Alcuni esponenti del Pd sono tentati di ascoltare la Meloni sulla proposta di cambiare legge elettorale; il realtà il Nazareno sta bene col Rosatellum
Il dibattito sulla nuova legge elettorale agita da qualche giorno la politica italiana e anche il Pd è costretto ad osservare la proposta di Giorgia Meloni da una prospettiva più complessa di quanto sembri. Da un lato ci sono voci autorevoli, come quella del costituzionalista Stefano Ceccanti intervistato ieri dal Foglio, che intravedono nei progetti di riforma alcuni elementi teoricamente condivisibili.
Ceccanti ha ricordato come l’attuale sistema, il Rosatellum, sia un ibrido instabile: cinque ottavi proporzionale, tre ottavi maggioritario, con collegi uninominali che generano risultati incerti e spesso dipendenti da dinamiche territoriali imprevedibili. Secondo lui, un proporzionale “razionalizzato” – magari con un premio di maggioranza – eviterebbe il rischio di un pareggio permanente tra schieramenti e restituirebbe maggiore coerenza istituzionale.
In effetti, prima del voto regionale di domenica scorsa, diversi commentatori erano convinti che anche il Pd potesse riconoscersi in una legge più lineare, magari con soglie chiare e un rapporto più diretto tra voti e seggi. In fin dei conti le nuove leggi elettorali non servono quasi mai per vincere, anzi portano abbastanza male a chi le promuove.
Per vincere ci vogliono i voti e solide alleanze. Nel 2022 il centro-sinistra si è autodistrutto per l’insipienza di Enrico Letta nel tenere insieme l’alleanza che pure aveva governato con qualche risultato. Oggi il problema è decisamente più del centrodestra, che si trova a dover difendere un’esperienza di governo che incomincia a scricchiolare.
Con una nuova legge elettorale in realtà si vuole ridurre il peso dei partiti più piccoli e rispondere alla spinta soprattutto dei portatori di voti a ripristinare le preferenze. Ma oltre le teorie e i tecnicismi arriva la politica, e qui i margini per un accordo bipartisan evaporano rapidamente.
La linea prevalente nel Pd – confermata anche dalle parole del senatore Dario Parrini (un riformista), responsabile riforme, nell’intervista a Repubblica di ieri – è apertamente contraria. Il primo motivo è semplice: il Pd ha faticosamente costruito nell’ultimo biennio il cosiddetto “campo largo”, un’alleanza ampia e non scontata, necessaria per competere nei collegi uninominali contro il centrodestra. L’attuale legge è stata la cornice entro cui questo sforzo ha preso forma. Cambiarla ora significherebbe rimettere tutto in discussione e costringere la coalizione a ridefinirsi da zero.

C’è poi il nodo delle preferenze, che la proposta meloniania reintrodurrebbe con forza. Per il Pd significherebbe dare spazio ai professionisti del voto clientelare che si annidano nel vecchio partito di governo, scatenando una competizione interna feroce, complicare la formazione delle liste, esporre il partito a tensioni continue e indebolire il nuovo gruppo dirigente costruito in questi anni intorno ad Elly Schlein.
Senza contare che l’ipotesi del premio di maggioranza rischia di amplificare sproporzioni tra consenso reale e distribuzione dei seggi, un’eventualità che nel centrosinistra suscita più timori che entusiasmo.
A tutto questo si aggiunge un contesto temporale tutt’altro che neutrale: con le politiche all’orizzonte, intervenire sulle regole del gioco appare una mossa rischiosa per il governo, se non addirittura autolesionistica. Perché aiutarli?
La sensazione diffusa è che il Pd, oggi, non abbia alcun interesse concreto a modificare la legge elettorale. Qualunque riforma destabilizzerebbe un percorso politico faticoso, e offrirebbe al centrodestra la possibilità di ridisegnare il sistema a proprio vantaggio. Per questo, al di là delle riflessioni accademiche, la posizione reale del partito è compatta e si orientata alla difesa dello status quo: mantenere il Rosatellum, consolidare il campo largo, e non concedere alla maggioranza la possibilità di dettare da sola le nuove regole.
Resta una domanda: la Meloni e i capi di Fratelli d’Italia riusciranno a convincere gli alleati, oppure la maggioranza si “scatafascia” proprio su un tema tanto sensibile? Il centrodestra non è compatto: la Lega non frena il suo declino e teme un sistema che penalizzi i partiti più piccoli, Forza Italia non ama lo schema del “premier sulla scheda”, e in generale ogni modifica rischia di scontentare qualcuno. È possibile che la proposta resti un’arma di propaganda più che un progetto realmente destinato ad arrivare in porto.
Dal canto suo, il Pd si oppone, e – almeno per ora – si tiene stretta una legge elettorale che conosce e che ha imparato a usare. In politica, soprattutto in vista del 2027, la prudenza non è un freno: è una strategia. E oggi tra le varie possibilità c’è anche quella di giocare di rimessa, aspettando l’errore dell’avversario.
— — — —
Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.
