VERSO PASQUA/ Quella Via Crucis che ricorda la festa della Resurrezione

- Gianni Foresti

In tempi di pandemia le opere d’arte circolano anche in video sui social. È il caso della Via Crucis realizzata da Raffaella Surian

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Verso il Golgota - Terre e pastelli e Verso il Golgota col Cireneo di Raffaella Surian

Ogni tanto penso che la creatività di Dio e il suo umorismo nei nostri confronti sia infinito. Non è sbagliato il nostro darsi da fare, anzi, ma al fondo dobbiamo riconoscere che non siam noi gli artefici della nostra vita. E qui la questione si fa dura…

Stimo gli amici che in quest’anno difficile si sono mossi non solo per portare a casa la michetta, penso a Walter Muto con Suonate le campane e le sue serate musicali a tema; Carlo Pastori apparso in questi giorni sui giornali con il suo triciclo con tanto di amplificazione per raccontare storie in musica; gli incontri e testimonianze dal mondo su vari temi. Niente a che veder coi virologi o presunti tali che ogni sera affollano la tv, la maggior parte retribuiti.

Se i concerti dal vivo, le mostre, i teatri e il cinema sono stati stoppati, la creatività umana ha prevalso. E qui sta bene c’è, un uomo in azione.

Internet è diventato il treno, l’aereo per muoversi. Chiaro che non essendo ingenui si può affermare con certezza che il mondo virtuale ci controlla e si insinua nelle nostre vite. Le varie piattaforme social ci hanno invaso di contenuti, più o meno interessanti, più o meno costruttivi. Volenti e nolenti è l’unica strada.

Per la Santa Pasqua vi presento quest’anno non un film ma un video con a tema la Via Crucis, con testi di San Giovanni Paolo II del 1991. È un ciclo di 14 stazioni realizzato da Raffaella Surian, artista lombardo/veneta, attiva da tanti anni. Non sono un critico d’arte, ma sicuramente proporre una mostra via Facebook, WhatsApp, Instagram cambia il modo di intendere e concepire una mostra. Piccolo esempio, più di sette/otto minuti non si possono presentare, sennò l’attenzione cala, rimirare un video non è mai come guardare un quadro dal vivo. Lo sforzo va comunque premiato.

Una cosa mi ha colpito de La Via Crucis di Raffaella: quando fu esposta al Museo Diocesano di Milano (2013), rimasi attratto dai colori utilizzati, è una Via Crucis che esprime speranza, per me i colori vivi e intensi sono sinonimo estetico di una bellezza che nel caso della Via Crucis è la consapevolezza che dopo il dolore e la morte c’è la Resurrezione. È una percezione personale, non da esperto.

Lo dice molto meglio di me il curatore della mostra, il Prof. Paolo Biscottini: “Ora questi sentimenti dell’oggi, della natura, della realtà, questa percezione del vero entrano in questa Via Crucis, che dunque non è solo spirituale (è fortemente spirituale e anche decisamente sacra), per la sua capacità di calarsi nella dimensione del quotidiano. Ecco, questo mi ha sorpreso, mi ha molto commosso, mi ha colpito… come a dire nella Via Crucis racconto di me, racconto dei volti delle persone con cui vivo, racconto cose concrete; la Via Crucis non è una via astratta è una via concreta, dolorosa ma anche festosa perché poi condurrà, come si vede nel dipinto che abbiamo aggiunto, condurrà alla Resurrezione.”

L’altra cosa che mi ha colpito è stata la musica che ha accompagna il video. È del Maestro Roberto Andreoni non a caso anche il suo coinvolgimento è stato notevole e riassume meglio di me il senso della sua interpretazione musicale: “Tuttavia, l’impressione profonda ricavata dalle stazioni della Via Crucis di Raffaella avevano impresso in me un senso di profondità e di dolore, con quelle linee incompiute, intricate, aggrovigliate dentro e fuori dai contorni, icone espressive senza essere sentimentali, sguardi tesi, un sudario che avvolge Cristo-larva come rappresentazione della sua morte-nascita… Ho preso la registrazione già esistente di tre delle mie Sacred Folk Songs per Violino e Archi, a loro volta basate sulle melodie di tre Cantigas e Chançons medievali dedicate alla Vergine e ci ho lavorato, sottoponendole alla tortura del mio software: dilatate in lungo (nel tempo) e in largo (nel registro), stratificate su se stesse in un pulviscolo di lamenti, polvere, sudore e sgomento lontano e confuso, riverberate ed equalizzate come una folla all’aperto. A questo ho aggiunto qualche rintocco funereo di timpani e l’invocazione sovracuta di un flauto mediorientale, come se un uccello invisibile echeggiasse il grido di ‘Eli, lama sabachtani!'”.

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