DALLA CINA/ Lao Xi: così Marino e Berlusconi provano a far cadere Renzi

- Lao Xi

Marino di fatto si è dimesso, se non ancora in modo formale. E questo avrà conseguenze nel Pd. Ma Renzi deve fronteggiare anche il problema del centrodestra. Dalla Cina, LAO XI

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Matteo Renzi (Infophoto)

Di fronte a quanto sta accadendo in Italia, in particolare a Roma, in Cina sta prevalendo l’incredulità. Dunque non può che essere uno sbaglio e perciò, dalla distanza, chiedo spiegazioni. Se il sindaco di Roma, Ignazio Marino, durante tutta la scandalosa vicenda dei funerali del “padrino” Casamonica è rimasto all’estero e non ha partecipato nemmeno a una riunione, non vuole dire che ha dato le dimissioni?

Certo, si può dire, lui non c’entrava niente, tanto più che non c’era.

Ma se un padre sa che sua figlia è andata sotto un’auto, anche se lui non c’entra niente e la colpa è del guidatore ubriaco, si precipita e cerca di soccorrere la ragazza, tenta di essere di aiuto. Se invece non dice niente, si gira dall’altra parte e fa sapere che lui non “ci azzecca”, a ogni buon diritto ha smesso di fare il padre e la figlia sa che se vuole un genitore, qualcuno che pensi a lei, lo deve cercare altrove.

Lo stesso mi sembra di Marino al Comune di Roma. Se lui, per qualunque motivo (distrazione, codardia, malattia…) non si è occupato della più grossa grana della città da anni, ha dato le dimissioni di fatto, e di diritto dovrebbe smettere di prendere lo stipendio e ritornare a fare l’onestissimo medico.

Solo che la domanda diventa: mandando a casa il sindaco di Roma, riuscirebbe ancora l’ex sindaco fiorentino — ora premier italiano — Matteo Renzi a tenere insieme il suo già fragile naviglio di partito?

Poi c’è un altro punto. Mentre la sua compagine gli frana, l’opposizione appare sciolta per mancanza di leader. Berlusconi, il padre-padrone della destra, non ha ancora indicato il successore e dei tre candidati in lizza per il suo trono nessuno pare all’altezza.

L’esuberante Matteo Salvini ha preso toni sempre più razzisti e se l’è presa anche con i vescovi. Ma in Italia non è possibile essere leader della destra (che significa moderati e cattolici) e dare contro ai vescovi.

Gli altri contendenti non sono meglio. Il ligure Toti è governatore della sua regione per miracolo, perché la sinistra era divisa tra due candidati. Difficile che certi miracoli si ripetano. Raffaele Fitto è ancora peggio. Ha perso in Puglia, una regione moderata e machista, e per di più “sua”, contro un comunista gay. In ogni altro incontro alla pari sarebbe seppellito.

Quindi Berlusconi ha ragione a non essere convinto dei vari galli nel suo pollaio.

Così, le dimissioni di Marino a Roma e la mancanza di opposizione lasciano Renzi da solo. Non c’è però ragione di essere felici. Senza poter tenere la posizione a Roma, e con il bisogno di tappare lì una falla che si allargherà con l’inizio dell’anno santo l’8 dicembre, e con un’opposizione frantumata e nel caos, che quindi non può dare un sostegno unitario, coerente e continuativo alla traballante maggioranza, Renzi è a rischio.

Certo nessuno ha la forza e l’intenzione di rovesciare Renzi, ma l’instabilità del suo partito e dei suoi semi-alleati gli frantuma le truppe alle spalle, gli impone più lunghi, stressanti contrattazioni con un numero crescente di “partner”: tutti che temono di essere rottamati, e tutti che vorranno per sé certezze di non esserlo. Tali certezze le vorranno da Renzi o da chiunque prometta di sostituirlo.

Si apre cioè una stagione di grande caccia, di lotta di tutti contro tutti dove i trionfatori potrebbero essere i cantori dello sfascio o del rinnovamento radicale, i 5 Stelle.

La situazione è già in atto, e non può essere risolta. Forse però potrebbe essere arginata se la destra trovasse un nuovo leader, cosa che sarebbe utile a Renzi (che avrebbe un interlocutore unico) e a Berlusconi (che si salverebbe dai tentativi dei suoi e degli altri di sbranarlo).

Però il leader non c’è e lo sfascio andrà solo ad aumentare nelle prossime settimane. Ciò proprio mentre, a causa della volatilità cinese, le prospettive dell’economia mondiale si sono incrinate e giustamente Romano Prodi spiega che il mondo ha bisogno di un vertice per fissare le nuove regole della finanza globale.

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