SCENARIO/ Lao Xi: ecco perché la Cina ammira la finta democrazia di Renzi

- Lao Xi

Renzi ha rottamato la democrazia italiana, ha dato il governo delle città ai prefetti e forse questo è un bene. Il problema è la sua visione. Che manca. Dalla Cina, LAO XI

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Matteo Renzi (Infophoto)

Il nuovo commissario di Roma Paolo Tronca, un prefetto la cui nomina ha permesso evitare il vuoto di potere a Roma dopo la fine del sindaco Ignazio Marino, risolve un problema immediato della capitale. 

Ma nel momento cruciale di una riforma costituzionale pone problemi profondi per il sistema politico italiano e non, come qualcuno ha già accennato su queste pagine.

Insieme a Tronca c’è anche Giuseppe Sala, commissario unico per l’Expo e in predicato per diventare candidato a sindaco di Milano. Come scrive Mangiameli, il fiorire di prefetti o magistrati nei ranghi della politica prova l’incapacità dei partiti di formare quadri proponibili per le elezioni. Certo è un fallimento rispetto al passato, quando Dd, Pci, Psi eccetera formavano fior di funzionari; ma, in fondo, gli amministratori che diventano governanti non sono una caratteristica solo italiana di oggi.

In America, una democrazia di oltre 200 anni, il presidente è eletto ma i suoi “ministri”, i vari segretari di Stato, se li scegli lui tra i ranghi delle varie amministrazioni. Inoltre il presidente non li comanda a bacchetta, anzi spesso ne viene governato, visti i mille paletti che oggigiorno gli pongono.

Questo e molto di più avviene con l’amministrazione dell’Unione Europea, dove funzionari scelti tra concorsi interni e processi di scambio tra i vari governi dominano decisioni che in teoria dovrebbero volare sopra la testa dei primi ministri.

Il processo di selezione interna domina il governo cinese, con effetti non pessimi, anche se i critici possono puntare il dito sul fatto che comunque non c’è un ricorso alcuno ad elezioni che, in Usa o nell’Ue, comunque moderano le derive autocratiche della burocrazia. In ogni caso la selezione interna “burocratica” è il paradigma che pervade la Chiesa, la struttura che dura da più tempo e senza interruzioni del mondo.

Questi però sono tutti modelli di governo, non scelte estemporanee. Allora Tronca a Roma e ancora di più Sala a Milano non indicano forse un cambio di modello dell’amministrazione politica italiana? Il premier viene eletto e poi, all’americana, sceglie “arbitrariamente” i suoi collaboratori, che possono venire dagli affari, dall’accademia o dall’amministrazione. Questa indicazione sarebbe molto significativa in un momento in cui già il Senato sta per essere nei fatti abolito e la nuova legge elettorale garantirà al vincitore delle elezioni poteri con pochi precedenti. Inoltre queste scelte sono un giudizio: positivo verso la burocrazia, negativo verso i colleghi di partito. Dicono: la burocrazia funziona, e fa andare avanti il paese, i politici no. Il che può essere, visto che poi nel bene o nel male questa è la percezione diffusa nel paese.

Quindi il premier Matteo Renzi, che sta guidando questi cambiamenti cos’è, la mosca bianca dei politici? L’eroe politico che salva il paese dagli altri politici inefficienti, o il politico astuto che usa i burocrati solo per concentrare potere nelle sue mani?

Il cinismo della politica italiana certo farebbe pendere per la seconda idea, ma di sicuro è solo cinismo. Di fatto, nel profondo, questi dubbi sottolineano un problema antico delle democrazie, che va ai tempi di Sparta e Atene. Ci sono caratteristiche diverse nel saper farsi eleggere da un processo democratico e saper amministrare con più o meno grande visione. In questo c’è l’ulteriore fenomeno di avvitamento: gli amministratori, selezionati in decenni di formazione nell’apparato, sono stati privati della grande visione politica, che dovrebbe essere invece il patrimonio dei politici, da eleggere proprio sulla base della visione politica, non della simpatia o delle frasi ad effetto. Ma in realtà ovunque, non solo in Italia, le grandi visioni non appartengono più ai politici, ingoiati da un mostro alla ricerca di consensi minuto per minuto. Anzi, le grandi visioni, troppo difficili, complicate, indigeribili per i 300 caratteri di un tweet sono completamente espulse dallo spettro della politica e dell’amministrazione.

Quindi le grandi visioni, giuste o sbagliate che siano, le vediamo affiorare nelle amministrazioni. Ci sono nella Chiesa (con afflato rivoluzionario di Bergoglio), in Cina (dove il presidente Xi Jinping propone il sogno cinese), nella Ue (dove c’è chi sogna gli Stati uniti d’Europa), negli Usa (a sprazzi, dove i vari “pensatoi” offrono sogni americani sul mondo in competizione).

Questo sembra da lontano il problema vero e di fondo. Va bene la correzione del sistema democratico italiano, che era diventato demagogico e anarchico, va bene promuovere i burocrati per togliere politici corrotti nell’anima prima che negli affari, ma per fare cosa? Va bene anche uno slogan da twittare per i tanti disattenti, ma forse servirebbe anche una risposta più compiuta per i pochi attenti che forse non sono semplicemente da distruggere in un inceneritore.

Questa la domanda inevasa della politica italiana che oggi pesa su Renzi, perché è lui oggi al comando, ma in realtà spetta anche a tutti i suoi colleghi.

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