Vittorio Brumotti “la mia vocazione come la fede dei preti”/ Picchiato da spacciatori

- Niccolò Magnani

Vittorio Brumotti dopo l’ennesimo pestaggio subito da spacciatori “la mia non è incoscienza, è vocazione, come la fede dei preti. Serve il bene contro le mafie”

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Vittorio Brumotti aggredito, Striscia la notizia

Ormai non fa quasi più notizia che Vittorio Brumotti venga malmenato da spacciatori, delinquenti o anche semplici cittadini pizzicati a parcheggiare nei posti per disabili: i servizi del biker-inviato più famoso d’Italia a Striscia La Notizia spopolano in tv e sul web, non da ultimo quello in cui è stato picchiato selvaggiamente da un gruppo spacciatori nella centralissima Porta Venezia a Milano. Gli hanno scagliato un bastone sulla mascella e nel raccontare oggi quella bruttissima esperienza al Corriere della Sera, Brumotti ripercorre le ultime ore in cui ha sentito il bisogno di “rigenerarsi” dopo quanto avvenuto: «sono tornato sul luogo del misfatto con la mia mascella mezza distrutta: è il mio modo per superare il trauma. Poi sono andato a villa Necchi, una delle meraviglie del Fai, a rifarmi gli occhi, per riempirli di cose belle». Il campione di trial da anni ormai combatte ogni giorno con la sua telecamera contro l’abuso di droga e micro-mafie in tutti i territori d’Italia e quanto successo qualche giorno fa non è che uno dei tanti episodi scandalosi raccontati: «Coca, crack, metanfetamina… Sono stato aggredito da un gruppo di spacciatori. Mi hanno colpito al volto in modo violento con il bastone della mia go pro, una botta fortissima. Sono svenuto per qualche secondo, ora ho lividi qua e là».

LA “VOCAZIONE” DI BRUMOTTI

Eppure dopo tutti i rischi corsi, Brumotti non si ferma: esaltato? Incosciente? Mediatico? Secondo lui nulla di tutto questo. «Lo faccio per vocazione, come la fede per i preti. Per questo non mi piace quando strumentalizzano i miei servizi: io mi muovo solo quando mi chiamano i cittadini esasperati da situazioni insopportabili», racconta Vittorio ai microfoni del Corriere. Per Brumotti l’arma diventa la sua telecamera – come la penna per i giornalisti e scrittori – e questa «mediaticità fa paura a tutti. Pensi che il paradosso è che mi sento quasi più a rischio quando faccio i servizi contro chi parcheggia ingiustamente nel posto dei disabili. In quei casi, a volte, la reazione della gente è molto più aggressiva di quanto mi aspetti».

Quella vocazione non nasce per caso, spiega ancora il biker-inviato di Striscia, «Mio papà è un ex carabiniere, mio zio era un generale dei carabinieri. Il senso delle regole ce l’ho nel sangue. Molti pensano sia un esaltato o un incosciente, ma anche se non andassi in onda farei questo lavoro. Non lo faccio per apparire e non lo faccio nemmeno per soldi. Quello che guadagno dal programma lo reinvesto per fare sempre ricerche sul territorio. Mi hanno minacciato di morte in tutti i modi, ma non mi fermo perché se no hanno vinto loro». Spacciatori e criminali di ogni genere e colore, con però una tipologia di “cliente” sempre uguale: «La colpa dello spaccio è degli italiani: sono loro i primi consumatori di droga, spesso padri di famiglia che vanno a comprare cocaina per il loro sballo. E italiano è il business: la ’ndrangheta controlla il 90% del mercato della coca. Quando mi sono venuti addosso non ho visto dei piccoli spacciatori, ho visto la ’ndrangheta». In conclusione Brumotti prova a scherzarci sulla sua voglia imperterrita di “trovarsi nei guai” e spiega «svuotare il mare con un secchio? Ho sempre odiato chi fa del male a chi non si può difendere. Ho 40 anni e ho la sindrome di Peter Pan, sono un eterno bimbo che vuole vedere che tutto va bene».







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