UNICREDIT/ La situazione italiana impossibile da ignorare per Orcel

- Mauro Rufini

La scorsa settimana è stato reso noto il piano industriale di Unicredit per i prossimi tre anni, che è stato particolarmente apprezzato in Borsa

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UniCredit ha reso nota la strategia dei prossimi tre anni: crescita e creazione di valore per gli azionisti sono le linee indicate dal Gruppo. La banca non sta riuscendo a esprimere il suo potenziale, ha bisogno di essere sbloccata, “unlocked”.

La strategia di Orcel, a otto mesi dal suo insediamento di AD, è quella di tornare a fare banca al meglio delle possibilità, potenziando le capacità di UniCredit nei business e nelle regioni in cui è presente. Un piano di lungo termine e di riposizionamento dopo la lunga fase di ristrutturazione condotta dal precedente Ceo Jean Pierre Mustier con le operazioni di vendite, dismissioni e rafforzamento del capitale.

Le azioni UniCredit hanno subito festeggiato il nuovo piano strategico. Ben 2,8 miliardi in un giorno con un balzo di quasi l’11% e anche venerdì 10 dicembre il titolo ha continuato a essere apprezzato dal mercato chiudendo a 12,88 (+0,59%) dopo che aveva superato anche i 13 euro, il livello più alto dal febbraio 2020, in epoca pre-Covid. Ieri un piccolo calo dello 0,65% (12,792 euro). La capitalizzazione è ora attorno ai 28,5 miliardi di euro.

Il Gruppo ha una lunga storia di piani industriali che si susseguono uno dopo l’altro, che cambiano e riformano i precedenti molto spesso. Sarebbe utile e più trasparente, per non dire doveroso nell’esposizione del nuovo programma, analizzare e capire meglio perché le soluzioni adottate non hanno prodotto i risultati attesi. 

Il piano strategico 2022-2024 cosa prevede? Negli obiettivi pubblicati da UniCredit si legge che “ottimizza l’assetto attuale del Gruppo e definisce un chiaro programma a lungo termine per il domani, muovendo verso una nuova stagione di crescita e creazione di valore per tutti i nostri azionisti”. Ottimizzare il presente: Clienti, persone e organizzazione. 

Stiamo parlando di un Gruppo che ha 15 milioni di clienti, 87.000 dipendenti, una rete paneuropea di 13 banche leader in 4 macro-aree geografiche: Italia, Germania, Europa centrale ed Europa orientale. Rimettendo al centro della strategia il cliente, la crescita passerà dal miglioramento della qualità dell’offerta, lo sviluppo di prodotti più competitivi e da nuovi servizi a valore aggiunto. 

Il piano persegue impegni strategici e obiettivi finanziari su tre punti: a) crescere nelle aree geografiche di competenza e sviluppare la rete di clienti, trasformando il modello di business; b) conseguire economie di scala dalla rete di banche, attraverso una trasformazione tecnologica incentrata su Digital & Data e integrando la sostenibilità in tutte le azioni; c) guidare la performance finanziaria tramite tre leve interconnesse sotto il pieno controllo manageriale.

Agli azionisti andranno 16 miliardi di euro. Il piano, come abbiamo visto, piace alla Borsa e per quanto riguarda il capitolo dividendi UniCredit ha previsto un piatto generoso per i propri soci: “La remunerazione degli azionisti complessiva di almeno €16 miliardi totali per il periodo 2021-2024, con distribuzione annuale in linea con la generazione organica di capitale per ogni rispettivo esercizio di riferimento”. Per l’esercizio 2021 è prevista la distribuzione di 3,7 miliardi ai soci, con il 30% di payout e un buyback azionario (riacquisto di azioni proprie). Il payout, ovvero la quota degli utili annuali distribuiti agli azionisti, salirà dunque dal 30% del 2021 ad almeno il 35% nel 2022.

Gli obiettivi strettamente finanziari di UniCredit al 2024 prevedono: ricavi netti superiori al 17 miliardi di euro; commissioni pari al 40% dei ricavi; costi/ricavi al 50%; RoTE(return on tangible equity) al 10%; generazione organica di capitale pari a 150 punti base per anno; CET1 al 12,5-13%; volumi ESG totali corrispondenti a 150 miliardi cumulati 2022-2024, così la sostenibilità diventa tema centrale per costruire il domani.

La digitalizzazione è uno degli aspetti rilevanti del piano e attiverà 2,8 miliardi di investimenti nel periodo 2022-2024, con assunzioni nette di 2.100 unità nel Digital & Data, per un totale di 3.600 nuove assunzioni nette, incluse le 1.500 nel business.

Sul fronte occupazionale, ci saranno uscite. Il taglio del personale di circa 3.000 unità di cui si era parlato nei giorni antecedenti la presentazione del piano sarà oggetto di incontri e confronto con il sindacato. 

Acquisizioni? E su Mps-UniCredit il tema che ha tenuto banco per molti mesi, riempito di pagine i giornali e scaldato gli animi? Da banchiere d’affari Orcel «non esclude e non pianifica M&A» perché può «accelerare» la crescita ma deve rispondere ai «criteri dell’idoneità strategica, devono aiutarci nel Rote e negli obiettivi di distribuzione e rafforzare il business». Per questo è naufragata l’operazione con Mps, anche se l’Italia è un mercato cruciale «dove siamo redditizi, dove cresciamo e dove vediamo opportunità».

Un po’ poco per un banchiere come l’AD di UniCredit. Legittimo pensare e guardare solo in casa propria e soddisfare le attese degli azionisti, si fa il proprio gioco e poi si guarderà alla crescita per linee esterne. 

Un grande gruppo però ha anche la responsabilità verso il proprio Paese (le attività italiane valgono il 48% del totale del Gruppo) ed è impossibile ignorare la situazione italiana, non contribuire al rafforzamento del sistema. Non si tratta di ripercorrere il gigantismo del passato, né di seguire gli analisti che sanno bene far di conto e presentano propri scenari, suggeriscono le strategie alle banche con le loro preferenze sulla soluzione del risiko bancario. 

Su Mps torneremo a parlare perché è tempo di alternative, la situazione è rischiosamente fluida e non induce all’ottimismo, anche se la banca ha avuto in questi primi giorni di dicembre un rialzo importante dopo la nota diffusa dalla banca senese relativa ai contatti con il Mef, al fine di riavviare le interlocuzioni con l’Unione europea per la richiesta della proroga degli aiuti di Stato. Ma non c’è tempo da perdere. 

Non si tratta di giocare al risiko bancario. C’è una vera esigenza: quella di un sistema bancario italiano meno fragile di quello oggi esistente che ha il compito di far da volano alla ripresa post-pandemica e dar vita a un circolo virtuoso con al centro le banche e i risparmiatori. 

C’è il Pnrr con le tante risorse da gestire, per fornire apporti positivi all’economia italiana e agganciare bene la ripresa. Il settore bancario deve superare le fragilità che già preesistevano alla crisi da Covid e che oggi si sono aggravate. 

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