DALLA CINA/ Lao Xi: se Renzi non fa fuori la Cgil sarà sconfitto da Beppe Grillo

- Lao Xi

Renzi è imbottigliato e dovrebbe uscire dalla trappola, andando a uno scontro con il sindacato per fare grandi licenziamenti dal settore pubblico. Dalla Cina, LAO XI

renzi_consultazioni_r439
Matteo Renzi (Infophoto)

A guardare la politica italiana dalla Cina, pare sia stata aperta la stagione di caccia contro Matteo Renzi, premier da appena pochi giorni, e da questa distanza non si capisce bene perché. Stampa di destra e sinistra criticano Renzi. In effetti, il giovane premier, come abbiamo scritto anche qui, ha presentato una compagine non brillantissima basata su giovani e quote rosa, e pensata forse più per i titoli dei giornali che per mettere le cose in ordine.

Inoltre, come insistono oggi molti, ha preso impegni in contraddizione tra loro: abbassare le tasse, investire in scuole e infrastrutture… la sua riforma elettorale pare sbilenca, non è chiaro cosa fare del Senato, come si dovrebbe riuscire ad abolirlo.

Effettivamente, potrà non avere un’idea di come far quadrare i conti, perché ha promesso troppo a troppi, potrà essere stato non maturissimo nella scelta di una compagine fatta per i titoli dei giornali, ma la serie di attacchi che gli piovono sembrano troppo frettolosi. Egli non ha quasi nemmeno cominciato!

Ciò forse è dovuto a una sorta di effetto Monti-Letta: dopo il fallimento dei due, nessuno si fida più di neo premier che inciampano all’inizio, quindi meglio prendere le distanze subito. Ma forse (siamo mal pensanti e cinici) è l’attacco alla diligenza, l’insieme di pressioni dure e dolci in un momento in cui il premier va a fare circa 500 tra le nomine più importanti del paese e molti vorrebbero un posto.

Il problema è che oggi l’alternativa pare peggiore dell’incerto Renzi.

Grillo appare molto, forse troppo duro. Le recenti espulsioni dal partito sono la prova che o ha scelto male i suoi per le liste elettorali o fa male oggi a espellerli. Comunque ha sbagliato, né sembra volersi ravvedere per la scelta dei suoi candidati o per la loro eliminazione politica. Non è chiaro che impatto tutto questo ha sugli elettori, e se il fallimento di Renzi riporterebbe comunque Grillo al centro dell’attenzione, anche se questo sembra essere il calcolo politico dell’uomo.

Dall’altra parte c’è il partito di Berlusconi che potrebbe essere in rimonta; eppure l’idea in circolazione di dare il partito alla figlia Marina, come se un’organizzazione politica fosse una proprietà personale, non è bellissima. Certo il partito in eredità ha illustri precedenti. In India il Congresso è dominato da un secolo dalla dinastia Nehru-Gandhi, leader “ereditari” ci sono in Giappone, Cina, Corea, Indonesia, Pakistan e naturalmente in America dove i Bush (padre e figlio) hanno piazzato due presidenti in meno di vent’anni e i Clinton (marito e moglie) hanno provato a ripetere l’exploit.

Forse c’è una nostalgia di re e sovrani che ritorna in questo modo. Ma in Italia la monarchia non è mai stata popolarissima, altrove in Europa i re veri con la corona e il titolo sono rimasti l’unico potere politico ereditario, mentre la politica vera ne è esente.

Forse il problema è un altro. Renzi è imbottigliato e dovrebbe uscire dalla trappola dove si è messo. Dovrebbe andare a uno scontro con il sindacato per licenziare dal settore pubblico, dove si deve tagliare in maniera drastica. Forse avrebbe dovuto dare un segnale, lasciando fallire Roma e mettendola in amministrazione controllata. Deve diminuire le tasse sulle aziende e forse introdurre un programma in cui i profitti di impresa sono tassati meno se sono reinvestiti nell’azienda stessa. Questa politica, che in realtà non costa una lira allo stato, è stato il volano della crescita economica cinese negli anni 80 e 90. Guardando i conti non c’è altra strada, né ci sono fondi per investimenti in scuole o infrastrutture.

Ma politicamente come si fa a massacrare gli impiegati pubblici quando allo stesso tempo non viene offerta una speranza concreta di sviluppo? La prima risposta, facile e politicamente anche giusta, è stato promettere un sogno: tutto a tutti, tagli alle imprese e nuovi posti di lavoro.

Eppure ora che passano i giorni, e l’Europa chiede non sogni ma cose concrete, ora che nell’alchimia da manuale Cencelli della distribuzione dei 500 posti di potere forse non tutti saranno accontentati e Berlusconi e Grillo si riorganizzeranno, Renzi dovrà cambiare registro.

Non può esimersi dal proporre un sogno, perché altrimenti il fragile equilibrio di promesse in contraddizione sarebbe destinato a cadere. Ma il sogno deve cominciare a mettere le gambe, avere dei progetti concreti e credibili per l’Italia, l’Europa e il mondo. Questo è forse il vero coniglio dal cappello che Renzi deve tirare fuori nelle prossime settimane, per salvare se stesso e dare una prospettiva al paese.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori