VIA IL MES?/ Ecco le altre strade per governare l’Italia dall’esterno

- int. Domenico Lombardi

La strada del ricorso al Mes non è più praticabile. Per questo si può parlare di una sua riforma. I rischi per l’Italia rimarrebbero però intatti

Ue Borrell Coronavirus Recovery fund
La sede della Commissione Ue a Bruxelles (Lapresse)

«Nei mesi scorsi si è dato per scontato che con la crisi determinata dalla pandemia alcuni Paesi, tra cui l’Italia, avrebbero dovuto richiedere il supporto del Mes. Ciò non è avvenuto, anzi vi sono potenziali destinatari che hanno chiuso definitivamente la porta a questa opzione. Per questo credo che il Presidente del Parlamento europeo si sia reso conto della necessità di uscire dall’angolo dentro al quale alcuni politici, soprattutto italiani e delle forze di maggioranza, si erano volontariamente chiusi». Così Domenico Lombardi, ex consigliere economico del Fmi, commenta le parole di David Sassoli, che in un’intervista a Repubblica ha parlato della necessità di riformare il Meccanismo europeo di stabilità.

Ormai quindi non ha più senso parlare di ricorso al Mes per l’Italia…

Come ho già evidenziato nelle precedenti interviste, il nostro Paese non ha problemi di liquidità ed è in ogni caso in grado di raccoglierla sui mercati a condizioni competitive. In generale esistono i prestatori internazionali che offrono opportunità ed eventuali soluzioni, ma sempre sotto il controllo dei Paesi sovrani che sono in ultima analisi chiamati a scegliere di quali strumenti e opzioni avvalersi, tempo per tempo.

Sassoli ritiene necessario riformare il Mes per “renderlo uno strumento comunitario, non più intergovernativo”. Cosa ne pensa?

Ci sono due aspetti che non sono mai emersi con chiarezza nel dibattito italiano sul Mes. Il primo è che è stato istituito per fronteggiare crisi finanziarie asimmetriche, come quella del debito sovrano, localizzate quindi in alcuni Paesi. Infatti, c’è stato chi vi ha fatto ricorso, in passato, come la Grecia, il Portogallo o la Spagna. Il secondo aspetto lo ricorda implicitamente lo stesso Sassoli: il Mes è a trazione tedesca.

Sassoli però non nomina nemmeno la Germania…

Nel momento in cui afferma che il Mes va riformato in modo che non sia governato più “dalle logiche dei governi, in cui prevalgono quelle dei più forti”, sta dicendo che il Mes è a trazione tedesca: basti pensare, da un lato, a chi è il maggior azionista del Meccanismo europeo di stabilità; dall’altro, a chi ha condizionato in modo determinante decisioni, contenuti e condizionalità dei programmi di aggiustamento macroeconomico in questi anni. Trasformarlo in un’istituzione comunitaria darebbe qualche garanzia in più dal punto di vista formale. All’atto pratico, però, la storia mostra che anche in ambito comunitario ci sono delle dinamiche, magari più sottili o più informali, che di fatto danno ad alcuni Paesi un potere smisuratamente più forte rispetto ad altri. Negli anni ci sono stati molti interventi comunitari che sono stati plasmati sulla base degli input provenienti dalle capitali di specifici Paesi. Pensiamo all’Unione bancaria e al modo incompleto con cui è realizzata, a dispetto delle promesse iniziali.

Dunque sulla carta un Mes comunitario rappresenterebbe un cambiamento, ma nei fatti…

Nei fatti bisognerà vedere. Ritengo utile evidenziare che i prestatori internazionali, come per esempio il Fmi, nel tempo hanno via via attenuato le condizionalità, sforzandosi di formularle sempre più in partnership con i Paesi beneficiari dei prestiti. Il Mes non ha mai fatto tesoro di questo patrimonio di esperienze ed è nato per applicare, invece, forti condizionalità. Se dobbiamo ragionare su una riforma del Mes credo occorra avere in mente un modello cooperativistico.

Può essere più specifico?

Mi riferisco a un organismo dove l’elemento cooperativistico sia prevalente rispetto a quello sanzionatorio, come, a torto o a ragione, viene percepito il Mes. Un organismo, intendo dire, nel quale i Paesi fungano o siano percepiti più come azionisti che non come Paesi da disciplinare in qualche modo. Una tale istituzione, chiaramente da creare, dovrebbe innanzitutto evitare di dividere, nello stesso cortile (o regione), i Paesi in due gruppi: i buoni e i cattivi. Anche perché sono tutti azionisti: basti pensare che l’Italia ha il 18% del capitale del Mes, la Francia, che è il secondo azionista, poco di più, cioè il 20%. Temo, tuttavia, che alla fine per trovare una quadra si ripiegherà su una riforma magari politicamente più fattibile, ma meno ambiziosa, che finirà di fatto col fallire l’obiettivo. Si arriverà quindi a riformare poco il Mes rispetto a quelle che sono le aspettative che lo stesso Presidente del Parlamento europeo tende a stimolare.

Sassoli, come Gualtieri, fa parte del Pd, la forza politica che più in Italia ha spinto e spinge per il ricorso al Mes sanitario. Perché il Presidente del Parlamento europeo e il ministro dell’Economia vanno contro la linea del loro partito?

Credo che si siano semplicemente resi conto che, nel contesto attuale, il ricorso al Mes è un’opzione ormai da archiviare: dal punto di visto economico e finanziario non presenta alcuna utilità; da quello politico, poi, rischia di trasformarsi in un campo minato dentro la stessa maggioranza. Lo stesso Governo lo ha compreso bene e si è voluto sganciare da un percorso che vedeva politicamente irto di difficoltà, anche perché nessun altro Paese si è avvalso del Mes, ma ha anzi chiuso ogni possibilità di farvi ricorso da tempo. Conte si è mosso per primo con la famosa risposta a una domanda evidentemente concordata in una conferenza stampa dedicata a tutt’altro tema e Gualtieri gli è andato a ruota il giorno seguente. Alcuni esponenti del Pd, quindi, cercano di riposizionarsi per non trovarsi chiusi nell’angolo, politicamente parlando. Fare retromarcia sul Mes non significa però rinunciare all’obiettivo di un condizionamento esterno di quel residuo margine di sovranità che l’Italia mantiene nelle sue scelte di politica economica.

Come si potrebbe raggiungere ora questo obiettivo?

Credo occorra fare molta attenzione a quanto ha detto il commissario agli Affari economici Gentiloni la settimana scorsa a proposito di una sospensione del Patto di stabilità e crescita fino al 2022 o addirittura a parte del 2023. Secondo gli esperti, l’anno prossimo si riuscirà a stabilizzare definitivamente il quadro degli effetti epidemiologici della pandemia, ma gli effetti economici permarranno per parecchi anni a venire, soprattutto nei Paesi più fragili, come l’Italia, dove il debito pubblico sta continuando a crescere per garantire gli indennizzi alle attività penalizzate dalle misure di lockdown. Quindi paventare già oggi una reintroduzione delle regole del Patto di stabilità e crescita nel 2023 deve destare preoccupazione, perché l’Italia non sarebbe in grado di sopportarne l’applicazione.

Cosa potrebbe accadere?

Verosimilmente alcuni Paesi cominceranno a manifestare segni concreti e forti di ripresa, mentre l’Italia si troverà in una condizione più fragile e potrebbe essere enormemente penalizzata dal ritorno in vigore delle regole del Patto di stabilità e crescita. Di certo si aprirà una trattativa in cui il nostro Paese avrà perso la forza contrattuale che oggi gli deriva in forza della simmetria degli effetti della pandemia sull’economia europea. Sarà interessante misurare concretamente quanta della solidarietà europea di questo frangente di crisi simmetrica resterà nel momento in cui gli effetti economici della crisi si attenueranno in alcuni Paesi, ma non necessariamente in altri.

Sassoli ritiene necessario rendere permanenti le emissioni di debito comune e creare un Tesoro a livello europeo e si esprime favorevolmente sulla cancellazione dei debiti contratti dai Governi per rispondere alla crisi. Cosa ne pensa? Si tratta di misure positive per l’Italia…

Partiamo dall’emissione di debito comune che, in sé e per sé, è ovviamente una proposta di grande interesse. Sarà, nel caso, molto importante studiare nei dettagli la proposta, perché è probabile venga condizionata a una serie di contropartite. La possibilità di emettere Eurobond potrebbe, per esempio, essere condizionata all’accettazione della reintroduzione del Patto di stabilità nel 2023, che, come detto poco fa, sarebbe per noi molto penalizzante. Quanto alla creazione di un Tesoro europeo, non la vedo favorevolmente.

Perché?

Perché credo che in molti Paesi europei non ci siano le condizioni politiche e di consenso per dare corso a una proposta del genere. In fondo si tratta della stessa impostazione del Mes e non sarebbe saggio ostinarsi sulla strada dell’imposizione dell’integrazione dall’alto. Ritengo che l’Europa debba mostrare la sua utilità pratica ai cittadini offrendo prioritariamente, specialmente in un frangente come quello attuale, soluzioni e risposte quanto più rapide possibili alla crisi. Solo dopo si potranno eventualmente intavolare dei negoziati su ulteriori proposte di integrazione.

E quanto all’ipotesi di cancellare il debito contratto dai Governi per rispondere alla crisi?

Anche in questo caso occorre prestare attenzione. Effettivamente i debiti che in questa fase sono cresciuti oltremodo rispetto al Pil non potranno essere gestiti solamente con l’avanzo primario, vale a dire limando la spesa pubblica e aumentando lievemente le aliquote di imposta. La cancellazione del debito dovrebbe, in qualche modo, passare attraverso un’azione della Bce, a causa degli ingenti quantitativi di titoli di Stato che si ritrova in portafoglio. Ma la Bce è un’istituzione indipendente che Christine Lagarde sta cercando di rendere più proattiva e pragmatica nella gestione dei suoi interventi, smussando le contrapposizioni tra i rigoristi e i membri più pragmatici del suo board. Il fatto che il Presidente del Parlamento europeo, magari senza volerlo, offra delle indicazioni, implicite o esplicite, nei confronti dell’Eurotower rischia di complicare il lavoro della sua Presidente dando maggiore trazione ai rigoristi proprio alla vigilia di importanti decisioni che il board della Bce sarà chiamato a prendere tra meno di un mese. Dovrebbero infatti essere ulteriormente ampliati gli interventi per fronteggiare le conseguenze deflazionistiche della pandemia, di fatto consentendo agli Stati membri di gestire più agevolmente i propri debiti e a minor costo.

A proposito di Lagarde, la Presidente della Bce ha recentemente rilanciato delle preoccupazioni per gli effetti che questa crisi, via Npl, potrebbe avere sulle banche. Nelle scorse settimane Enria, Presidente del Consiglio di vigilanza dell’Eurotower, è tornato a parlare di una bad bank europea. Si supereranno le resistenze tedesche su questo fronte?

L’Eurozona già da tempo si è dotata di un meccanismo di vigilanza bancaria comune, il Single Supervisory Mechanism. Quindi logicamente non dovrebbe esserci nessun elemento ostativo a immaginare una bad bank europea. Il problema è che in ambito bancario sono state introdotte una serie di misure senza la necessaria simmetria. Per esempio, abbiamo sì introdotto la vigilanza comune, ma non il conseguente meccanismo di assicurazione dei depositi. E non certo per colpa dell’Italia. Anche nel caso della bad bank potremo verificare quanto gli altri Paesi siano effettivamente europeisti.

C’è il rischio di un negoziato che porti all’approvazione di questa bad bank ma che richieda delle concessioni da parte dell’Italia?

Chiaramente per il tema e la portata dell’iniziativa vi sarà un negoziato di tipo politico, a prescindere dalla sede tecnica nell’ambito della quale si svolgerà. Quindi sicuramente ci saranno contropartite che costringeranno i Paesi della cintura meridionale dell’Eurozona a ulteriori concessioni.

(Lorenzo Torrisi)

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