UE E ITALIA/ La partita che ora vale più del Recovery fund

- int. Massimo D'Antoni

L’applicazione delle regole fiscali europee sarebbe incompatibile con qualsiasi programma di rilancio della nostra struttura produttiva

Ue Borrell Coronavirus Recovery fund
La sede della Commissione Ue a Bruxelles (Lapresse)

Mentre tiene banco lo scandalo dei “furbetti del bonus”, si attende la conversione in legge del Decreto agosto, che con altri 25 miliardi ha portato l’extradeficit dell’Italia per quest’anno a 100 miliardi di euro. Una cifra notevole destinata a far salire il rapporto debito/Pil, cui per il momento la Commissione europea non bada, essendo stato sospeso il Patto di stabilità e crescita, le cui regole potrebbero però tornare tra non molto in vigore, stando alle dichiarazioni dei giorni scorsi di Valdis Dombrovskis e Paolo Gentiloni, rispettivamente Vicepresidente della Commissione e commissario agli Affari economici. Abbiamo chiesto un commento a Massimo D’Antoni, professore di Scienza delle finanze nell’Università di Siena.

Le dichiarazioni di Dombrovskis e Gentiloni chiariscono che le regole del Patto di stabilità e crescita non torneranno a essere applicate nel 2021. Ciò non toglie che la sospensione delle regole potrebbe terminare l’anno successivo…

Ho letto le dichiarazioni di Dombrovskis come riportate dal Financial Times. Dico la verità: a me sono parse una buona notizia, perché ricordo che non molto tempo fa lo stesso Dombrovskis aveva accennato alla possibilità che il Patto di stabilità tornasse in vigore già nel 2021. Questa sì sarebbe stata una pessima notizia. Per ora prendiamo atto che l’Ue sta prendendo tempo, evitando di ripetere l’errore di considerare chiusa la crisi troppo presto.

Resta comunque il fatto che si parla di ritorno alle regole, ma non di un loro cambiamento.

Per la verità si parla anche di un possibile cambio delle regole. Lo scorso febbraio, proprio alla vigilia della pandemia, l’Ue aveva lanciato una consultazione pubblica per avviare un processo di revisione del Patto di stabilità. Qualche traccia della direzione che si vorrebbe prendere la troviamo del resto in alcuni documenti usciti negli scorsi due anni, ad esempio quelli dell’European Fiscal Board. Vi si parla di semplificazione delle regole rispetto al quadro vigente.

Insomma, una buona notizia?

Sì e no. In effetti alcuni degli attuali meccanismi sono estremamente opachi e hanno mancato l’obiettivo di coniugare la sostenibilità delle finanze pubbliche con la previsione di margini di manovra per affrontare le crisi. Si è spesso giustamente rimproverato alle regole applicate di essere troppo procicliche, cioè di aggravare gli effetti recessivi del ciclo economico. Non è il caso di entrare in questa sede negli aspetti tecnici, ma gli economisti hanno spesso denunciato i difetti dei parametri basati sul concetto di output gap. Da questo punto di vista, l’adozione di una regola diversa e più trasparente, come sarebbe la cosiddetta “regola della spesa”, presenta dei vantaggi.

E qual è invece l’aspetto negativo?

Mi pare che da parte di molti dei proponenti l’intento tutt’altro che nascosto sia quello di ridurre o eliminare gli spazi di discrezionalità politica consentiti dalle regole attuali. C’è chi considera il fatto che nessun Paese sia mai stato sanzionato un difetto dell’attuale sistema e vorrebbe maggiore automatismo. Ma la discrezionalità è anche ciò che ha consentito al nostro Paese di ottenere qualche margine di manovra e attenuare l’austerità, seppure a un prezzo salato.

Cosa intende dire?

Discrezionalità e flessibilità da un lato consentono un alleggerimento dei vincoli e quindi politiche di consolidamento fiscale meno rigide, ma dall’altro alimentano il meccanismo della condizionalità: spazi di bilancio in cambio di riforme che abbiano il gradimento della Commissione, con quanto ne consegue in termini di autonomia della politica nazionale.

Insomma, per un verso o per l’altro non se ne esce. Ma cosa rischia l’Italia con il ritorno alle regole del Patto di stabilità e crescita?

Il problema per noi non è tanto la maggiore o minore flessibilità, bensì il fatto che gli obiettivi definiti dalle regole di bilancio sono del tutto irrealistici. Le previsioni sono che a fine 2021 l’Italia si troverà con un rapporto debito/Pil tra il 155% e il 160%. L’applicazione delle regole fiscali europee, sia quelle vigenti che quelle ipotizzate nei progetti di riforma, comporterebbe un consolidamento fiscale estremamente pesante per un periodo prolungato, una prospettiva incompatibile con qualsiasi programma di rilancio della nostra struttura produttiva. La questione di fondo non è tanto il modo in cui sono strutturate le regole, ma la priorità data alla disciplina di bilancio. Per noi è vitale evitare che il nostro Paese sia strangolato dal suo debito e dall’obbligo di ridurlo a tappe forzate.

A suo modo di vedere l’Italia sarà l’unico Paese a potersi trovare in difficoltà con il ritorno all’applicazione delle regole del Patto di stabilità e crescita o ve ne saranno altri?

Per quanto riguarda il peso del debito pubblico, tolta la Grecia, noi restiamo quelli messi peggio. Ma la pandemia ha peggiorato sensibilmente i conti di altri Paesi europei, a cominciare da Spagna e Francia. C’è quindi un interesse comune ad allentare i vincoli fiscali. Abbiamo visto però quanto possa essere difficile la negoziazione in sede Ue, sia per la strenua opposizione dei paesi “rigoristi” sia per il fatto che l’appoggio della Francia non arriva mai al punto di spingerla a rinunciare all’asse privilegiato con la Germania.

Lei in passato ha utilizzato anche l’immagine del bastone e della carota per spiegare come Bruxelles cerchi di far rispettare a Roma le regole. Leggendo le dichiarazioni di Gentiloni (alla domanda “Se l’Italia resta indietro, dovrà rispettare le regole di bilancio senza aver recuperato i livelli pre-Covid?” risponde “Motivo in più per qualunque Paese per non restare indietro”) sembra essere stato usato, tra le righe, il bastone…

Quella di Gentiloni mi sembra più che altro una battuta per sfuggire a una domanda difficile. Credo che i nostri partner europei siano sinceramente preoccupati della possibilità che l’Italia possa destabilizzare l’area dell’euro e cercano di minimizzare i costi che potrebbero derivarne riducendo i nostri margini di scelta politica entro paletti ben precisi. Questo a mio avviso il senso dell’insistenza sul Mes. Ma a questo punto hanno capito tutti che una soluzione “punitiva” come quella adottata a suo tempo in Grecia da noi sarebbe politicamente impraticabile; per questo ci si è spostati, come dissi a suo tempo, dal bastone verso la carota.

Il Recovery Fund?

Sul Recovery Fund, come già dissi, il giudizio è misto. Da un lato dobbiamo constatare che uno sforzo c’è stato e ci sono interessanti novità, quali l’emissione di un debito comune europeo. Dall’altro, stiamo parlando di risorse ancora insufficienti rispetto alle necessità della crisi e alcuni “dettagli” cruciali restano rilevanti, primo tra tutti il collegamento tra accesso al fondo e rispetto delle regole di bilancio, qualunque esse siano. Per questo la partita delle regole rimane, a mio giudizio, quella fondamentale.

(Lorenzo Torrisi)

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