VIOLENZA IN CARCERE/ Un direttore: noi salviamo i detenuti, lo Stato ci dimentica

- int. Stefania Baldassari

La violenza nelle carceri è frutto di una situazione di abbandono completo dell’istituzione penitenziaria da parte dello Stato che dura da troppo tempo

pestaggi carcere S.M. Capua Vetere
Pestaggi in carcere a S.M. Capua Vetere: video choc dal "Domani"

“In carcere produciamo da soli 20mila mascherine al mese perché la Asl non ci ha mai fornito dispositivi di sicurezza. I direttori penitenziari non furono presi in considerazione nello stanziamento fondi del primo ddl come tutte le altre autorità preposte al contenimento dell’emergenza Covid. Lo Stato italiano da sempre ha abbandonato gli istituti penitenziari, siamo gli ultimi tra gli ultimi”.

È un torrente in piena Stefania Baldassari, direttore della Casa circondariale/reclusione di Taranto e segretario generale dell’Associazione Nazionale Dirigenti Penitenziari, da noi intervistata a proposito delle violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere che stanno scioccando l’opinione pubblica. “Gli assistenti sociali non mettono piede nel carcere da quando è cominciata l’emergenza Covid, il nostro dirigente sanitario, adesso che si è verificato un nuovo focolaio, ha pensato bene di restare a casa, e questo perché lo Stato ha ceduto la sanità penitenziaria a imprese locali. Io sto qui sul posto più tempo che con la mia famiglia e così i poliziotti penitenziari”.

Non c’è da stupirsi che accadano rivolte: “Condanno fermamente quanto abbiamo visto tutti, ma vorrei tanto che i media una volta sola si occupassero dei 46mila poliziotti penitenziari che ci sono in Italia e che salvano le vite dei detenuti, e non solo di questi 52 violenti”.

I filmati delle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere risalgono al marzo 2020, in quel periodo si contarono diverse manifestazioni dei detenuti per mancanza di dispositivi sanitari. È vero che in quel periodo tutta l’Italia era nel caos, ma si può dire che le carceri furono trascurate del tutto?

Ho vissuto in primissima linea tutta l’emergenza Covid. Già il 23 febbraio 2020 la nostra amministrazione penitenziaria pose in essere i primi correttivi, quelli relativi al blocco dei trasferimenti nel territorio nazionale. Da allora siamo sempre in emergenza, è appena scoppiato in questi giorni un nuovo focolaio dentro la struttura.

Ci può spiegare nei dettagli quello che avete vissuto e state vivendo?

L’amministrazione penitenziaria nella sua complessità, a tutti i livelli, non ha avuto e ancora non ha la necessaria attenzione da parte dello Stato italiano rispetto alla gestione del Covid all’interno delle strutture penitenziarie.

Ci può citare degli esempi?

Le parlo del nostro caso. Ci siamo inventati in assoluta solitudine i protocolli sanitari per il contenimento della diffusione, ci siamo inventati le modalità di difesa rispetto a questo fenomeno che era nella sua massima recrudescenza. Sa cosa vuol dire una situazione del genere?

Ce lo dica.

Gestire una emergenza in un carcere senza gli assistenti sociali che non entrano nel penitenziario per assolvere al loro mandato istituzionale da marzo 2020, ecco cosa stiamo vivendo. I contatti previsti dall’ordinamento penitenziario tra detenuto e complesso esterno sociale, che per mandato costituzionale è in capo all’ufficio per l’esecuzione penale esterna, non avvengono più, è una cosa gravissima.

Come avete fatto fronte all’emergenza?

Eravamo senza mascherine, la Asl ancora oggi non ce le fornisce. Avevamo avuto una piccola donazione di macchine per cucire industriali con cui volevamo implementare il nostro reparto sartoria, ma nessuno le sapeva usare. Un giorno, in preda alla disperazione, ho chiesto a un detenuto che è ingegnere se poteva mettere mano a quelle macchine. Gli ho dato il libretto di istruzioni scritto in inglese, per tutta la notte se l’è studiato ed è riuscito a far partire le macchine e così possiamo produrci da noi 20mila mascherine al mese. Tutto questo è assenza dello Stato.

Una cosa gravissima di cui nessuno parla. Perché?

Vorrei che si capisse che la figura del direttore penitenziario è una figura essenziale di equilibrio. Sono dovuta intervenire personalmente con il sottosegretario alla Giustizia, Giorgi, perché i direttori degli istituti penitenziari non erano stati inseriti nel quadro degli stanziamenti dei fondi nel primo ddl per fronteggiare l’emergenza. Noi direttori, incarcerati con i detenuti, non facevamo parte delle autorità preposte a gestire l’emergenza. Giorgi con grande sensibilità è intervenuto tempestivamente. Non si può affidare il carcere a un’autogestione rimessa alla discrezionalità di chi ha voglia di farlo e soprattutto con una Asl che non sa fare e non vuole fare il suo lavoro. I tracciamenti dei percorsi li ho fatti io con il comandante delle guardie senza che la Asl intervenisse.

Come è la situazione attuale nel suo carcere?

Abbiamo 60 detenuti positivi e 457 quarantenati.

Una situazione davvero esplosiva?

Un altro aspetto che denuncia la mancanza dello Stato è quello che riguarda i detenuti con problemi psichiatrici. Hanno chiuso gli Opg, ma non hanno creato strutture apposite per loro, ce li abbiamo noi ed è un grande problema.

Questo è un aspetto tipico della malattia mentale: se non ci fossero strutture private che accolgono queste persone sarebbero tutte in mezzo alla strada…

Vivo una vicenda kafkiana. Lo scorso aprile un detenuto doveva essere scarcerato per fine pena, quest’uomo era un soggetto libero e io come direttore ho solo un obbligo, porlo fuori dalla struttura. Ma era positivo.

Quindi era pericoloso per la comunità?

Certo. Chiamo la Asl e dico: devo scarcerare un detenuto che deve andare a Cerignola ma è positivo, datemi indicazioni su cosa devo fare. Mi chiama il direttore generale e mi mette in contatto con l’ufficio di prevenzione.

Cosa le hanno detto?

Che non posso scarceralo perché è positivo. Io rispondo che non posso trattenerlo perché è un sequestro di persona e chiedo un’ambulanza per accompagnarlo al suo domicilio in isolamento sanitario. La Asl mi risponde: e chi la paga l’ambulanza? Ho dovuto minacciarli di sequestro di persona per ottenere un’ambulanza.

Torniamo ai filmati delle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Venere. La domanda che tutti si fanno è: nelle carceri vige ancora il metodo repressivo più che quello educativo?

Le immagini hanno creato sgomento, sconcerto e smarrimento, ma le assicuro che il corpo di polizia penitenziaria, con il quale tutti i giorni passo più tempo che con la mia famiglia, vive una condizione davvero esasperante ed esasperata. Non giustifico quello che si è visto, ma racconta una immagine della polizia davvero non corrispondente. E vorrei dire che anche la stampa ha delle colpe.

In che senso?

Esiste un luogo comune da parte della stampa che va a consolidare l’opinione pubblica. Si parla di polizia penitenziaria solo rispetto a questi eventi, che io condanno, ma qualche volta la stampa si è mai occupata e preoccupata di quanti detenuti i poliziotti salvano? Di quanti detenuti aiutano? Il contatto diretto fra detenuti e poliziotti dura 24 ore su 24, gli educatori finiscono l’orario, timbrano e se ne vanno, gli assistenti sociali è da un anno e mezzo che non si fanno vedere, i volontari svolgono una funzione eccezionale, ma vengono quando possono. Chi sta nell’assoluta solitudine di una emergenza è il poliziotto penitenziario che non è un eroe che ha deciso di sacrificarsi e vivere l’abbandono dei detenuti. La violenza è una reazione ingiustificata, deplorevole, senza alcuna giustificazione, però il poliziotto penitenziario fronteggia in assoluta solitudine una emergenza mondiale, dove ci sentiamo gli ultimi degli ultimi.

Cosa andrebbe fatto?

Vanno ripristinati degli equilibri e lo Stato deve comprendere i suoi errori. La rieducazione, l’articolo 32, sono concetti dimenticati. Lo Stato ha ritenuto di delegare in via esclusiva ai penitenziari tutta la gestione, continuerà a essere un fallimento nella misura in cui non si capirà che per il reinserimento e la rieducazione si concorre insieme. Non si può vedere che un detenuto positivo al Covid venga abbandonato in mezzo alla strada.

Lei spera che nella sua riforma della giustizia il ministro Cartabia si ricordi di voi?

Ho grande fiducia nel ministro, nelle sue parole ha raccontato con equilibrio e straordinaria lucidità di valutazione quello che è accaduto. Sono certo che l’amministrazione riuscirà a isolare quelle minoranze violente, iniziando un percorso di narrazione che sia anche altro da quello del poliziotto violento e basta.

(Paolo Vites) 

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