VISTO DAL COVID/ Pendolari e iperluoghi, perché il virus ha scelto le grandi città

- int. Emanuela Casti

La seconda ondata di Covid investe le grandi città. Densità urbana e mobilità c’entrano poco: il virus si propaga velocemente negli “iperluoghi” e con il pendolarismo

coronavirus
Assembramento a Roma in Piazza Farnese per la "movida" (LaPresse)

“Il Covid sta mettendo in ginocchio il mondo perché ha una capacità di diffusione rapidissima. E la propagazione può avvenire per prossimità o per reticolarità, cioè per movimenti tra persone che trasportano il virus non osservando le procedure di difesa. Nella prima ondata ha colpito le zone più internazionalizzate, più interessate dall’import-export e ad alto livello di inquinamento e pendolarismo. In questa seconda ondata sta privilegiando le grandi città. Ma attenzione: densità urbana o mobilità in sé hanno poca importanza, così come era accaduto a febbraio/marzo; sono piuttosto il pendolarismo e gli assembramenti nei cosiddetti iperluoghi, che sono diventati più intensi e frequenti”. Emanuela Casti, professore di Geografia, direttore del Centro Studi sul Territorio e responsabile del Laboratorio Cartografico Diathesis dell’Università di Bergamo, ha guidato un team di ricercatori che, attraverso diverse banche dati utilizzate con il cosiddetto mapping riflessivo, ha studiato a fondo il primo ciclo pandemico, nella convinzione che la geografia, al pari di altre discipline scientifiche, può fornire un contributo prezioso per conoscere e contrastare le pandemie. A una condizione: che i dati siano resi disponibili nella loro interezza. “In questi mesi abbiamo dovuto fare i conti con l’opacità dei dati: abbiamo dovuto accontentarci degli aggregati, era quasi impossibile, salvo rarissimi casi, avere i dati comunali, che non sono mai stati resi pubblici. E ciò è frustrante per noi geografi. Anche perché a causa proprio di questa opacità si continua a spaventare la gente, ma i media non possono fomentare l’allarmismo”. Perché allarmismo? “Partecipando la settimana scorsa a un convegno con altri colleghi stranieri, è emersa l’opinione condivisa che questo virus non sia così terribile nelle sue conseguenze: la percentuale di letalità del Sars-Cov-2 è molto più bassa rispetto alle ultime epidemie, per esempio Ebola o la Sars. A caratterizzare questo coronavirus è soprattutto la sua velocità di contagio”.

Che risultati hanno fornito le ricerche da voi condotte in questi mesi sull’emergenza Covid-19?

Abbiamo analizzato, giorno per giorno, un ciclo epidemico, quello che va dal 24 febbraio al 24 giugno. Incrociando i dati del contagio in rapporto con i fattori socio-territoriali abbiamo individuato tre fasi del ciclo epidemico: insorgenza, diffusione e decrescita. Così siamo in grado oggi di prospettare un quadro di quanto è successo in Italia, distinguendola in tre aree.

Sta dicendo che possiamo parlare di tre Italie?

Esatto. Le abbiamo definite proprio così: le Tre Italie dell’epidemia, caratterizzate da tre situazioni molto diverse. La prima è rappresentata da molte province della Pianura Padana, dal Piemonte alla Lombardia, dal Veneto all’Emilia-Romagna, tutte gravemente colpite; nella seconda, costituita da alcune province delle Marche e della Toscana, il contagio si è diffuso in modo intermedio; la terza, infine, composta dal resto dell’Italia centrale, meridionale e isole, ha avuto contagi lievi o inesistenti, a parte le aree metropolitane di Roma e Napoli, dove l’infezione c’è stata, ma in misura non allarmante e solo endemica.

Rispetto ad altre ricerche sull’epidemia, che elementi aggiunge la vostra?

È l’unica ricerca di terreno, l’unica realizzata su un’area molto significativa, quella di Bergamo e della Lombardia, non limitandoci a delineare linee generali, ma andando a vedere cosa succedeva comune per comune. Un altro pregio del nostro studio è che fin da marzo avevamo anticipato quello che oggi si dice rispetto ad alcune misure che si sarebbero dovute adottare per evitare assembramenti e garantire il rispetto del distanziamento.

Nei vostri studi si parla di “fragilità” dei territori. A cosa si riferisce?

Partendo da alcune ipotesi, ci siamo chiesti se i territori potessero influire, e in che misura, sulla gravità del virus, prendendo in considerazione alcuni fattori: la densità urbana, la mobilità, l’inquinamento, i sistemi sanitario e assistenziale, i possibili settori da indagare. E la ricerca ha mostrato i punti più vulnerabili, che abbiamo appunto chiamato “fragilità”.

Che cosa è emerso?

Viviamo in territori molto densamente e dinamicamente abitati e la Pianura Padana ha tassi di inquinamento fuori controllo per molti giorni dell’anno.

Detto così, nulla di nuovo, non crede?

Nella fase di innesco dell’epidemia, però, indagando su densità urbana, mobilità e inquinamento, i dati hanno confermato alcune ipotesi iniziali interessanti.

Per esempio?

Chiaro che l’inquinamento rende fragile il sistema respiratorio, ma gli studi sul Pm10 realizzati dal Sima, l’istituto per le malattie ambientali, ha dimostrato che a Bergamo queste polveri sottili trasportavano anche il coronavirus. È vero che alcuni contestano questi dati e dicono che servono ulteriori analisi, ma la nostra osservazione conferma che nelle aree ad alto contagio, come la dorsale da Lodi a Bergamo, l’inquinamento era presente in misura massiccia: Pm10 o biossido di azoto sono prodotti da industrie, allevamenti e traffico.

Gli aspetti territoriali possono bloccare la diffusione del virus?

Diciamo così: dovendo imparare a convivere con il virus ancora per più di un anno, dobbiamo sapere che ci sono azioni che possono rallentarne la diffusione.

Che cosa bisognerebbe fare, allora, per curare queste fragilità, anche in previsione dell’arrivo di una prossima pandemia, visto che la stessa Oms dice che questa non sarà certo l’ultima?

Innanzitutto una premessa. Viviamo un periodo nel segno di crisi della vulnerabilità, in cui antropocene e pandemia sono le due facce della stessa medaglia. Dobbiamo cambiare modello di abitare i territori.

In concreto?

Non si tratta, per esempio, di incidere sulla mobilità in senso lato, che non è di per sé un fattore negativo, ma sul pendolarismo sui mezzi pubblici, un tipo di mobilità “facilmente” controllabile, perché sappiamo che avviene in particolari fasce orarie e quali ne sono le cause. Basta allora scaglionare gli orari, spalmando sull’intera giornata il numero dei pendolari – che nel frattempo sono già diminuiti in parte, grazie allo smart working: si può fare subito, con una seria programmazione e a costi contenuti.

E la densità urbana? Dobbiamo tutti trasferirci in campagna?

No. Anche in questo caso non è la densità in sé, non è il vivere in città che produce più contagi, bensì la densità legata alla mobilità, alla reticolarità. Le faccio un esempio.

Prego.

Nella prima fase i focolai avevano tra di loro dei contatti, come è emerso dall’analisi degli eventi sportivi tra Codogno e Alzano Lombardo. Prima del 22 febbraio abbiamo censito una decina di eventi sportivi di squadre che hanno messo insieme sportivi di Alzano e di Codogno. Così abbiamo creato una reticolarità: il contagio ha interessato persone che vivevano in luoghi distanti, ma che si sono incontrate. Ebbene, in Lombardia, regione molto ricca, attrezzata e dinamica, il virus si è propagato come si è propagato perché abbiamo molti iperluoghi.

Che cosa sono?   

Sono configurazioni territoriali al chiuso tipiche del periodo che stiamo vivendo: centri commerciali, stazioni ferroviarie, aeroporti, spazi pubblici vari, dove si aggregano molte persone e le cui attività suppliscono quella che una volta era la funzione delle piazze nelle città. La presenza di questi spazi limitati ad alta intensità di scambi e connessioni ha favorito l’insorgere pandemico. Bisogna allora ripensare questi iperluoghi, questa “fragilità”, per poter convivere con questa epidemia e con le prossime.

All’inizio lei accennava anche a sistema ospedaliero e assistenziale. Quanto incidono nel favorire la diffusione del virus?

In Italia, ma non solo, abbiamo sistemi sanitari non adeguati a far fronte a un’epidemia, soprattutto nella sua fase più acuta. Per due ragioni: abbiamo investito molto sulla specializzazione, con livelli di assoluta eccellenza, ma abbiamo trascurato, Lombardia in testa, tutte quelle strutture sanitarie territoriali, tipo ambulatori e dispensari, che in caso di epidemia possono trattare i casi meno gravi senza che arrivino all’ospedalizzazione. E anche il modello assistenziale degli anziani va messo in discussione: le Rsa, troppo grandi, specie in Pianura Padana, diventano luoghi incontrollabili di propagazione del virus, mentre in altre parti d’Italia è più diffusa l’assistenza domiciliare agli anziani, che è la nuova tendenza in atto.

A marzo-aprile il Covid era partito dalle aree periurbane, come la conurbazione della Pianura Padana, mentre oggi sembra “privilegiare” le grandi città metropolitane. Secondo lei, c’è una spiegazione?

Sì. La prima ondata ha colpito aree molto internazionalizzate, molto legate all’export-import, caratterizzate da forte pendolarismo e inquinamento.

E adesso?

Siamo in una seconda ondata, in cui le dinamiche registrate nella prima sono cambiate. Intanto occorre sgombrare il campo da una certa confusione: oggi spesso i media definiscono focolaio l’esito di tamponi somministrati ad asintomatici, parlando di focolai in tutta Italia. Questi non sono focolai.

Possiamo chiamarli “focolai da tampone”?

Sono senz’altro molto diversi da quelli di Codogno, Alzano Lombardo o Vo’ Euganeo. In quel caso erano gruppi di persone sintomatiche che avevano avuto un’origine comune come contagio iniziale e che costituivano una minaccia per la comunità locale. Aver aumentato esponenzialmente i tamponi ci permette di individuare i contagiati, perlopiù asintomatici e giovani, che si mettono più facilmente in situazioni a rischio, soprattutto nelle grandi città, per il modello di vita che perseguono. D’altro canto, la comparazione sulla distribuzione italiana del virus mostra che la situazione non è cambiata, a parte le due aree metropolitane di Roma e Napoli.

Alla luce delle ricerche da lei condotte che contributo può dare la geografia alla conoscenza e al contrasto del coronavirus?

L’epidemia è un fenomeno non solo medico-scientifico, ma anche territoriale. Michel Lussault sostiene che le relazioni urbane, le connessioni, sconvolgono il sistema mondo e lo rendono vulnerabile. E il geografo può aiutare a progettare il territorio preparandolo alle nuove crisi. Dobbiamo pensare a un nuovo modo di abitare i territori, prospettando spazi, privati e pubblici, adeguati e ripensando la funzione degli iperluoghi.

(Marco Biscella)

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