UE E POLITICA/ Spagna e Portogallo inguaiano Conte con il Recovery fund

- int. Domenico Lombardi

Le parole di Conte sul Mes sono state seguite a poca distanza da notizie provenienti da Spagna e Portogallo sui fondi del Next Generation Eu

recovery fund
Giuseppe Conte con Pedro Sánchez (LaPresse)

Il tema del Mes agita la maggioranza. Il Premier Conte, le cui tesi sembrano essere state rinforzate dalle parole del ministro dell’Economia Gualtieri nella conferenza stampa di lunedì sulla Legge di bilancio, ha promesso una verifica successiva agli Stati generali del Movimento 5 Stelle, ma settori del Pd, come pure Italia Viva, insistono nel sostenere che il nostro Paese debba fare al più presto ricorso alle risorse della linea speciale di credito del Meccanismo europeo di stabilità dedicata agli investimenti sanitari, specie in un momento in cui mancano medici, operatori sanitari e strutture sul territorio per cercare di contenere i contagi da Covid in continuo rialzo. Per Domenico Lombardi, ex consigliere economico del Fmi, le parole del presidente del Consiglio e del titolare del Mef sono da mettere in rapporto con quanto sta avvenendo in alcune capitali europee, in particolare di Spagna e Portogallo, a proposito delle risorse che dovrebbero arrivare tramite il Recovery fund.

Cosa pensa delle parole sul Mes pronunciate da Conte domenica sera?

Le affermazioni del presidente del Consiglio sono importanti non solo per il loro contenuto, ma anche per le modalità con cui sono state formulate, non prive di una certa teatralità. La domanda sul Mes, in una conferenza stampa dedicata a tutt’altro tema, evidentemente era stata preparata a tavolino, proprio per mandare un segnale forte. Conte ha evidenziato che ricorrendo al Mes si andrebbero ad alterare i parametri di finanza pubblica, che sono però gli stessi che il suo stesso Governo ha fissato pochi giorni fa con la Nota di aggiornamento al Def. Inoltre, ha richiamato il rischio di stigma che da tempo alcuni analisti, fuori dal coro, avevano evidenziato. Il quadro è stato poi completato il giorno seguente dal ministro Gualtieri, aggiungendo due elementi importanti.

Quali?

Il primo è che le risorse del Mes non sarebbero immediatamente disponibili, ma verrebbero erogate nell’arco di sei mesi. Il secondo è che il Mes è per i Paesi che si trovano in difficoltà nel reperire liquidità sui mercati finanziari, incastonando di fatto nella pietra lo stigma per chi vi facesse ricorso. Peraltro già nei mesi scorsi da esponenti dei Governi di Francia e Spagna, che non possono essere tacciati di anti-europeismo, erano arrivate considerazioni analoghe.

Gualtieri ha anche evidenziato che l’unico vantaggio del Mes sarebbe un risparmio di circa 300 milioni di euro l’anno.

Su questo mi permetto di fare un’annotazione. Implicitamente, il ministro dell’Economia pone un trade-off sul ricorso al Mes con da un lato un presunto risparmio e dall’altro il rischio stigma. Tuttavia, non si può dimenticare che se è vero che ricorrendo al Mes si risparmierebbero 300 milioni di euro, è altrettanto vero che, come abbiamo già evidenziato in passato, al momento l’Italia ha un saldo di tesoreria anomalo che rappresenta un deposito oneroso e infruttifero. Bisognerebbe tenerne conto quando si parla di risparmi derivanti dal riscorso al Mes.

Specialmente dopo le elezioni regionali sembrava che il Governo avrebbe dovuto presto fare ricorso al Mes, come si spiega questo cambio di rotta?

Tendo a vedere un legame con le notizie arrivate lunedì da Madrid e Lisbona. Domenica sera abbiamo sentito il presidente del Consiglio chiudere la porta al Mes, il giorno dopo il ministro dell’Economia gli ha fatto eco, mentre arrivava la notizia che Spagna e Portogallo starebbero prendendo in seria considerazione la rinuncia alla parte a prestito dei fondi del Next generation Eu, una strada che anche la Francia pare voglia seguire. Questa non può essere una coincidenza. Non riesco ancora ad avere tutti gli elementi che spieghino questa correlazione, ma nel giro di meno di 24 ore ci sono stati sviluppi significativi tra Roma, Madrid, Lisbona, e forse anche Parigi, sugli strumenti europei di risposta alla crisi. Tutto questo in qualche modo punta il faro su eventuali disaccordi o disallineamenti che probabilmente sono aumentati in sede Ue. La mia sensazione è che non si sia trovata ancora la quadra sulla risposta europea alla pandemia.

In passato ci aveva detto di ritenere già deciso il ricorso al Mes da parte del Governo, ma che si trattava di trovare il momento opportuno, anche politicamente, per poterlo annunciare. Ne è ancora convinto?

Se verrà confermata la decisione di Spagna e Portogallo, e probabilmente di qualche altro Paese, di rinunciare ai prestiti del Next generation Eu, credo che in qualche modo i giochi verranno riaperti e che ci sarà maggiore flessibilità per l’Italia su questo tema. La stessa risposta enfatica del presidente del Consiglio sul Mes nella conferenza stampa di domenica tenderebbe ad avvalorare questa interpretazione.

Cosa c’è che non va nei prestiti del Recovery fund? Cosa temono Spagna e Portogallo?

Probabilmente l’eccesso di monitoraggio associato ai fondi europei ha raffreddato il loro interesse a utilizzarli. Con gli attuali bassi tassi di interesse probabilmente questi Paesi si pongono la seguente legittima domanda: perché devo ricorrere a dei prestiti che certamente mi costano un po’ meno, ma che richiedono mi sottoponga a procedure, vincoli e obiettivi anche pressanti, invasivi, che sono decisi da altri.

Non è una riflessione che dovrebbe fare anche l’Italia?

Il rifiuto di Spagna, Portogallo e forse Francia, Paesi che non possono essere tacciati di anti-europeismo, rischia di creare un effetto stigma su chi richiedesse i prestiti del Next generation Eu. Questo è un ulteriore elemento di valutazione da tenere ben presente per un Paese come l’Italia più vulnerabile agli sbalzi dei tassi di interesse.

Se l’Italia chiude le porte al Mes, ma accede ai prestiti del Recovery fund allora non cambia molto.

Quello che osserviamo, anche dalle valutazioni di Paesi importanti dell’Ue, è che i prestiti hanno una loro condizionalità, come peraltro è normale che sia. Quindi negarlo significa essere in malafede.

Da tutte queste valutazioni emerge anche una risposta da parte delle istituzioni europee alla crisi del tutto inadeguata.

Assolutamente, con l’eccezione significativa della Bce, che è l’attore che sta facendo la differenza. Del resto se Gualtieri ricorda che l’Italia può emettere debito pubblico a tassi bassi, se la Spagna rifiuta i prestiti del Next Generation Eu, è perché l’Eurotower sta portando avanti le sue politiche monetarie non convenzionali. La Bce si conferma come il perno della risposta alla crisi pandemica, come lo era stato qualche anno fa per la crisi dei debiti.

Sappiamo però che dentro la Bce non solo ci sono i cosiddetti Paesi falchi, ma la leadership di Christine Lagarde non sembra essere la stessa di Mario Draghi.

La Lagarde è riuscita a portare il Consiglio direttivo su un terreno di ulteriore innovazione, quello del Pepp, e ora è impegnata in una battaglia interna importante per colorare di verde gli interventi futuri della Bce. Sta infatti pensando di incentivare il sistema bancario dell’Eurozona a concedere più prestiti verdi. È un aspetto importante, perché finora i banchieri centrali si sono sempre chiamati neutrali rispetto agli effetti distributivi che inevitabilmente le loro politiche monetarie generano. Se la Largarde riuscisse a introdurlo, questo sarebbe un elemento di novità importante, perché consentirebbe di facilitare gli importanti cambiamenti strutturali necessari, anche in Italia.

È dunque più importante quel che avviene a Francoforte che non a Bruxelles e nei vertici europei…

Questo è il punto da sottolineare. La politica italiana ha speso un’importante parte del capitale politico a discutere sull’opportunità di ricorrere al Mes, quando in realtà il vero attore che sta facendo la differenza in questa crisi è la Bce, specie per un Paese ad alto debito come il nostro. Per chiudere il discorso sul Mes vorrei far notare una cosa.

Quale?

Conte ha di fatto rimandato a novembre una valutazione della maggioranza sul Mes. Non credo che sia una scelta causale, perché in quel periodo andrà approvata un’importante riforma del Meccanismo europeo di stabilità che ne rafforzerà le prerogative. In quel contesto sarà più difficile trovare una quadratura politica su un’eventuale attivazione del prestito sanitario, perché diventeranno più chiare e più forti le prerogative del Mes.

Per quanto lo si neghi c’è quindi un collegamento tra il Mes sanitario e il Mes vero e proprio?

C’è una condizionalità latente che può essere attivata in seguito al deterioramento dei fondamentali. Data la sua fragilità, l’Italia potrebbe effettivamente sperimentare questo deterioramento nell’arco di tempo del prestito sanitario scatenando un inasprimento della sua condizionalità.

(Lorenzo Torrisi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA