VISTO DA SINISTRA/ Letta-Renzi, dietro lo scontro sui sindaci ci sono le nomine

- Gennaro da Varzi

Letta fa già i conti con le elezioni anticipate. E la tappa del 3 ottobre serve ad arrivare pronti. Per questo ha visto Renzi

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La sede del Pd a Roma (LaPresse)

Se Matteo Renzi ha sentito il bisogno di fornire una sua versione dell’incontro con Enrico Letta, concedendo una lunga intervista alla sua portavoce occulta (Maria Teresa Meli sul Corriere di ieri) con l’obiettivo di rettificare quanto circolato nelle ore successive, qualcosa deve non essere andato secondo i suoi piani.

Letta ha lasciato per ultimo l’appuntamento con il leader di Italia viva proprio per depotenziarlo di qualsiasi significato. Incontrare Renzi dopo ben 7 anni doveva in qualche modo risultare una formalità, non un evento. È così è stato. Poche notizie, zero aneddoti, annunci praticamente nessuno.

Dunque nell’austera ma casalinga sede di Arel in piazza Sant’Andrea della Valle, Letta ha ridotto l’incontro con colui che lo aveva scalzato da premier nel febbraio 2014 ad un appuntamento privo di significato. Del resto il neo-segretario del Pd intende portare avanti il lavoro di Zingaretti e rafforzare l’alleanza con i 5 Stelle e in questa strategia non può esserci posto per il piccolo partito fondato da Renzi, causa principale della caduta del governo Conte 2.

Letta immagina per il suo Pd un percorso a tappe forzate. Sullo sfondo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica prevista per il prossimo febbraio. Se, come è molto probabile, il parlamento dovesse eleggere l’attuale premier Draghi in quel ruolo, le elezioni politiche anticipate diverrebbero inevitabili.

In preparazione di questo showdown è sempre più decisivo l’appuntamento del 3 ottobre, quando le principali città italiane saranno chiamate ad eleggere i loro nuovi sindaci. Letta ha chiesto agli alleati un rinvio di ogni decisione a fine aprile. Vuole vederci chiaro e giocare un ruolo da playmaker. Mentre a Napoli sembra ormai concluso l’accordo con i 5 Stelle per la candidatura del presidente della Camera Roberto Fico, rimangono aperte le situazioni di Torino e Bologna, ma la trattativa lascia sperare in un accordo. La partita più complicata si gioca a Roma, dove le incertezze su chi candidare hanno messo il Pd capitolino in una situazione che forse non è esagerato definire un vicolo cieco. In pista al momento ci sono la Raggi, che sembra recuperare nei sondaggi a dispetto dei giudizi catastrofici di una certa sinistra, e Calenda, abbastanza isolato ma poco disponibile a fare un passo indietro.

Così Renzi è il suo partito rischiano di rimanere fuori dai giochi, sostanzialmente ai margini del centro-sinistra che sarà in campo alle amministrative. Italia viva – per quanto sia un partito personale – dispone di leader locali che scalpitano e che vorrebbe avere qualche ruolo. Così come il deputato napoletano Migliore, che invoca, non si sa a che titolo, le primarie nella sua città.

Nell’incontro Renzi ha gioca la carta bolognese di Isabella Conti, sindaca di Italia viva di San Lazzaro di Savena, per provare a mettere in difficoltà il segretario del Pd sul tema delle candidature di donne. Diciamo che Letta un po’ se l’è cercata, ma non sfugge l’uso strumentale dell’argomento. Chissà se poi nell’incontro si è parlato di altre donne da indicare per i posti chiave su cui il governo dovrà decidere fra qualche giorno, come i vertici di Cdp, delle Ferrovie, della Rai.

Non risultano al momento intese neanche sulla legge elettorale, sul ritorno al voto di preferenza, e sulla scelta di difendere il maggioritario. Mentre c’è da registrare un piccolo “caso” sul collegio senese per la Camera lasciato vuoto dopo le dimissioni di Padoan, che ha preferito allo scanno parlamentare la più redditizia presidenza del colosso bancario UniCredit. Per alcuni giornali Renzi avrebbe spinto Letta a candidarsi per ritornare in Parlamento. Con lo stesso metodo però dopo poche ore Renzi ha smentito, sostenendo – nella stessa intervista al Corriere – che in realtà preferisce che a candidarsi sia una donna.

Come si vede, ci risiamo. Sarà che al suo amico Andrea Marcucci non deve essere andato proprio giù di aver dovuto mollare la poltrona di presidente del gruppo Pd al Senato per fare posto ad una senatrice del suo stesso partito. Da ora in avanti il tema “indichiamo una donna” sarà agitato come un boomerang, pur di mettere in difficoltà l’attuale segretario del Pd.

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