Non occorre essere giornalisti investigativi né analisti d’intelligence per scorgere mani e disegni dietro il bombardamento di rivelazioni sulla Tangentopoli ucraina. È oggettiva la coerenza fra il grave, forse irreparabile indebolimento della leadership di Volodymyr Zelensky e la strategia dell’amministrazione Usa in direzione di un cessate il fuoco immediato fra Kiev e Mosca.
Lo stesso flusso di scoop conferma poi come la gestione corruttiva dei giganteschi aiuti finanziari e militari dall’Occidente a Kiev sia stata strutturale lungo i quasi quattro anni di guerra (ma il malaffare è strutturale in qualsiasi guerra). L’effetto-orologeria è comunque palese, anche se qualche episodio aveva già sporadicamente forato il mainstream mediatico (ombre attorno alla Banca centrale ucraina si sono addensate fin dai primi mesi di conflitto).
Un obiettivo collaterale dell’offensiva è verosimilmente il raffreddamento delle relazioni fra Ucraina ed Europa: anzitutto al fine di lasciare congelati i beni russi messi sotto sequestro dalla Ue, ma soprattutto a togliere automatismi fra il cessate il fuoco e l’aggancio dell’Ucraina e Ue e Nato in chiave di “garanzia di sicurezza”. È ufficioso che Vladimir Putin abbia posto fra le sue condizioni immediate anche la neutralità di Kiev.
Se Zelensky l’avesse dichiarata all’inizio del 2022 – assieme alla concessione di qualche forma di autonomia a Donbass e Crimea, come peraltro previsto dagli Accordi di Minsk del 2015 – la Russia assai probabilmente non avrebbe aggredito l’Ucraina. Per questa soluzione si era speso soprattutto l’allora cancelliere tedesco Olaf Scholz, in parte anche il presidente francese Emmanuel Macron. Ma contro l’amministrazione Usa non vi fu nulla da fare, anzitutto per Zelensky. E su questo passaggio-snodo sembra d’altronde illuminarsi un’ulteriore pista nell’odierna Tangentopoli ucraina.

Quattro anni fa – quando i tamburi di guerra iniziavano a rullare nell’Est Europa – a Washington era presidente il dem Joe Biden. Il quale aveva riconquistato la Casa Bianca al suo partito dopo avervi soggiornato per otto anni (dal 2008 al 2016) come vice di Barack Obama. La Prima guerra russo-ucraina risale al secondo mandato dei due, a stretto seguito della “Rivoluzione arancione” che sancì l’affermazione a Kiev delle forze politiche filo-americane, dopo un continuo braccio di ferro con quelle filo-russe durato praticamente dalla caduta dell’Urss.
In quella stagione, Biden fu protagonista su quel teatro come delegato speciale del presidente Obama. Risale a quell’epoca anche un episodio controverso, riguardante il figlio di Biden, Hunter, che fu per un periodo membro del consiglio d’amministrazione di Burisma, all’epoca una delle maggiori holding energetiche ucraine. Un polo controllato dall’oligarca Mykola Zlochevsky, fra l’altro membro del Consiglio nazionale di sicurezza e difesa di Kiev durante l’occupazione di Piazza Maidan nel 2014.
Il caso “Hunter-Burisma” è già stato sollevato da Donald Trump nel 2020, per contrastare il cosiddetto Russiagate contro di lui. La vicenda è riemersa un anno fa, quando Biden – alla fine escluso perfino dalla ricandidatura e comunque dopo la nuova vittoria presidenziale di Trump – ha concesso al figlio un perdono estremamente controverso nel dibattito pubblico Oltre Atlantico. Hunter Biden era sotto inchiesta per vari reati, fra cui illeciti fiscali su proventi da varie attività professionali in Romania, Cina e anche Ucraina.
Non appare un caso che la Tangentopoli ucraina – con quel “contesto” precedente – esploda quando Trump sta fronteggiando una minaccia non trascurabile dal cosiddetto Epstein-gate. Dal quale – peraltro – il primo e finora unico vip a essere travolto è stato finora Larry Summers, ex segretario “dem” al Tesoro, già presidente della Harvard University e prima firma del New York Times.
Su uno sfondo più ampio e profondo sembra intanto agitarsi una questione politico-istituzionale del massimo livello: com’è stata gestita – per davvero – dalla Casa Bianca di Biden la crisi geopolitica scoppiata quattro anni fa in Ucraina?
Perfino le suggestioni – di per sé gravissime – sullo stato di salute del presidente potrebbero non essere quelle decisive nello spiegare una conduzione costantemente discussa, verosimilmente fra le motivazioni del successo-bis di Trump. E non sembra bastare una voce Wikipedia intestata ad hoc a “Biden-Ukraine conspiracy theory” – col dito puntato su “false allegations” – a dichiarare chiuso il caso.
Non pare considerarlo tale neppure l’establishment dem, certamente quello “di ieri”, ancora completamente paralizzato 13 mesi dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, e alla fine non convintissimo di cavalcare il caso Epstein: che a Manhattan viveva nella Upper East Side popolata in maggioranza di tycoons liberal, grandi donatori dei dem.
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