VARIANTE DELTA/ “Per non finire come la Gran Bretagna bastano due mosse”

- int. Girolamo Sirchia

Casi a Milano e in Puglia: la variante Delta preoccupa. Ma può essere arginata se si fanno le due dosi di vaccino nei tempi prescritti e con il tracciamento

bollettino vaccini
Il generale Francesco Paolo Figliuolo, commissario Covid (LaPresse)

Ottantuno casi in Lombardia, comunque in calo a giugno rispetto a maggio, mentre sale la paura in Puglia, dove sono stati già individuati due cluster a Brindisi e 25 positività, ma il numero di infetti potrebbe essere più alto. Se in Gran Bretagna spaventa, la variante Delta (indiana) in Italia viene tenuta sotto osservazione, per evitare che possa accendere nuovi focolai, vista la sua elevata trasmissibilità. Per contrastarla con una certa efficacia, l’unica arma a disposizione, al di là delle solite misure precauzionali, restano i vaccini.

Come ha ricordato l’immunologo Sergio Abrignani, membro del Cts, “il pericolo maggiore contro le varianti è non fare la seconda dose”. Ma in pieno caos AstraZeneca, che può rallentare la campagna vaccinale, si corre il rischio che la variante Delta possa avere il sopravvento? Che cosa sarebbe meglio fare? Lo abbiamo chiesto a Girolamo Sirchia, ex ministro della Salute.

In Gran Bretagna la variante Delta fa crescere i casi del 64% a settimana. In Italia si parla dei casi in Lombardia e soprattutto in Puglia. Dobbiamo temere la stessa evoluzione?

In Gran Bretagna hanno deciso di puntare sulla somministrazione di una dose sola, ritardando la seconda. L’immunità che hanno evocato non è elevata come per coloro a cui sono state inoculate entrambe le dosi. Con una sola dose si parla di risposta immunitaria del 30-40% contro l’80%. Quindi sono già più esposti al rischio infezione di una variante che è più trasmissibile. E’ chiaro, poi, che seppur limitato il rischio esiste, ci può essere una quota di popolazione che non ha risposto all’immunizzazione o perché immunodepressa o perché assumeva farmaci o per altri motivi, ma là dove è stato fatto il regolare richiamo, senza improvvisazioni, il fenomeno non esiste. Ogni variante cerca di superare le difese che noi mettiamo in campo. Non è quindi da escludere che possa insorgere una variante pericolosa che possa sfuggire al vaccino. Ecco perché non possiamo prescindere dalle giuste precauzioni in fatto di mascherine e distanziamento, ma non dobbiamo preoccuparci troppo.

Perché?

Perché oggi abbiamo una piattaforma produttiva dei vaccini così flessibile e pronta che in due mesi è in grado di tirar fuori un siero contro qualunque infezione virale. Abbiamo armi che ci permettono di guardare al futuro con maggior ottimismo.

Il rischio di ricovero in ospedale per la variante Delta è quasi doppio rispetto a quello della variante Alfa (inglese), ma due dosi di vaccino forniscono comunque una forte protezione contro il mutante, sebbene inferiore rispetto a quella contro la variante inglese. Non sarebbe il caso di accorciare la distanza tra prima e seconda dose?

In medicina esiste una regola d’oro che andrebbe sempre rispettata senza eccezioni: bisogna seguire le indicazioni dell’azienda produttrice del farmaco, in questo caso del vaccino. Sono indicazioni che non scaturiscono dalla fantasia, sono frutto delle sperimentazioni che hanno portato alla realizzazione del vaccino. Somministrarli in altro modo, al di fuori dei protocolli di sicurezza ed efficacia garantiti dalla società farmaceutica, è un errore che va condannato a priori. Anche perché questo avviene non su dati consolidati, ma su impressioni e su piccoli gruppi a cui è andata bene. Insomma, è un comportamento non scientifico, pericoloso, che espone al rischio di fallire.

Il premier Johnson ha rinviato la revoca delle restrizioni. Corriamo anche noi il rischio di una nuova mini-stretta?

Dipende da quanti e quanto grandi focolai di contagio si accenderanno in Italia. Il tracciamento è lo strumento principale per soffocare i cluster: se si contano sulle dita di una mano è un conto, ma se diventano centinaia o migliaia il tracing non è più applicabile. Dunque, finché avremo un focolaio a Milano e un altro a Brindisi, è lì ci diamo da fare con il tracciamento, non succede nulla. Se invece la situazione non viene governata – e su alcune riaperture, come le palestre, siamo stati a mio avviso un po’ precipitosi -, se la gente continua a non portare correttamente la mascherina e ad affollare gli ambienti chiusi, i rischi aumentano. Siamo sempre noi la causa dei nostri mali.

A proposito di tracciamento, il numero dei casi in Italia sta scendendo anche perché si fanno sempre meno tamponi. E’ una scelta che rischiamo di pagare cara in autunno con un brusco colpo di coda della pandemia?

Nessuno ha la sfera di cristallo, ma ho l’impressione che alcune Regioni, alcune Asl e molte persone abbiano pensato: è tutto finito. Non c’è nessuna libertà da riconquistare, semmai c’è un’infezione pandemica che gira ancora e se non ci si adegua, si corre il rischio di finire male. Per fortuna ci sono i vaccini che continuano a metterci una pezza, e guai se non ci fossero stati. Il buon senso ci dice che un’infezione, come avviene da secoli, si combatte con la prudenza e con la disciplina. Non dobbiamo dimenticare che abbiamo scampato un pericolo mortale grazie allo sforzo mostruoso della scienza che ha prodotto in tempi record una serie di vaccini, altrimenti saremmo andati incontro a un’ecatombe.

Per tenere a bada le varianti il sequenziamento è decisivo. In Gran Bretagna viene fatto a tappeto. Da noi?

Il sequenziamento in Italia potrebbe e dovrebbe essere potenziato, dovremmo disporre di più laboratori dedicati a questa attività, perché più precocemente potremmo identificare nuovi ceppi e varianti che oggi magari sfuggono per un certo periodo. Va detto però che alla prova dei fatti questa debolezza non ha comunque provocato grandi danni.

Caso AstraZeneca: giusto prescrivere la vaccinazione eterologa – sulla cui efficacia l’Istituto Spallanzani di Roma ha avviato ieri uno studio – per gli under 60 che hanno fatto la prima dose con Vaxzevria?

Il crossing vaccinale è una scelta dettata da buon senso e precauzione, assunta in base alle conoscenze finora disponibili. AstraZeneca ha complicanze molto rare, legate alla produzione di un auto-anticorpo contro una combinazione di un fattore piastrinico con un pezzo del virus che genera un nuovo antigene che a sua volta scatena la piastrinopenia con coagulazione intravascolare.

Anche se molto raro, quindi, un rischio esiste. Che cosa sarebbe meglio fare?

Prima di somministrare questo vaccino bisogna stare attenti almeno a valutare se ci sono dei fattori causali che messi insieme possono aumentare il rischio: se un soggetto è un forte fumatore, se una persona prende la pillola anticoncezionale o altro trattamento ormonale, se ha le varici… In quel caso la prudenza induce a fare un vaccino diverso da AstraZeneca.

La circolare del ministero sul mix di vaccini ha un po’ disorientato le Regioni e i medici di medicina generale lamentano la vaghezza dell’Aifa. C’è un problema di chiarezza nella comunicazione e di efficacia nelle decisioni?

In questo anno e mezzo la comunicazione è stata non buona. Hanno parlato troppe fonti, anche istituzionali. Se la comunicazione si presta a equivoci, la gente si disorienta, ha paura e se ha paura le reazioni diventano più viscerali e meno razionali. Sarebbe il caso, come già fanno altri paesi, che ci sia una voce unica, riassuntiva di tutte le posizioni istituzionali. Occorre avere una regia per saper soppesare tutte queste posizioni, perché tutti hanno il diritto di esprimerle in camera caritatis, ma poi vanno filtrate e condensate in una decisione univoca. C’è la possibilità di non ripetere più l’errore e di far meglio.

Come comportarsi con chi ha paura e non vuole farsi vaccinare con AstraZeneca? E’ il caso di introdurre l’obbligo di vaccinazione?

No. Premesso che è vietato per legge imporre una terapia a chicchessia, partire dagli obblighi per ottenere qualcosa è sempre controproducente.

Ha ancora senso il sistema a colori per le Regioni?

Serve a far capire alla gente i livelli di rischio, ma può avere dei risvolti negativi: è sbagliato concepire la zona bianca come un liberi tutti.

“A fine luglio finisce lo stato di emergenza, l’obiettivo è non prolungarlo”: lo ha affermato il ministro della Salute, Roberto Speranza. E’ d’accordo sul fatto che sia venuto davvero il momento di revocarlo?

Lo stato di emergenza è un atto amministrativo, non è che poi cambia granché. Certo, dipende da come andrà l’epidemia. Speriamo che continui a migliorare e vada a spegnersi, senza sorprese autunnali.

(Marco Biscella)



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