VINO/ Dai record del Prosecco al pericolo dei vini senza alcol: la nuova minaccia Ue

- Manuela Falchero

L’industria enologica italiana resiste alla crisi e si prepara a tornare ai livelli pre-Covid, già dal prossimo anno. Cresce però la preoccupazione per alcune politiche Ue

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L’industria italiana del vino resiste all’impatto della crisi economica determinata dal Covid-19. Si dimostra più resiliente delle attese e difende il suo primato di ambasciatore d’eccellenza del Made in Italy. La buona notizia arriva dal Forum delle economie organizzato da UniCredit, in collaborazione con il Consorzio del vino Brunello di Montalcino, e occasione di un confronto tra imprenditori ed esperti sulle strategie utili alla crescita del comparto.

I numeri presentati da UniCredit durante l’evento non lasciano dubbi: stando alle stime, il settore vitivinicolo, che nel 2020 con oltre 13 miliardi di euro nel 2019 ha contribuito al fatturato totale del Food & Beverage nazionale per oltre il 10%, nel 2020 ha subìto un calo del fatturato medio tra il 10 e il 15% circa. Ma già da quest’anno si assisterà a un’inversione di tendenza, che consentirà di tornare ai livelli pre-Covid nel 2022.

Lo stop&go indotto alla pandemia non scalfisce comunque il primato del nostro Paese: l’Italia – rileva sempre lo studio di Unicredit – si conferma infatti il primo Paese produttore di vino al mondo per volume (52 milioni di ettolitri, +4,1% 2020 vs 2019) e il secondo per esportazioni in termini di valore (6,3 miliardi di euro circa), con una flessione delle vendite sui mercati esteri molto contenuta rispetto all’anno precedente (-2,2% 2020 vs 2019). E non è tutto. Il Bel Paese – suggeriscono le elaborazioni condotte da Unicredit su dati Istat di marzo 2021 – eccelle anche per il più alto numero di vini certificati: 526 di cui 408 DOP e 118 IGP, ben 90 referenze in più rispetto alla Francia.

E ancora, l’Italia brilla anche sul fronte delle bollicine, un settore dove, stando a un’indagine dell’Osservatorio del vino Uiv, si registra un’effervescenza produttiva unica nel panorama mondiale: in questo segmento infatti il nostro Paese fa registrare una produzione di 750 milioni di bottiglie, trainata dal Prosecco Doc, che incide per il 56% degli imbottigliamenti.

Le aree strategiche su cui puntare

Il vino conta insomma su una solida base di partenza per affrontare le sfide del futuro. Partendo però sempre dai fondamentali. “Durante le crisi – afferma il presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino, Fabrizio Bindocci – si mettono in dubbio antiche certezze e così da più parti si alzano voci sulla necessità di cambiare i modelli del settore del vino nel nostro Paese. La realtà è che nel passato recente il vino tricolore ha viaggiato a ritmi molto più alti di tutti i principali competitor, con un export nazionale cresciuto nell’ultimo decennio di circa il 60% e quello toscano di quasi il 70%. Il nostro settore non deve dunque cambiare quanto piuttosto progredire sulla strada intrapresa, abbinando alla qualità produttiva un affinamento delle risorse commerciali e comunicative”.

E in questo percorso – suggerisce lo studio di Unicredit – sarà fondamentale investire su sei principali aree strategiche, considerate funzionali alla crescita del comparto.

La prima rimanda al concetto di omnicanalità. L’emergenza sanitaria – sottolinea l’analisi dell’istituto di credito – ha acceso un potente riflettore sull’e-commerce, che si è così prepotentemente affiancato ai tradizionali canali di vendita fisici. E il fenomeno pare destinato a durare, dal momento che si è dimostrato capace di rivelare mercati potenziali di cui prima si aveva poca consapevolezza, in termini sia geografici sia di fasce di consumatori.

La seconda voce su cui si dovrà porre attenzione riguarda lo sviluppo di nuovi formati di confezionamento del prodotto. In particolare, “osservata speciale” potrà e dovrà essere la lattina, un’opzione poco esplorata nel periodo pre-Covid19, che invece – emerge curiosamente dallo studio di Unicredit – risponde bene ai bisogni di alcuni consumatori, soprattutto giovani.

In terza battuta, andranno considerati diversificazione e ampliamento della gamma di referenze. Si tratta di un tema da sempre strategico – nota Unicredit -, che durante la pandemia ha però acquistato un ruolo ancora più rilevante, in ragione dell’accentuarsi di alcune tendenze della domanda, tra cui il forte orientamento alla salute che ha portato i consumatori a orientarsi verso vini naturali, biologici, biodinamici o a basso contenuto alcolico.

Non ultimi, saranno da monitorare i grandi filoni rappresentati da digitalizzazione, internazionalizzazione e soprattutto sostenibilità. Cambiamenti climatici e preferenze dei consumatori rendono infatti quest’ultima un asset sempre più centrale, imponendo sistemi di coltivazione, produzione e distribuzione orientati a migliorare sia sotto il profilo ambientale sia sotto quello sociale.

Un asset dunque davvero strategico, verso il quale sembrano peraltro molto sensibili le nuove leve del settore. Un sondaggio condotto da Agivi, l’Associazione giovani imprenditori vinicoli italiani under 40 di Unione italiana vini, rivela infatti che per la quasi totalità degli associati (94,3%) la sostenibilità rappresenta un fattore decisivo per la competitività nei mercati nazionale ed estero. Solo teoria? I numeri dicono di no. “L’83% delle aziende interpellate – racconta la presidente di Agivi, Violante Gardini Cinelli Colombini – ha affermato di avere progetti o piani sul tema della sostenibilità, già ultimati o in corso di realizzazione in 8 casi su 10”.

Made in Italy sotto attacco?

Unico neo in questo quadro più che positivo, è l’allarme che giunge da Bruxelles in merito alla possibile commercializzazione di prodotti totalmente privi di alcol. La parziale apertura ai cosiddetti “vini dealcolati” registrata durante i negoziati inter-istituzionali sul regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati che entrerà in vigore nel 2023 (insieme alla futura Pac) non ha infatti mancato di sollevare polemiche e preoccupazioni in Italia. Tra le fila dei nostri produttori cresce infatti il timore che le eccellenze del Made in Italy vengano penalizzate dalla prospettiva al vaglio dell’Ue.

“Il 26 marzo scorso al Trilogo tra Commissione, Consiglio e Parlamento Ue – osserva Paolo De Castro, coordinatore del Gruppo S&D alla commissione Agricoltura del Parlamento Ue – si è discusso di un possibile accordo che apra alla pratica di eliminazione dell’alcol nei vini da tavola, e solo parziale in quelli a Indicazione geografica. Ma noi restiamo convinti che un vino senza alcol non può essere definito tale. Per questo il Parlamento si è sempre espresso contro, anche se comprendiamo le opportunità commerciali e d’export che vini a basso tenore alcolico avrebbero in alcuni mercati, anche per fronteggiare la concorrenza di altri prodotti alcol-free, e in tutti quei Paesi dove si consumano solo bevande analcoliche”.

Niente è comunque ancora stato deciso. “Al momento il negoziato è aperto – ricorda De Castro – e noi, come Parlamento europeo, abbiamo un mandato preciso: siamo pronti a valutarne la convenienza, ma solo per i vini da tavola, non certo per quelli a Indicazione geografica. Occorre però sottolineare che nessuna norma potrà essere imposta ai viticoltori, perché la scelta finale su un’eventuale modifica del proprio prodotto rimarrà nelle loro mani, con i necessari cambiamenti dei rigidi disciplinari interni di produzione. In ogni caso, alla base di qualunque decisione e futura norma in materia, le informazioni riportate sulle etichette dovranno essere chiare per tutti i consumatori, dando loro la possibilità di compiere scelte di acquisto pienamente informate anche in merito alle pratiche enologiche eventualmente utilizzate per consentire l’estrazione di alcol, soprattutto nel caso in cui questo avvenga tramite l’aggiunta di acqua”.

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