Valerio Bianchini/ “Con Dan Peterson quante sfide, il basket italiano in sofferenza”

- Davide Giancristofaro Alberti

Valerio Bianchini è stato intervistato stamane su Rai Uno: ecco alcuni degli aneddoti raccontati dal grande allenatore di basket italiano

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Valerio Bianchini (Rai Uno)

Valerio Bianchini è considerato all’unanimità uno dei più grandi allenatori della storia della pallacanestro italiana. Fra Cantù e Pesaro, passando per Roma, il tecnico è stato in grado di vincere in Italia e in Europa, lasciando un segno indelebile nelle memorie dei tifosi: “Mi chiamano il vate? Erano gli amici giornalisti che mi prendevano in giro – racconta l’allenatore e talent scout su Rai Uno, a “C’è Tempo Per” – mi sembrava di capire che alcune cose si sarebbero verificate allora lo dicevo e si verificavano, ma erano cose logiche”. Bianchini ha allenato negli anni ’70-’80, durante la storica rivalità con un altro grandissimo del pallone a spicchi italiano come Dan Peterson: “Il grande scontro con Dan Peterson e è stato il massimo. Lui è un personaggio straordinario, unico americano che ha avuto successo in Italia come allenatore: quando arrivò lo prendemmo in giro ma ci ha messo tutti in saccoccia, è diventato un maestro in un momento, gli anni ’70, in cui il basket stava cambiando e diventava più professionale. è stato straordinario nel diffondere il verbo cestistico avendo scritto diversi libri, poi è diventato un personaggio tv avendo raccontato l’Nba e questo ha reso popolare il nostro gioco. Peterson – racconta ancora Bianchini – non mi perdonava il fatto che durante la settimana battibecavamo spesso, io mi tenevo l’ultimo battuta il sabato che andava sulla domenica e lui non poteva controbattere, e sta cosa lo faceva andare fuori di testa”.

VALERIO BIANCHINI: “UN CAMPIONE LO SCOPRO COSI’…”

Sul come riconoscere un campione: “Alberto Moravia parlando di poeti diceva che sono rari, ne nascono 3 o 4 al secolo e la stessa cosa vale per i campioni assoluti, sono persone che racchiudono dentro di se talmente tante caratteristiche… io la prima cosa che guardo in un ragazzo è il talento, è un dono che ha solo lui, un qualcosa di speciale. Poi guardo la fisicità e infine il ‘sacro fuoco’, quella passione, quella voglia di andare avanti che ti fa superare le delusioni… se ci sono queste tre cose allora si può iniziare a parlare di campione. Il periodo mio è stato il più bel basket della storia italiana – conclude il tecnico bergamasco – dopo la globalizzazione abbiamo iniziato ad avere una serie infinita di atleti stranieri, poi si è abbassato anche il livello finanziario. L’Italia soffre molto perchè mancano i giocatori italiani di alto livello”.

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