VACCINO REITHERA/ Perché lo Stato boicotta la terapia italiana?

- Edmond Dantès

L’azienda italiana ReiThera ha sviluppato un vaccino che ha superato brillantemente le prime due fasi, ma lo Stato nega i fondi per l’ultima decisiva sperimentazione

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LaPresse

Che fine ha fatto il vaccino ReiThera? Ce lo chiedevamo fino a qualche giorno fa, prima che venissero pubblicati gli esiti positivi della sperimentazione di fase due. Oggi la domanda è diventata un’altra, ancora più complessa perché declinata al futuro e dipendente da molte variabili tra loro interconnesse: che fine farà il vaccino ReiThera?

Se infatti la ricerca scientifica è proseguita con i risultati auspicati, l’inizio della terza ed ultima fase di sperimentazione dipende da scelte e fattori che sono indipendenti dalla volontà dell’azienda di Castel Romano, che si è trovata ad essere in attesa delle decisioni del nuovo Governo Draghi, influenzate inevitabilmente dalla recente decisione della Corte dei Conti di bloccare i fondi di finanziamento previsti.

In sostanza una tempesta perfetta, in cui oltre ai dipendenti dell’azienda i primi ad essere penalizzati sono gli italiani, perplessi di fronte all’immobilità che circonda un vaccino dimostratosi efficace nel 99% dei volontari dopo la seconda somministrazione, e quindi potenzialmente più affidabile non solo di AstraZeneca ma anche degli altri vaccini a mRna (Pfizer e Moderna) se i risultati venissero confermati anche nell’ultima fase di sperimentazione.

Bisogna mettere ordinatamente in fila gli eventi dell’ultimo anno per capire bene come si è arrivati a questa situazione paradossale in cui a parole tutti (ministri, il commissario straordinario per l’Emergenza Covid, presidenti di Regione etc.) dichiarano di voler investire sul vaccino italiano ma nei fatti praticamente nulla viene fatto né le promesse mantenute, se si pensa che la quasi totalità dei fondi previsti dalla prima fase in poi non sono mai arrivati a Castel Romano.

Risale a marzo 2020 l’accordo tra Spallanzani e ReiThera con l’annuncio del primo mini finanziamento di 8 milioni di euro: 5 dalla Regione Lazio e 3 dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). Nei mesi successivi, mentre inizia la prima fase di sperimentazione, scendono in campo Invitalia e l’Ad Domenico Arcuri, nominato anche commissario straordinario all’emergenza dal Governo Conte, i quali a febbraio 2021, con qualche mese di ritardo rispetto ai tempi auspicati, annunciano sia l’ingresso nella compagine azionaria dell’azienda Biotech col 27% sia un finanziamento di 81 milioni, di cui solo 41 a fondo perduto. La grandissima parte di essi non arriveranno mai: la Corte dei Conti a metà maggio blocca infatti il contratto di finanziamento sia perché l’investimento non poteva prevedere l’acquisto della sede operativa sia perché “la spesa per la realizzazione del solo impianto di infialamento e confezionamento ammonterebbe a 7,7 milioni e non raggiungerebbe la soglia di 10 milioni di euro prevista dalla legge”.

A tutto ciò si aggiunga che la linea che l’Unione Europea sta perseguendo è molto chiara e netta ed è stata indicata in modo esplicito nei mesi scorsi dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen: gli investimenti futuri saranno tutti concentrati sui vaccini a mRna come Pfizer e Moderna mentre gli ordini per i vaccini ad Adenovirus come AstraZeneca e Johnson & Johnson verranno interrotti dal 2022.

Insomma, un delitto perfetto in cui, come nel romanzo di Agatha Christie Assassinio sull’Oriente Express, la vittima è una e nota ma i colpevoli sono molti.

A questo punto, auspicandosi che non si arrivi veramente a bloccare per sempre ad un passo dal traguardo il progetto di ReiThera vanificando ciò che di buono è stato fatto fin qui, e a fronte di circa circa 60 milioni di euro necessari per completare la Fase 3, le opzioni sul tavolo sembrano essere tre: o lo Stato si decide a proseguire nel percorso intrapreso, investendo i soldi promessi e garantendosi un vaccino italiano, o l’azienda si troverà nelle condizioni di trovare altrove i propri fondi, cercando investitori privati, italiani o stranieri che siano. La terza e ultima opzione, più volte ipotizzata ma mai confermata ufficialmente, è quella che vede ReiThera mettere a disposizione i propri bioreattori e il proprio stabilimento a Castel Romano per produrre vaccini di altre aziende, anche a mRna se necessario.

La prima opzione sembra al momento la più valida e auspicabile ma, nell’eventualità non troppo remota che proseguisse quest’inerzia delle istituzioni coinvolte, non sorprenderebbe se la seconda o la terza opzione diventassero concrete.

In mezzo a tutte queste ipotesi l’unica cosa certa che possiamo affermare è che su temi come questi, e con i vaccini contro il Covid che con tutta probabilità diventeranno annuali come quelli antinfluenzali, ci saremmo augurati che prevalessero visioni di ampio respiro e di  lungo periodo, non solo di breve periodo: si stima infatti che siano circa 15 i miliardi di vaccini necessari per immunizzare l’intera popolazione mondiale e, a fronte di una capacità produttiva attuale di circa 10 miliardi di fiale, non possiamo certo permetterci di tenere in un cassetto un progetto ad uno stato così avanzato come quello dell’azienda di Castel Romano.

Sarebbe imperdonabile. Per gli italiani, che su questo vaccino puntano, ma anche per tutti i potenziali vaccinati nei paesi del Terzo Mondo che potrebbero veder salvata la propria vita grazie proprio a ReiThera e che invece rischiano di rimanere senza copertura vaccinale per l’inerzia delle nostre istituzioni.

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