Una Stonehenge italiana in Calabria/ Nardodipace, tra pietre megalitiche e misteri

- Raffaele Graziano Flore

Una Stonehenge italiana in Calabria: nei pressi di Nardodipace c’è un luogo suggestivo tra pietre megalitiche che risalgono al Neolitico e misteri tutt’ora irrisolti

La Stonehenge della Calabria
La Stonehenge della Calabria (Web, 2019)

Una Stonehenge italiana nel cuore della Calabria e che ancora relativamente in pochi conoscono nel nostro Paese? Esiste e si trova nei pressi di Nardodipace, in un luogo ben lontano da quelle che sono le tradizionali direttrici del turismo regionale e che, immerso in una atmosfera in cui il tempo sembra essersi fermato, rappresenta un unicum tutto italiano, tra misteri su cui indagano gli archeologi e una natura ça va sans dire ancora incontaminata e dunque meta ideale per gli amanti del trekking e dell’escursionismo. Si trova infatti in provincia di Vibo Valentia, nell’area meridionale della Calabria, dalla parte del versante Ionico e su di un altipiano, un luogo in cui a fare da padrone sono dei triliti, ovvero dei blocchi di granito risalenti probabilmente alla fine del Neolitico e che ricordano da vicino quelle del sito nel Wiltshire, in Inghilterra, riconosciuto come Patrimonio UNESCO che ad oggi è il “cromlech”, ossia circolo di pietra, più celebre al mondo e fonte di misteri irrisolti (era un antico osservatorio astronomico?) e che affondano le proprie radici in tempi remoti. Andiamo dunque alla scoperta della Stonehenge calabrese delle “Pietre accastellate” e dei segreti che custodisce.

UNA STONEHENGE IN CALABRIA

Nei pressi del comune di Nardodipace fu scoperto solamente nel 2002, in modo peraltro del tutto casuale e dopo un grande incendio, questo sito di cui prima non si conosceva nulla: un antropologo si imbatté infatti in una serie di megaliti, ossia delle costruzioni realizzate con diverse pietre e senza alcun “collante”, che secondo le rilevazioni risalirebbero a oltre seimila anni fa, e più precisamente dei triliti in cui due elementi disposti in verticale sono sormontati da un terzo. L’area di questa Stonehenge calabra si estende in modo un po’ irregolare per circa 60 chilometri quadrati e in un bosco di lecci con le piante che sembrano quasi intrecciarsi con le suddette costruzioni in pietra: questi imponenti blocchi di granito e quarzo che, come accennato, risalgono all’ultimo periodo del Neolitico, possono arrivare anche a pesare quasi 200 tonnellate e, come accade per gli omologhi britannici, sono ancora oggi oggetto di studio anche da parte di ricercatori internazionali dato che si cercano di scoprire i motivi dietro la loro particolare disposizione e un ordine tutt’alto che casuale voluto dagli uomini dell’epoca (secondo alcune ipotesi sarebbero stati i Pelasgi, una popolazione preellenica considerata tra le più erranti nel bacino del Mediterraneo): che fossero un luogo di culto oppure avessero invece una funzione di sepolcri per i defunti? Ad ogni modo, secondo indagini più recenti, non è completamente da escludere la possibilità che il sito abbia origini indipendenti dall’uomo e dovute unicamente a fenomeni naturali ed agenti esogeni anche perché nei dintorni non sono mai stati rinvenuti reperti archeologici.

I MEGALITI DI NARDODIPACE, TRA MISTERI ED ESCURSIONI

Ad ogni modo le “Pietre accastellate” nei pressi di Nardodipace, collocabili temporalmente in un periodo compreso tra il V e II millennio a.C., anche se non fossero legate ad alcuna attività umana religiosa oppure di carattere astronomico, restano dei preziosissimi testimoni di un tempo antichissimo e di un’area dalla conformazione granitica davvero unica alle nostre latitudini tanto che quello calabrese può essere annoverato tra i cosiddetti geositi. Il fascino di questa località che si trova letteralmente inghiottita dalla vegetazione (fu infatti il suddetto incendio a favorirne la scoperta) è legato ai misteri ancora irrisolti come ad esempio la forma di questi blocchi mastodontici e alla posizione che sembrerebbe riprodurre sulla terra determinati fenomeni o allineamenti astronomici. Poi vi sono le leggende sorte col tempo come ad esempio quella per cui il terreno su cui sorgono i triliti avrebbe proprietà magiche che favorirebbero la fertilità della vegetazione. Non solo: a proposito di simbologia, il sito è conosciuto nel dialetto locale come “il Triangolo” dato che la sua area è delimitata da tre grossi blocchi (Pietra del Boario, Pietra Spada e Pietra dello Caricatore) in un perimetro triangolare e non va sottovalutato nemmeno che questi giganti di pietra affascinano anche per le loro curiose forme che ricordano elementi naturali o anche umani. Luogo adatto per una escursione, l’area dei megaliti va raggiunta in auto ma una volta arrivati nei pressi del sito si può proseguire a piedi, godendosi la tranquillità e il fresco del bosco di faggi soprattutto in estate esplorando sentieri e angoli nascosti dalla vegetazione che sembrano essere rimasti immutati dal Neolitico.

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