DALLA CINA/ Lao Xi: tutto quello che Renzi non dice (e l’Italia attende di sapere)

- Lao Xi

Renzi ha trasformato le riforme in un referendum pro o contro il cambiamento. In realtà, in che cosa esse consistano non è chiaro. E all’estero montano i primi dubbi. Dalla Cina, LAO XI

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Matteo Renzi (Infophoto)

Questi prossimi giorni potrebbero essere fatali per il destino delle riforme costituzionali in Italia e quindi per il governo di Matteo Renzi che ha già subito il non piccolo colpo della Mogherini. Tali riforme, viste in modo tiepido all’estero, dove si preferirebbero più diretti interventi sull’economia, sono oggi la spina dorsale del governo e dell’accordo siglato da Renzi e Silvio Berlusconi.

Se fallissero, poiché il governo vi ha puntato così tanto, si aprirebbe un vaso di Pandora senza pari che potrebbe scuotere l’Italia, la sua economia, la sua presenza nell’euro e quindi la stabilità del sistema economico mondiale. La posta è quindi altissima per tutti, ed è questa la forza di Renzi che gioca – o dovrebbe sapere di giocare – con una scommessa che va al di là del suo mandato politico. È per questo anche che dalla Cina, molto modestamente, tifiamo Renzi.

Il forte scontro al Senato, le accuse contro il capo dello stato Giorgio Napolitano, gli strattonamenti del presidente del Senato Piero Grasso, l’incontro tra Napolitano e Renzi (che pare abbia minacciato elezioni anticipate) sono il metro di quanto sia alta la tensione in questi giorni.

L’altezza della posta però non può far passare in cavalleria le obiezioni alla politica del premier. Della questione Mogherini abbiamo già scritto. È sintomo di nervosismo e incomprensione crescente internazionale verso il governo. Tale appoggio internazionale era all’inizio una grande forza di Renzi. Invece nelle ultime settimane sono apparsi sempre meno di rado su testate internazionali articoli tiepidi, se non freddi, su Renzi e sul suo operato in economia. Allora forse le crescenti difficoltà in Parlamento sono anche il segno che tale scetticismo all’estero verso Renzi ha fatto breccia in Italia e sta dando fiato agli oppositori del governo.

Al di là di questo, comunque, le obiezioni che si muovono a Renzi non sono triviali, da sparecchiare con una battuta. Il sistema che si va a modificare è fatto di pesi e contrappesi, giustificabili per il timore del fascismo e del comunismo nel 1948, ma eccessivi oggi. Tanto più che tale sistema di pesi e contrappesi aveva retto quando il sistema era bloccato dalla guerra fredda, ma si è sfaldato quando sono saltati i blocchi.

Oggi quindi occorrerebbe cambiarlo, proprio poiché ha portato alla paralisi. Bisogna concentrare il potere, rendere più efficiente l’esecutivo… ma è un salto nel buio: non si sa come funzionerà il sistema di pesi e contrappesi futuri (necessari in ogni democrazia) e soprattutto di certo il sistema sarà più concentrato, cosa che induce naturalmente timori.

Le obiezioni di “assalto alla democrazia” possono essere quindi eccessive ma non sono folli. Il problema, avrebbe detto Confucio, è di rettificare i nomi. Nel IV secolo a.C. Confucio notò che vecchi nomi erano usati per descrivere nuovi concetti. Per esempio, c’era il vecchio uso del reverenziale termine wang (re-sacerdote punto di unione tra il Cielo, la Natura e gli uomini, una volta limitato per rivolgersi solo al sovrano dei Zhou, una specie di Pontefice della dinastia egemone sulla pianura del Fiume Giallo). 

In seguito “wang” era diventato attributo di ogni sovrano della moltitudine di staterelli proliferati dallo sfarinamento dell’imperio Zhou. Un po’ come se oggi “Papa” non fosse solo quello di Roma, e ogni vescovo di provincia pretendesse questo nome. Il conservatore Confucio di fronte a questo fenomeno chiedeva una rettificazione dei nomi, e dei ruoli che ne discendono: che il padre sia padre, il figlio figlio, il sovrano sovrano, il suddito suddito, diceva.

Oggi forse in Italia è la stessa cosa. C’è una grande trasformazione in corso ma, come diceva Gianni Riotta in tv qualche giorno fa, chiamarlo “colpo di stato” non ha senso, non descrive nulla. È solo una violenta e repentina inflazione linguistica per catturare due secondi di attenzione allo schermo.

Spetterebbe quindi al governo “rettificare i nomi”, spiegare cosa sta davvero succedendo. Ma accusare gli altri di mentire, come ha fatto sempre qualche giorno fa il ministro Boschi di fronte alle accuse di deriva autoritaria, ugualmente non significa niente, perché non chiarisce. Se l’altro mente, allora qual è la verità? 

Inoltre Boschi pecca di menzogna quando brandisce il 41% di Renzi alle recenti europee come il 42% democristiano del voto del 1958.

Qui c’è l’astuta analisi inviatami dal lettore G.P. sulla base di dati pubblici: Pd 2014: oltre il 40%, circa 11,2 milioni di voti; Dc 1958: oltre il 42%, circa 12,5 milioni di voti (Camera). Tutto regolare, manco una bugiuccia piccina piccina? (che bella scelta di parola poi, quella della Boschi, con quel retrosuono da scuola elementare). Vediamo. Elettori italiani 2014: attorno ai 50 milioni. Elettori italiani 1958: attorno ai 32 milioni (la popolazione era inferiore, la soglia di età, votante, non era ancora scesa ai 18 anni). Pari (o quasi) appaiono un 11,2 su 50 e un 12,5 su 32? Voti validi (nulle e bianche escluse, quindi): 1958: circa 29,6 milioni (affluenza superiore al 90%); 2014: circa 27,5 milioni (affluenza inferiore al 60%).

Che Renzi e i suoi cari stiano più sereni, dopo lo scorso 25 maggio, è indubitabile; che rifiatino su un appoggio “popolare” mai più “contato” sin dal lontano 1958… Mah!

Ulteriore motivo di serenità: il corpo elettorale italiano tra febbraio 2013 e maggio 2014 è rimasto suppergiù lo stesso (taluni sono morti, talaltri diventati maggiorenni, ma nel complesso siamo lì).

In quindici mesi il Pd è passato (con affluenza per di più in forte calo) da meno di nove a più di undici milioni (di voti) il Movimento 5 Stelle da meno di nove a meno di sei (numeri secchi, non percentuali su cui “giocare”), vivace “altalena” non estranea alle altre forze politiche.

Inoltre, le europee non hanno modificato un seggio che sia uno, va da sé, al Parlamento in carica; l’elettorato italiano è attualmente del tutto “volatile”, sia riguardo alla partecipazione che alla scelta (con milionari scarti, positivi o negativi, tra consultazioni ravvicinate); i vincitori non sono comunque riusciti ad ottenere molto sopra ad un 20% degli elettori (questi tutti quanti intesi). 

Il problema di fondo qui è che l’elettorato è molto instabile, così apprendiamo dai giornali italiani, e i sondaggi sono inaffidabili. Non sappiamo se il 60% di preferenze attribuito a Renzi oggi valga come la maggioranza data a Grillo dagli stessi sondaggisti prima delle europee di maggio scorso.

Quindi il problema per Renzi forse è saldare il consenso estero, che fa da sponda al dissenso italiano, e poi affrontare i dubbi, anche legittimi, italiani con autorevolezza e senza scendere nell’inflazione di parole cara a certi suoi avversari. Ma è un cammino difficile e molto sdrucciolevole.

In Italia le parole ora come non mai sembrano fuochi di artificio. Renzi per primo, illuminano per un secondo ma poi lasciano comunque il cielo al buio. Frutto di scambi incrociati di battute, slogan, voci che attirano l’attenzione ma non fanno capire. Il premier con i suoi twitter ha bypassato con successo la mediazione finora obbligatoria di giornali e tv. Lo stesso stava facendo il suo maggiore avversario elettorale Beppe Grillo con M5S. Benissimo, questo contatto diretto con le masse, benissimo la voce per richiamare il pubblico, ma poi ci vogliono i discorsi e i fatti. Certo in una battaglia qualche colpo di cecchino ben centrato crea disordine e confusione tra le linee nemiche, ma poi ci vogliono i carri armati per vincere sul serio.

Di certo Renzi può pensare che fino a oggi poteva fare a meno di spiegazioni e piani strutturati. La battaglia era tutta tra cecchini, urla e slogan incrociati. Forse ora, però, si è arrivati altrove.

Venerdì tv e giornali italiani inseguivano i messaggi via twitter: Grillo che gridava al colpo di stato; Renzi che rispondeva: Grillo ha un colpo di sole; Grillo che replicava: Renzi è la P2. A quel punto il dibattito si è interrotto perché citando la P2 (la loggia massonica che decenni fa tentò di prendere il potere il Italia) si era passati dalla battuta all’insulto personale, quindi il passo successivo sarebbe stato per il premier mettere in dubbio la virtù della madre di Grillo, come si fa nei duelli fra Vitelloni al Corso.

Renzi ha fatto bene a non scendere all’insulto, e la storia del colpo di sole al posto del colpo di stato aveva un accento di levità che appariva sacrosanto in questo momento, ma comunque lasciava tutto al buio. Cosa sta succedendo in Italia? Cosa’questo putiferio? È vero o è solo un’altra sceneggiata? C’è differenza, e quale, fra i vari contendenti in lizza? Il convitato di pietra (gli spettatori politici all’estero) rischiano di essere sempre più confusi e di prendere sempre più le distanze mentre la confusione interna aumenta e l’intero bastimento della politica italiana rischia di infrangersi sugli scogli dei conti, che in autunno potrebbero cominciare a sgretolarsi visto che voci sempre più insistenti parlano di una crescita del Pil del -1% per quest’anno!

Per Renzi forse sarebbe il momento di passare dai cecchini ai carri armati da schierare almeno da qualche parte.

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