UN PROFESSORE/ In una fiction moralizzante gli errori di cui liberarci

- Lorenzo Ettorre

Sta per concludersi la fiction “Un professore”. Un’occasione per la scuola reale di fare i conti con la sua rappresentazione mediatica. All’insegna della realtà

Un professore fiction Rai
Fiction Rai "Un professore"

Sta per concludersi la fiction di Rai 1 Un professore. L’ho vista con particolare attenzione, anche perché alcuni ragazzi mi hanno confessato che un po’ somiglio al protagonista, e nel complesso non mi è dispiaciuta.

Emerge un mondo della scuola vivace e complesso, centrale nella vita presente e futura di ciascuno: la fortuna di incontrare un bravo docente può cambiare l’esistenza di un ragazzo (e quindi della sua comunità).

Non è l’unico tema che si impone. Ve ne sono altri almeno altrettanto forti: la figura positiva del professore, la ricchezza di una conoscenza che fugga dal nozionismo e metta a tema la “vita”, lezioni (anche frontali, viva Dio) che c’entrino col presente e col destino dei ragazzi, il mondo degli adolescenti impossibile da ingabbiare, il vecchio adagio “insegna chi ama”… sono tutte tematiche che rendono apprezzabile il tentativo messo in atto in una serie come questa.

Certo, è un mondo anche finto quello che essa racconta (né poteva essere altrimenti), senza burocrazia, senza riunioni fiume, senza regole a volte insensate che spesso nella realtà della docenza rendono quella della didattica un’azione – ahimè – solo marginale. Ma nel complesso ci può stare.

Due aspetti, invece, ho trovato insopportabili. “Insopportabili” perché falsi, cioè non rispondenti ai suggerimenti sempre preziosi dell’esperienza.

Il primo. Il prof. Balestra (Dante) in molti frangenti appare egli stesso un adolescente: incapace di gestire le proprie emozioni, vittima delle sue traversie sentimentali, ciò che insegna quasi mai è il frutto di una strada percorsa insieme ai suoi ragazzi; piuttosto, il suo è un sapere teorico calato dall’alto che lo rende diviso e lacerato. E quindi, alla lunga, non credibile.

Il secondo. La fiction si è arrogata un malcelato e non richiesto intento pedagogico che l’ha resa a tratti prevedibile e pedante. Trattando gli spettatori come cattivi giovinetti da rieducare al ‘bene”, ha propinato luoghi comuni a non finire divulgando il verbo sempre “giusto” del politicamente corretto: omosessualità, bullismo, cyberbullismo, violenza sulle donne, pensiero progressista. Li ha voluti toccare tutti, infilandoceli a forza anche quando risultavano oggettivamente appiccicaticci; e ha pagato così il conto alla mentalità dominante rendendo l’arte (piaccia o no, le fiction sono una forma d’arte) “serva” – cioè al servizio – di un fine particolare, riducendola a tecnica. Il valore dell’arte, invece, è proprio il suo “non servire” a niente, il suo non piegarsi a un tornaconto immediato – quale esso sia – per mettersi a disposizione solo dell’uomo e del suo mistero in quanto tali.

È l’errore in cui spesso incappa la scuola: costringere gli alunni ad assimilare un punto di vista che si ritiene giusto (buona educazione, regole, rispetto ecc.), saltando a piè pari il sentire dei ragazzi, i quali, per non subirlo come una cosa astratta, se sono sani si ribellano. E le distanze aumentano…

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