UK VERSO IL VOTO/ Cosa succede se il 12 dicembre non esce una maggioranza chiara?

- Cristina Balotelli

Nel Regno Unito è cominciata la campagna elettorale. Ma se dalle urne non uscirà una maggioranza chiara la Brexit a gennaio potrebbe saltare

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Presidio europeista fuori dal parlamento di Londra (LaPresse)

LONDRA — La campagna elettorale è cominciata da alcuni giorni e una cosa è apparsa subito chiara: sarà basata su messaggi populisti e, ancora una volta, lo scontro è soprattutto sulla Brexit, con una scelta di campo tra leave e remain.

Quali scenari potrebbero aprirsi dopo queste elezioni? Primo scenario, i conservatori ottengono abbastanza seggi per formare un nuovo governo e avere la maggioranza parlamentare che possa consentire un rapido iter della legge sulla Brexit. Secondo scenario, i laburisti ottengono la maggioranza in Parlamento, Corbyn diventa primo ministro e cerca di modificare in versione molto soft l’accordo per la Brexit (con l’obiettivo di restare nell’unione doganale). Terzo scenario, dalle urne non esce una chiara maggioranza e quindi ci si ritrova con un hung Parliament, un Parlamento senza maggioranza.

Quest’ultimo è lo scenario peggiore. Una maggioranza chiara a Westminster è lo scenario meno problematico perché consentirebbe di discutere l’accordo per la Brexit prima di Natale, in vista della nuova scadenza del 31 gennaio. Ma se dalle urne non uscirà una maggioranza chiara (come è probabile), ci sarà del ritardo nella formazione del nuovo governo e quindi si rischia di compromettere la Brexit a gennaio.

Siamo solo all’inizio della campagna elettorale. I principali partiti, conservatore e laburista, fanno leva sulla contrapposizione tra popolo ed élites. Boris Johnson, premier e leader dei Tories, ha impostato la sua campagna sulla contrapposizione popolo-Parlamento. Similmente, il leader del Labour, Jeremy Corbyn, ha messo l’accento sulla contrapposizione popolo-élites.

A tre giorni dalla scadenza del 31 ottobre, Johnson dovrebbe essere “morto in un fosso”, parole sue. Invece è vivo e vegeto e, al posto del fosso, un video ce lo mostra accomodato sugli eleganti sedili in pelle di una Jaguar con autista (sono lontani i tempi in cui andava in bicicletta). Nel video, fatto per essere condiviso sui social, Boris si rivolge agli elettori come a degli amici al pub (Hi folks…) dicendo che è colpa dell’opposizione laburista in Parlamento se il paese non ha lasciato l’Ue il 31 ottobre. Ieri ha ribadito il concetto che questo rinvio, fonte di “profondo rammarico”, è dovuto al Parlamento.

Il messaggio populista dei Tories – è tutta colpa del Parlamento che ci ha impedito la Brexit e dobbiamo andare al voto per acquisire parlamentari pro-Brexit – mira a catturare i voti degli elettori schierati per il leave. Ma questo obiettivo si scontra con l’ostacolo Nigel Farage, il leader del Brexit party.

Farage ha offerto a Johnson e ai conservatori un patto di non aggressione, un patto elettorale per il leave, lavorando insieme a condizione che il premier annullasse l’accordo negoziato con Bruxelles entro due settimane. “Lascia l’accordo, Boris, perché non è la Brexit”, ha detto Farage in apertura della sua campagna elettorale.

Ma il premier ha rimandato l’offerta al mittente dicendo che un voto per qualsiasi altro partito rischierebbe di portare Jeremy Corbyn al numero 10 di Downing Street. Si profila quindi il rischio di una battaglia tra Tories e Brexit Party per i voti leave in ogni seggio del Regno Unito, con Farage pronto a sguinzagliare per il paese centinaia di candidati che criticheranno l’accordo di Johnson per la Brexit. Farage ha detto che non si candiderà per un posto in Parlamento, ma che sosterrà i suoi candidati, i quali potrebbero nuocere parecchio ai Tories, in particolare in quelle province che hanno sempre votato Labour, dove il voto dei leavers scontenti potrebbe essere calamitato dal Brexit party.

Vale la pena ricordare che alle elezioni di maggio per il Parlamento europeo, il partito di Farage è risultato il vincitore, con ben 29 seggi, mentre sia i Tories che i laburisti hanno sofferto e perso seggi.

Il Labour ha aperto la sua campagna elettorale con un attacco ai multimilionari. “È tempo di cambiare davvero” è lo slogan lanciato da Corbyn, che ha promesso tasse sui patrimoni dei super ricchi, controlli sul capitale e un giro di vite sulle esclusive scuole private del Regno, frequentate dai rampolli dei super ricchi. Il suo programma include nazionalizzazioni (per esempio dei trasporti), fermare i grandi inquinatori dal distruggere l’ambiente, e soprattutto proteggere la sanità pubblica dall’interesse privato. Sulla Brexit il messaggio laburista è innanzitutto quello di rinegoziare l’accordo con Bruxelles e poi rimettere qualsiasi decisione al giudizio del popolo.

Ancora più radicale, sul fronte Brexit, l’approccio dei liberal-democratici di Jo Swinson, determinati a strappare voti remain ai laburisti puntando su un totale rifiuto della Brexit. L’obiettivo è attrarre i voti di tutti coloro che pensano che la priorità sia restare in Europa.

Anche per il partito nazionalista scozzese (Snp) restare nell’Ue è l’obiettivo principale, al quale si aggiunge quello del referendum sull’indipendenza della Scozia. Nicola Sturgeon, la premier scozzese, ha aperto la campagna con un rally pro-indipendenza.

I Tories sono al momento in testa nei sondaggi, con un distacco significativo dai laburisti, ma tutto è estremamente volatile e mai come in queste elezioni ci sono tanti swing voters, elettori che passano facilmente da un campo all’altro, da un partito all’altro. Saranno quindi le elezioni più imprevedibili che il Regno Unito abbia mai avuto e avranno luogo nel periodo dell’anno più improbabile, a dicembre, quando avremo giornate fredde e brevi.

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