VERBALI CTS E GOVERNO/ “Chiudere tutto: una ‘persecuzione’ che si chiama centralismo”

- Paola Binetti

Il governo ha puntualmente usato le raccomandazioni del Comitato tecnico-scientifico (Cts) per irrigidire le restrizioni

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Presidio di emergenza anti-coronavirus (LaPresse)

L’appuntamento tardo-pomeridiano con i membri del Cts, tutti personaggi autorevoli del mondo scientifico italiano, e in pochi casi anche del mondo scientifico internazionale, ci ha accompagnati lungo tutto il lockdown. Compresi il sabato e la domenica; con alcune voci che avevamo imparato a riconoscere per l’accento inconfondibile; di molti avevamo cercato su internet i vari curricula, chi erano, che facevano, in che cosa si fondava la loro autorevolezza… Il Comitato tecnico-scientifico era diventato un ospite quotidiano delle nostre case; i loro numeri ci davano sicurezza, anche quando ci imponevano scelte molto dure; anche quando non eravamo d’accordo, ma accoglievamo l’esperienza, la saggezza, il tono pacato. Ci sembravano decisamente più affidabili di molti uomini politici impegnati al governo in questo o quel ministero.

La fiducia aveva cominciato ad incrinarsi davanti a tre fatti innegabili: come mai i super-esperti, scienziati rigorosamente fondati sulle evidenze scientifiche, su quella oggettiva verità della scienza che imponeva le sue regole anche al Capo dello Stato e al Capo del Governo e a volte anche al Santo Padre, come mai in certe occasioni si contraddicevano in modo così plateale? Perché litigavano tanto attraverso i media, arrivando perfino ad insultarsi e a denunciarsi reciprocamente? Sembrava proprio che qualcosa non funzionasse per il verso giusto.

Di qui la curiosità ogni giorno più incalzante di sapere cosa ci fosse in quelle loro relazioni più segrete di un segreto di Stato; cosa avessero scritto di tanto riservato da non poter essere conosciuto da noi che pure lottavamo giorno per giorno per metterlo in pratica, con una spada di Damocle sospesa sulle nostre teste, che minacciava multe e sanzioni se solo non avessimo eseguito alla lettera quanto da loro indicato.

Ma c’era un terzo elemento che col tempo destava una curiosità crescente: la lotta di potere tra le istituzioni, tra il governo centrale e il governo regionale. Quel nodo che passava per Alzano e Nembro, dove sembrava che ogni storia avesse avuto inizio, nella tragica vicenda lombarda. Anche su quel punto volevamo capire qualcosa di più, perché una Lombardia così martoriata dal virus ci straziava l’anima con le sue morti e capovolgeva radicalmente il paradigma della Qualità in sanità, che in Italia aveva sempre visto la Lombardia in pole position.

E dobbiamo dire che la lettura delle carte, quelle almeno che sono state pubblicate, hanno risposto solo in parte alla nostra legittima, e in alcuni casi doverosa curiosità. Curiosità di cittadini, di medici e di parlamentari. Quel silenzio ostinato che obbligava a credere quasi per fede quanto non era possibile verificare per scienza, ha creato in molti di noi un vero e proprio conflitto di coscienza. L’asse strettissimo tra Cts e Consiglio dei ministri, quel nodo decisionale in cui ogni decisione prendeva forma traducendosi in un imperativo categorico per tutti gli altri, non era facilissimo da accettare. E se l’opposizione sbraitava perché non si sentiva coinvolta, mentre l’unico desiderio era quello di collaborare a servizio del Paese, la maggioranza taceva per fair play parlamentare, ma non era certo più coinvolta di noi e subiva decisioni su decisioni, decreti su decreti, senza neppure sapere cosa contenessero. L’argomento principe era uno solo: L’ha detto il Cts. E il Cts rappresentava il nuovo “parlamento”, non solo come organo consultivo del governo, ma in gran parte anche come organo deliberativo, con un potere infinitamente superiore a quello del Parlamento.

Ma ora che i documenti sono stati desecretati ci rendiamo conto che restano ancora infinite domande senza risposta.

La prima riguarda le pagine smarrite, escluse, strappate, cancellate, risecretate della vicenda Alzano-Nembro. Lì è in gioco una posta altissima, non solo di chi è la colpa: da un lato Fontana-Gallera e dall’altro Conte-Speranza, ma anche la vera e propria catena decisionale tra potere centrale e potere regionale. A chi toccava la responsabilità di chiudere: chi ha deciso o ha deciso di non decidere. Il dibattito di ieri in Senato, con l’approvazione della legge elettorale in Puglia, in cinque (sic!) giorni di un decreto del premier Conte per sostituirsi a Emiliano che non voleva quote rose nella sua campagna elettorale, ha mostrato fino a che punto il volere del premier diventa una freccia appuntitissima per ottenere quel che vuole, quando vuole e come vuole, scavalcando chi vuole.

La sostituzione del potere centrale al potere regionale, giustificata anche sulla base di alcuni articoli della nostra Carta costituzionale, pur di garantire un principio considerato prioritario, ha mostrato senza dubbio alcuno che se Conte avesse voluto, davanti all’emergenza da Covid, avrebbe potuto sostituirsi a Fontana nel giro di poche ore. Ma quei fogli mancano! Cosa sia accaduto ad Alzano e Nembro non lo sapremo, non ce lo diranno gli atti legati alle decisioni del Cts e al loro recepimento del governo. Ma sappiamo che il governo avrebbe potuto!

Siamo davanti a un approccio tipico del modello Lombardia, meno centripeto, fondato su di una rete di sussidiarietà positiva, che rispetta gli organismi intermedi, che governa attraverso forme di decentramento democratico, che ha fatto dell’integrazione pubblico-privato un asse portante del rispetto per la competenza di tutti e ognuno. Ma in contrapposizione c’è un centralismo democratico come quello del Conte 2, che ha assommato Dpcm serviti al Parlamento avvolti in una fiducia obbligatoria, da rendere a stretto giro di posta, possibilmente con centinaia di articoli in tempi sempre più stretti, in modo da renderne impossibile lo studio. Cosa sia passato in quel famoso dialogo di cui ci è stato servito un pessimo audio e mancano i documenti che avrebbero dovuto rendere giustizia, a chi aveva ragione, è difficile capire dove sia stato il nodo decisionale tra chi diceva apri e chi diceva chiudi… Né è dato capire cosa dicesse il Cts, in mezzo ai due litiganti e con le conseguenze che sono ancora sotto gli occhi di tutti.

Quel che è certo è che leggere i famosi documenti del Cts, finora secretati, riserva una serie di sorprese anche per chi sta ancora nel governo, come il viceministro Sileri. Sia ben chiaro che non ci consola affatto sapere che lui non sapesse nulla! Anzi ci inquieta ancora di più, trattandosi di un viceministro che solo ieri ha appreso cosa ci fosse nelle carte. Ma come avrà potuto prendere le decisioni di sua competenza nell’arco di questi mesi, se un qualunque virologo contava più di lui? In un’altra Repubblica avrebbe già dato le dimissioni da un pezzo per evidente sfiducia operativa da parte dei suoi colleghi di governo e di partito.

Ma dalle carte emerge anche un altro fattore interessante: il governo ha sempre interpretato le decisioni del Cts in chiave di irrigidimento e di restrizioni, complicando la vita degli italiani nei modi che tutti sappiamo e che ancora viviamo. Il governo ha preso, delle proposte Cts, soprattutto quelle che in modo semi-persecutorio hanno imposto la chiusura totale delle chiese, delle scuole, dei parchi, di tutti i centri commerciali, dei bar e dei ristoranti, condannando tutti gli addetti ai lavori ad un fallimento che ci insegue di settimana in settimana. Supplendo poi con misure di esclusivo sapore assistenziale come bonus, cassa integrazione, reddito di emergenza, ecc… 

La bellezza dello spirito d’iniziativa fatto di prudenza e di saggezza è stato ripetutamente mortificato, schiacciato in una logica centralizzata aberrante, come quella che ha riportato lo Stato in Alitalia, nell’Ilva, in qualsiasi grande o piccola azienda lo Stato è tornato a governare, dimenticando il fallimento a cui ci aveva per l’appunto condotto il centralismo statale.

Lontani i tempi del famoso slogan più Persona e meno Stato. Ora siamo dominati da una logica per cui se non le fa lo Stato, le cose non si possono fare. È la grande aberrazione della Azzolina, che dopo aver umiliato le scuole paritarie, obbligandole ad una chiusura che penalizza le più piccole, quelle più prossime alle classi sociali più modeste, ora si diletta con dichiarazioni che si contraddicono momento per momento, ignorando diritti e doveri dei genitori e dei docenti e lasciando gli studenti in una babele di lingue, di modelli, di orari e di programmi, in cui al centro del sistema c’è solo il banco.

Voglio chiudere queste riflessioni con alcune parole del viceministro Sileri, il quale afferma che il lockdown è arrivato perché “i dati cambiavano ogni ora”, quindi “si è deciso di procedere con la chiusura”. E questa scelta per Sileri è stata “coraggiosa e la migliore”. Ossia davanti alla impossibilità di cogliere il senso di dati in evoluzione continua, è sembrato che congelare l’intero sistema in una sorta di bolla incomunicata e incomunicante fosse la soluzione più opportuna.

Ecco, su questo è ancora possibile esprimere perplessità sull’agire del governo e sulla sua capacità di interpretare le proposte del Cts: se il dato cambia e non so perché cambia, allora meglio fermarsi tutti in attesa di tempi migliori… Chissà cosa dice di questo la relazione del Cts, perché non è facile immaginare cosa farebbe un gruppo di scienziati davanti ad una situazione che evolve, se non continuare a studiare, ad osservare e a monitorare. Certamente non strappare la pagina con i dati che non mi piacciono; o non silenziare i dati che non sono conformi all’ipotesi di partenza.

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