VACANZE DI PASQUA/ Il paradosso italiano: sì ai viaggi, ma solo all’estero…

- Alberto Beggiolini

In Italia saranno vietati gli spostamenti tra regioni fino a fino aprile. Ma gli italiani potranno andare in vacanza all’estero. Un danno per il turismo nazionale

Viaggi, quale turismo dopo il Covid-19?
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Pasqua dove vuoi, purché all’estero. Il paradosso l’avevamo anticipato la scorsa settimana, su queste videopagine, riportando che, dietro le sollecitazioni di Astoi Confindustria Viaggi, il ministero dell’Interno aveva eliminato anche l’ultimo ostacolo, una restrizione evidentemente assurda, cioè i viaggi all’estero consentiti ma il raggiungimento della stazione d’imbarco (porti o aeroporti) dalle varie regioni d’origine dei passeggeri no. “E allora avanti quindi con la Pasqua all’estero – avevamo riportato -, badando agli elenchi dei Paesi raggiungibili e alle regole da rispettare (test negativi effettuati nelle 48 ore antecedenti la partenza e il rientro in Italia).

Si può quindi scegliere tra uno dei Paesi inseriti nell’elenco C stabilito dal Dpcm, e cioè Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia (inclusi i territori d’oltremare), Germania, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo (incluse Azzorre e Madeira), Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Ungheria, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Svizzera, Andorra, Principato di Monaco. Per chi invece sceglierà le vacanze in Paesi compresi nell’elenco D (ad esempio Australia, Nuova Zelanda, Repubblica di Corea, Ruanda, Singapore, Thailandia), è obbligatoria in ogni caso una quarantena di due settimane”. Ma adesso anche per questi viaggiatori a lungo raggio il ministro Garavaglia si è impegnato a coinvolgere i ministri competenti, per agevolare l’iter. Ecco quindi il paradosso di questa Pasqua 2021: si può andare a Martinica o alle Azzorre ma, ad esempio, non in gita al lago di Garda…

Dopo qualche giorno, gli operatori italiani si sono resi conto della situazione, un groviglio di regole, deroghe, prudenze e disomogeneità europea che porta a una pericolosa sperequazione tra out e incoming: italiani tappati in casa, nei propri comuni, ma liberi di svolazzare ai Caraibi o alle Canarie. Serve ricordare che in Italia fino al 30 aprile è in vigore il divieto di spostamento tra regioni, se non per motivi di lavoro, salute e necessità. Ma dal 3 al 5 aprile, cioè dal sabato santo a Pasquetta, tutto il Paese sarà in zona rossa, con divieto di uscire dalla propria abitazione se non per motivi di lavoro, salute, urgenza (unica eccezione le visite a parenti e amici massimo in due adulti e minori di 14 anni).

“Quando abbiamo visto la zona rossa per Pasqua – commentava ieri Bernabò Bocca, Presidente di Federalberghi -, pensavamo che almeno per l’estero ci fosse la quarantena, invece basta un tampone. E gli altri Paesi ne approfittano. Sembra che la Spagna ci dica ‘venite da noi’, così come la Grecia dove da mesi si stanno organizzando per l’estate”. A questo punto, cosa fare? C’è il modello inglese, dove il Governo (deciso a proteggere l’ampio margine di immunità raggiunto con la poderosa campagna di vaccinazione) ha vietato le vacanze all’estero: si potrà lasciare il Paese solo per giustificato motivo; chiunque fosse sorpreso a infrangere le regole riceverà una multa da 5.000 sterline. Ma c’è anche chi, come la Germania, ha adottato misure asimmetriche: rigore e nuovo lockdown in patria, dove la maggior parte dei negozi sarà chiusa e addirittura le funzioni religiose saranno annullate dall’1 al 5 aprile; e al contrario libertà di viaggiare, tanto che migliaia di vacanzieri tedeschi si annunciano in arrivo, ad esempio, a Maiorca. In Francia, dove la campagna di vaccinazione prosegue con estremi ritardi, dal 20 marzo è scattato un mese di nuove restrizioni, con coprifuoco dalle 19 alle 6 e chiusura di tutte le attività essenziali. Ma anche lì nessun particolare divieto per chi voglia raggiungere un altro Paese per trascorrere le vacanze di Pasqua.

Insomma, tranne la Gran Bretagna, sembra che gli altri Stati europei lascino libertà, confidando forse che chi parte sia compensato da chi arriva, in un’equazione che però deve tener conto di fattori diversi. In Italia la maggior parte delle strutture ricettive (specie nelle città d’arte) è ferma da molti mesi, penalizzata non da chiusure obbligate (che però almeno avrebbero aperto la porta a qualche ristoro certo) ma dalla scomparsa dei clienti, ovvero quei turisti che adesso tutti sperano di rivedere. Ma se, evaporati gli stranieri, si sarebbe potuto contare almeno sui viaggiatori domestici, il blocco degli spostamenti tra regioni ha fatto tramontare fin da subito la speranza. 

Il risultato è un settore fortemente depresso, spesso senza le forze necessarie per ripartire, e sicuramente senza le certezze necessarie per pianificare concretamente il proprio business. Pur senza evocare i temuti corridoi turistici della scorsa primavera, nell’attesa dei digital green certificate europei, adesso è ora di un poderoso make-up del brand Italia, magari – come ha detto il neoministro Garavaglia – anche con l’aggregazione dei vari portali e app per rendere più immediato e semplice l’approccio dei visitatori. Ma è anche ora che si concretizzino le promesse di aiuti alle imprese, dei superbonus per l’efficientamento degli hotel, dei ristori adeguati. Delle attenzioni necessarie per la rimessa in moto di uno dei più importanti motori dell’economia nazionale: il turismo. 

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