VINILMANIA/ Vinyl room, canzoni da una stanza, i nostri glory days

- Paolo Vites

I negozi di dischi ormai non esistono quasi più. Per una generazione quei luoghi sono stati momenti che hanno segnato la nostra vita

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Un negozio di dischi

Do you believe in rock ‘n’ roll

Can music save your mortal soul               

(American Pie, Don McLean)

La Standa in Piazza Roma. La stessa piazza dove fino a un paio di anni prima andavo a giocare con gli amichetti, a saltare sulle catene di ferro che (in teoria) dovevano impedire di salire sulla statua dove comunque salivamo. A correre in bicicletta, a giocare a nascondino. La Standa dove fino a poco tempo prima andavo insieme alla mamma a comprare vestitini. La Standa, dove con il regalo per la promozione all’esame di terza media (5mila lire) comprai il mio primo disco, Desire – uscito qualche mese prima – di Bob Dyan (era inizio estate del 1976). Nonostante il saggio consiglio di mio fratello maggiore: “Attento che non tutti i dischi di Dylan sono belli”. A mia insaputa doveva aver ascoltato Self Portrait.

La Standa, dove con mia grande disperazione la commessa non riusciva a trovare il disco tanto agognato, da quando un paio di mesi prima per puro caso avevo visto alla tv Bob Dylan eseguire dal vivo Hurricane. Quel momento in cui la mia vita cambiò, fu catturata da un vortice di emozioni mai provate prima in cui l’unico desiderio divenne avere quel disco. La commessa poi lo trovò e mi corresse con tono altezzoso: “Ah Desirée”. Alla francese. Ma che c…o.

La Standa che divenne quell’angolino dove tenevano i vinili, il mio rifugio. Scartarli uno a uno, ben sapendo di non avere i soldi per comprarli, ma che piacere, che gioia guardare le copertine. The Stills-Young Band, Long may you run, lo compro o non lo compro? Mi piacerà? Non posso rischiare i pochi soldi in tasca.  E alla radio avevano detto che non erano più quelli di una volta, quelli incazzati con le chitarre elettriche furiose, che si erano ammorbiditi. In effetti quando finalmente lo avrei ascoltato a parte un paio di pezzi era il classico disco “da spinello”, da addormentarsi. Però la copertina mi affascinava, lo volevo. E poi c’era dentro la canzone di Neil Young che tutt’oggi reputo il suo maggior capolavoro, Fointainbleau. Un sogno psichedelico sulla riva dell’oceano californiano.

Poi uno a uno la scoperta degli allora tanti negozi di dischi della città. I dischi comprati con i soldi di mamma, povera donna, che si lamentava “ma quanto costano ‘sti dischi?”: il primo della coppiaCrosby & Nash; Planet waves e Another side of Bob Dylan; Mud slide slim and the blue horizon di James Taylor con sul retro disegnata una casetta dei sogni, che provai a copiarla e la spedii a una ragazzina di cui ero innamorato; Two sides to every story di Gene Clark; Workingman’s dead dei Grateful Dead; The Best of Eric Andersen nella linea economica che costavano due, tremila lire soltanto e Sweet Surprise sempre di Andersen, tra quelli “bucati”, quelli che non si vendevano e allora il negoziante li dava via per poco (ma perché bucarli? Un giorno lì in mezzo trovai anche Ballad of easy rider dei Byrds con su il timbro “per le forze armate americane in Italia”; evidentemente il marine tornato dal Vietnam non lo aveva apprezzato e se lo era venduto); il primo dei Byrds, anche questo in una versione economica con una foto di copertina che non centrava niente ma quanta magia, quante ore al buio ad ascoltare quel jingle jangle; Double Dose degli Hot Tuna e On stage di Loggins and Messina, entrambi doppi, una meraviglia guardare tutte quelle foto, con le 50mila lire guadagnate togliendo la ruggine e dipingendo la cancellata di casa di un amico.

Camminare verso casa con quei dischi nel sacchetto era come sentirsi eroi di una invisibile battaglia, una conquista, sentirsi diversi da tutti. Ma anche molto più soli, perché quasi nessuno dei tuoi amici ne capiva il significato. Ma era una solitudine che rendeva la vita una promessa. In classe un solo compagno con la stessa passione. Un giorno arrivò sventolando un disco e urlando: “E’ appena uscito, è dal vivo, è ancora meglio di Four way street, Crosby Stills Nash and Young, gli eroi assoluti degli anni 70 (impossibile pensai)”. Era Running on empty di Jackson Browne e sì, era un disco dal vivo fantastico, con solo brani mai incisi prima. E le strade di California che si spiegavano davanti a noi. Poi un altro compagno di classe fece qualcosa di inaudito, montò le casse dello stereo sulla sua Vespa e arrivò in spiaggia con il frastuono dei Ramones: che roba è? Lo voglio, i tempi stavano cambiano.

Gli altri? Chiesti in prestito ad amici e raramente restituiti. I “Jeffersoni”, come li chiamava il mio amico, i Jefferson Airplane, che voli con quei dischi, Volunteers of America, la voglia di rivoluzione con quasi dieci anni di ritardo, ma noi non lo sapevamo, la paura nel buio che usciva dai solchi di Lather, vocine e trombette come un film horror. Magia. Alice nel paese delle meraviglie.

Le ore passate in quei negozi a tirare fuori e ammirare quelle copertine, tastarli, leggere le note una per una, cercare di immaginare che musica ci fosse dentro. Trafitto da qualcosa di inspiegabile. Un mondo fuori del mondo, dove il dolore e le paure e le urla dei genitori e i compiti per domani e la maleducazione dei professori non potevano entrarci, in quel mondo. Sì, aveva ragione Springsteen: “Abbiamo imparato più da un disco di tre minuti che da tutto quello che ci hanno insegnato a scuola”.

I negozi di dischi, dove il mio amico più furbo di me spostava uno a uno quelli che gli interessavano mettendoli tutti vicini, poi con il giaccone li copriva e se li portava via senza pagare. Esproprio proletario. Non esistevano ancora gli antifurto all’uscita. Io no, mai rubato niente. Il primo dei Dire Straits,  quel pomeriggio in cui ero entrato nel negozio di dischi e il proprietario a un suo cliente facoltoso aveva urlato: “Ascolta questo è appena arrivato dall’Inghilterra!”. Naturalmente lui se lo era portato a casa, io no.

A casa di un’amica, seduti per terra, tazze di tè fumanti, sul piatto Zuma di Neil Young che girava. Nella testa, California dreamin’, sogni di California.

Quel giorno che tornai da una vacanza sulla neve, il giorno dopo capodanno. I miei fratelli che avevano organizzato una festa in casa. Entrare in sala e rimanere sotto shock: dozzine e dozzine di dischi sparsi ovunque. American stars ’n’ bars di Neil Young che spiccava su tutti. Restano qui? Me li posso prendere? No.

E il tizio che faceva il filo a mia sorella che le portò in regalo Before the flood, di Dylan e The Band pensando di fare colpo, illustrandole le magnifiche doti di quel disco. Ma a lei la musica rock non piaceva, neanche oggi, e quello sì, finì nelle mie mani.

Seppi subito grazie ai miei fratelli maggiori da che parte andare, Bob Dylan a parte che era una storia tutta mia. Loro ascoltavano De André, Baglioni, Le Orme, Claudio Lolli, Jacques Brel. No grazie. Per me solo musica americana. Il problema delle canzoni italiane, di quelle dei cantautori come dicevamo negli anni 70, è che tutta l’attenzione va messa nei testi e pochissima nella musica. Così dovevi ascoltarle come se stessi leggendo un libro con una melodia più o meno piacevole in sottofondo. La liberazione del rock’n’roll è che ci ha dato qualcosa di superiore, dove parole e musica si fondono e si intrecciano, dove nessuna delle due prende il sopravvento ma formano un magma unico che celebra la potenza dell’animo umano, costringendoti a lasciare dietro di te intercettazioni, messaggi, facendoti volare alto e al di fuori di te stesso. Meglio se non si capiscono le parole. Tre accordi fusi con il potere della parola, diceva Patti Smith.

“Non sono solo belle parole per una melodia o mettere una melodia alle parole … [sono] le parole e la musica [insieme] – posso sentire il suono di ciò che voglio dire” diceva Bob Dylan. Ecco, il suono delle mie parole, le mie parole che suonavano dentro alla mia mente, qualcosa che apparteneva solo a me, uno scudo davanti al mondo, che mi feriva, che mi spaventava, che mi apriva al mondo. Quello mi interessava, quello mi affascinava. Presi la mia strada. Radio Ethiopia di Patti Smith portato a casa da un amico di mio fratello, il suono oscuro e travolgente dell’oscurità, delle tombe, della resurrezione.

Hotel California ascoltata alla radio appena uscita: ma che strumento è quello alla fine? Essere così ingenui e poco preparati da non riconoscere un doppio assolo di chitarra. L’epoca delle scoperte continue. L’epoca della magia. L’epoca dei sogni. Non erano passati neanche dieci anni da Woodstock e benché in America l’Era dell’Acquario fosse finita prima di cominciare, noi pensavamo di esserci ancora dentro: jeans con le toppe, capelli lunghi, viaggi in treno fino a Parma per trovare negozietti dell’usato e giacche di pelle stile California. E al negozio di dischi di Parma, più ricco di quelli della mia città, comprare per poche lire i dischi di Woody Guthrie e New Morning di Dylan.

La scoperta dei negozi di dischi, anche se già da tempo ne avevo intuito la magia, quando un giorno a Treviso mia cugina mi accompagnò a comprare un 45 giri per regalo di Natale a mia sorella. Quanta gente. Pieno come un centro commerciale di oggi. Tutta gente contenta. Tirò fuori Rain and tears di Demis Roussos, “questo le piacerà” disse. Piacque, tantissimo, e ancora oggi, anche a me.

In realtà a casa mia c’era una bella collezione di 78 giri, mi maledico di non averla tenuta. Ricordo soprattutto Renato Carosone. Poi alcuni 45 giri, due dei quali mi trafissero il cuore già a 10 anni. Un vecchio frac di Domenico Modugno: l’ascoltavo in continuazione. Quella tristezza infinita, quella malinconia insostenibile che non sapevo spiegarmi da dove venisse, eppure ero un bambino abbastanza contento e soddisfatto, che però mi affascinava così tanto, segno di un carattere che conteneva già in sé la medesima malinconia, la stessa tristezza che mi accompagna ancora oggi. L’altro, pur essendo musicalmente diverso e brioso, conteneva anche quello una malinconia attraente. Era Pensiero d’amore di Mal. Non potendo aver ovviamente provato delusioni d’amore a 11, 12 anni, sentii quella canzone come qualcosa che avevo avuto sempre dentro e che sempre mi avrebbe accompagnato: senza mai essermi innamorato capivo che l’amore sarebbe stato qualcosa di doloroso, love hurts, l’amore fa male. Perché? Un disco come regalo d’amore, perché tu possa pensare a me quando lo ascolterai. Che meraviglia.

E ancora quei negozi, come il paese delle meraviglie. Quello sotto ai portici medievali davanti alla piazza principale della città il più bello, il più ricco di dischi. Quello sotto agli altri portici, quelli ottocenteschi, nella via principale, con le luci soffuse e tanta roba. Quello minuscolo in Piazza Roma dall’altra parte della Standa che intanto aveva smesso di vendere dischi, dove comprai non so come Comes a time di Neil Young appena uscito e poi nel giro di pochi mesi Rust never sleeps, uno stravolgimento dello stesso Young, a quale dei due dovevo credere?, e quello al porto, immenso (per i miei standard). Era bello passeggiare lungo il porto, nella fredda aria di inverno e l’odore di mare salato e poi infilarsi là dentro e scoprire i primi bootleg. Che manna. Sembrava non dovesse finire mai. Quando già mi ero trasferito a Milano, ma tornavo spesso per i weekend, una mattina di gennaio, con un sole splendente e il cielo di un blu sfolgorante che faceva tutt’uno con quello del mare, prima di ripartire mi ero fermato lì. Ad annusare ancora per un poco l’aria di casa mia, che scorreva nel sangue, Comprai Soldier di Calvin Russell in edizione speciale, che conteneva un magnifico zippo che poi ho perso.

Tutti questi negozi oggi non esistono  più, da anni. I ragazzi comprano videogiochi, navigano su internet, guardano le serie di Netflix. Al loro posto banche, negozi di abiti di lusso. Hanno tolto ai giovani la magia. Scaricano musica liquida. Poi la buttano via. Non provano più alcun stupore. Hanno tutto, ma in realtà non hanno niente.

Jim White, il fondatore dei White Stripe, una volta disse che “Se senti qualcosa di forte riguardo alla musica e ami la musica, dillo alla gente. Dì alla gente che la musica è sacra. La musica non è un usa e getta e inutile, non dovrebbe essere trattata in questo modo”. Questo è quello che io e quelli della mia generazione abbiamo sempre sentito dentro mentre ci tenevamo stretti al cuore quei cartoni quadrati e al buio lasciavamo correre la musica: un’esperienza del sacro.

Quei dischi di allora sono oggi in condizioni pietose. Le copertine scollate, usurate, consumate, per non dire dei vinili. Ci piazzavamo sopra cento, duecento lire con lo scotch sulla puntina per non farli saltare tanto li avevamo usurati, rendendoli oggi inascoltabili. Ma non li butti via, sono lì, in un sacrario della memoria bella. Non ho neanche più il giradischi, ho rimpiazzato quasi tutto con i cd, che oggi escono delle favolose edizioni rimasterizzate con extra e bonus. I vinili che escono oggi sono ciofeche ristampate con quattro soldi, non valgono una cippa. Non vado più ai mercatini a cercare l’usato. Ho tanti di quei dischi che non mi bastano due vite per ascoltarli e riascoltarli tutti, che ogni volta è una esperienza nuova.

“Il linguaggio che è il rock ’n’ roll rende possibile la penetrazione dell’esperienza umana a un livello che una volta era proprietà del nobile, del privilegiato e del più istruito” ha scritto il giornalista e scrittore irlandese John Waters, ex marito di Sinead O’Connor. “Offre, al livello della strada, la capacità di condividere i più profondi strati delle emozioni umane attraverso una forma d’arte potente e capace come nessun mezzo mai sviluppatosi come veicolo per il desiderio umano. Il grande calciatore irlandese George Best fece una volta questa domanda retorica: in che modo potrai mai tornare a essere normale, dopo aver camminato in un campo di calcio, attorno al quale 100.000 persone riunite cantano in coro il tuo nome? C’è, come Russell Brand ha suggerito, qualcosa di divino in questo. Ma dopo c’è il ritorno sulla terra, l’improvvisa scossa di una realtà tridimensionale”. Nonostante l’inevitabile ritorno alla realtà dopo l’ascolto di un disco o di una canzone, rimaniamo con un tatuaggio del cuore. Ne vogliamo ancora, non siamo mai appagati.

“Questo è quello in cui possiamo sperare: che da quel chiasso possa emergere da un momento all’altro una canzone che risollevi un po’ il tuo cuore. Una voce arriva a te dall’oscurità sonora. Una chitarra che abbracci e fenda la nebbia. Per tre minuti la canzone ti distrae dal manicomio attorno a te. Ha, pensi, qualcosa che ricorda l’acqua. La sua dolcezza sembra sciogliersi sulla lingua della tua anima. «Non sai se è paura o desiderio / Pericolosa è la droga che ti porta più in alto / La testa in paradiso / le dita nella terra bagnata». Il suono della chitarra fa muovere il tuo corpo in un altro modo. Ha in sé la vita che costruisce, la risata degli angeli, il pungolo del diavolo, lo zampillo del Fionn Glas, la voce della dea Eco, un piccolo mistero, un leggero fastidio, e la più assoluta promessa di futuro. In questi tre minuti è racchiuso l’unico contraccolpo di te che hai avvertito nella giornata. Ti lavi la faccia nel suono e finisci il tuo drink. Torni a camminare per strada, un po’ meno spaventato di morire, ma, curiosamente, o forse no, un po’ più determinato a continuare a vivere”. (John Waters, Race of Angels, Ireland and the Genesis of U2, 1994)

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