VACCINI ANTI-COVID/ Perché non usare il Recovery fund per produrli anche in Italia?

- Giuseppe Sabella

Il comparto farmaceutico è una delle eccellenze della nostra industria. Potrebbe avere un ruolo ancora più importante usando il Recovery fund

vaccino johnson & johnson
(LaPresse)

Il rallentamento di Pfizer nella produzione, com’è noto, ha generato ritardi nella distribuzione del vaccino. Non è del tutto chiara l’entità della riduzione per l’Europa nel suo insieme, ma, secondo fonti governative, l’Italia sta ricevendo il 29% in meno di dosi concordate e, secondo quanto si apprende dall’Istituto norvegese di sanità pubblica, la fornitura per il Paese scandinavo è calata del 18%. In Germania stanno addirittura sospendendo le vaccinazioni per evitare di trovarsi a non poter somministrare la seconda dose a chi ha fatto la prima, cercando così di non compromettere l’efficacia del vaccino.

Naturalmente, in questa situazione, le case madri – in particolare Pfizer e Moderna che sono arrivate per prime – potrebbero fare accordi e dare la licenza per la produzione ad aziende terze, come qualcuno ha già fatto notare; e c’è chi si sta muovendo in questa direzione.

Il fabbisogno di vaccini – siamo dentro una delle campagna vaccinali più importanti della storia – potrebbe crescere in ragione non solo di questi contrattempi che Pfizer sta incontrando, ma anche in ragione di un mondo sempre più abitato dai microbi. A causa dello scioglimento dei ghiacciai, si stanno diffondendo virus debellati o sconosciuti: di recente, una ricerca condotta da scienziati statunitensi e cinesi ha infatti ritrovato virus sepolti nei ghiacci risalenti a circa 15 mila anni fa (studio pubblicato sulla rivista bioRxiv a gennaio 2020). Inoltre, ad aprile, la Società italiana di Medicina ambientale ha reso noto che tracce di coronavirus sono state ritrovate nelle polveri sottili: il particolato atmosferico trasporta quindi i microbi. Benché non sia rilevata l’efficacia del contagio per via aerea, a questo punto, in un mondo stressato dal problema dell’inquinamento, dobbiamo sempre più difenderci da virus e microbi. È questa la ragione per cui la ricerca in ambito farmaceutico negli ultimi 10 anni ha molto investito in questa direzione, cosa che ha probabilmente agevolato la realizzazione del vaccino per il Sars-Cov-2 a tempo di record.

Il comparto farmaceutico italiano è apprezzato nel mondo ed è una delle eccellenze della nostra industria. È uno dei nuclei imprenditoriali del Paese, simbolo della nostra attrattività scientifica, certificata da eccellenze universitarie e fondata su una pluralità importante oltre che ben integrata: piccole, medie e grandi aziende italiane accanto a filiali di multinazionali, titolari di prodotti etici e prescrivibili e di farmaci da banco senza obbligo di prescrizione. Sono imprese che, a prescindere da proprietà e dimensione, si muovono in modo molto dinamico e agile, danno vita a prodotti eccellenti e sono abilissime a inserirsi dentro le grandi catene del valore. Parliamo di un mondo che è molto addentro i processi innovativi ed è in continua trasformazione: una filiera importantissima che comprende anche le produzioni chimiche per le materie prime farmaceutiche e una competenza distintiva mondiale nella progettazione e costruzione di impianti, dislocata prevalentemente nella nostra Silicon Valley emiliana. Potremmo continuare anche con la leadership nella produzione di contenitori in vitro per soluzioni iniettabili e per vaccini.

In attesa che ReiThera e AstraZeneca completino il loro iter e possano dare il loro contributo alla campagna vaccinale, varrebbe la pena che a palazzo Chigi si chiedessero se le risorse del Recovery Fund possono esserci utili per sviluppare questo asset. La bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede risorse per l’acquisto dei vaccini e per la ricerca; forse qualche ragionamento circa un upgrade della nostra capacità produttiva potrebbe essere fatto. La presenza delle filiere sopra descritte potrebbe essere oggetto di verifica per candidare il Paese nella predisposizione di nuove (e aggiuntive) capacità produttive, integrate nelle diverse fasi e con distanze accorciate: non mancano competenze, territori, siti e volontà imprenditoriali, pur passando dalle necessarie autorizzazioni che devono essere adottate per le normative vigenti, europee ed extra-continentali.

Vi è inoltre una chiara volontà del comparto di ristrutturarsi: come descritto giovedì dal Sole 24Ore, è in fase di attuazione un progetto del Cluster Alisei – supportato da Farmindustria, Federchimica ed Eguaglia – di back reshoring (recuperò attività produttive) dalla Cina e dall’India che coinvolgerà circa 60 industrie e favorirà la creazione di 11.000 posti di lavoro (secondo i calcoli di Alisei), progetto che dà evidenza alla “riconfigurazione delle catene del valore” di cui si parla da tempo. Vedremo se questa crescita del settore riguarderà in particolare quei farmaci che sono al centro di questo progetto – paracetamolo, penicillina e ibuprofene – o se si spingerà oltre, per esempio alla produzione di vaccini.

L’Italia deve approfittare in modo intelligente dal Recovery Fund, il cui principale obiettivo è infatti quello di innovare le filiere produttive e di generare ricadute occupazionali: per quanto l’industria sia oggi molto automatizzata – e quella farmaceutica in particolare – sviluppare la produzione permette di accrescere servizi, la distribuzione naturalmente: ciò significa, anche, posti di lavoro. E, come già stiamo vedendo, la distribuzione del vaccino sarà impresa complessa.

Twitter: @sabella_thinkin

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