IL PALAZZO/ Quel “regalino” della Consulta che unisce Pd e Pdl

- Lamberto Icini

Questa settimana la Consulta deciderà se ammettere il referendum sulla legge elettorale. La decisione è attesa per mercoledì, ma la politica è già in movimento. Il racconto di LAMBERTO ICINI

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Ormai è diventata una questione di fiuto. O per usare le parole del senatore Pd, Marco Follini, una questione “nasometrica”. Questa settimana la Corte Costituzionale deciderà se ammettere o meno il referendum che mira a modificare la legge elettorale reintroducendo il Mattarellum. La decisione dovrebbe arrivare mercoledì ma, come nella migliore tradizione, da settimane nei palazzi della politica è iniziato un piccolo concorso pronostici. E forse non è un caso che due esponenti di Pd e Pdl come Follini e Gaetano Quagliariello, a pochi giorni da un appuntamento decisivo per la politica italiana, siano arrivati alla stessa conclusione “nasometrica”: la Consulta dirà no. Nessuna pressione sui giudici s’intende, solo considerazioni “a naso”.

In fondo i precedenti dimostrano che mai la Corte ha fatto “rivivere” leggi già abrogate dal Parlamento. E ieri, su Repubblica, lo ha spiegato in una lettera anche il professor Marco Ruotolo, ordinario di diritto costituzionale all’università di Roma Tre. Che, anche se la cosa non ha alcuna incidenza, resta l’università “più vicina” al Capo dello Stato Giorgio Napolitano visto che lì insegna suo figlio Giulio mentre il rettore, Guido Fabiani, ne è il cognato avendo sposato la sorella della signora Clio.

Ma non bisogna ricorrere a complessi retroscena per capire che il “fiuto” di Quagliariello e Follini nasconde in realtà qualcosa di più. Non è un segreto, infatti, che i due principali partiti che appoggiano il governo Monti considerino il referendum un evento catastrofico (e il Terzo Polo condivide). Il motivo è semplice. Il ritorno ai collegi uninominali darebbe un vantaggio troppo forte a chi ha giocato all’opposizione l’attuale fase politica. Sarebbe difficile, per un esponente del Pdl difendersi davanti ad un leghista che lo accusa di aver fatto “accordi con i comunisti”, o di aver favorito “l’esecutivo delle tasse”. E c’è da pensare che stesso trattamento sarebbe riservato da Sel e Idv ai Democratici.

Meglio un sistema più proporzionale che consenta ai partiti maggiori di mantenere invariato il loro peso elettorale. E magari di liberarsi di alleanze che oggi sarebbero indispensabili per vincere. Non a caso i piccoli sono in subbuglio. L’Idv attacca il tentativo di “boicottare” la volontà dei cittadini italiani; il Carroccio teme l’isolamento e minaccia di far saltare le alleanze locali al Nord qualora si arrivi a definire una legge elettorale “troppo penalizzante”; e anche Francesco Storace lancia la sua intemerata al Pdl: 

«Noi non vogliamo sfasciare l’alleanza e vogliamo sperare che non sia questo l’obiettivo del primo partito italiano, che da solo è destinato a perdere. A meno che non gli arrivi un aiutino dalla Corte costituzionale».

L’aiutino, ovviamente, sarebbe la bocciatura del referendum che consentirebbe di continuare il lavoro su una legge elettorale gradita a Pd, Pdl e Terzo Polo. Che, per dimostrare la propria buona volontà davanti ai cittadini che hanno firmato i quesiti, stanno pensando di presentare una mozione parlamentare unitaria che li impegni comunque a modificare la legge. Certo, non sarà semplice mettere d’accordo tutti (il Pdl e il Terzo Polo, oltre a cambiare il sistema di voto vorrebbero mettere mano anche all’architettura istituzionale) ma di sicuro una mozione di questo tipo sembra essere un modo per mettere le mani avanti in vista di una probabile bocciatura del referendum da parte della Consulta. Ma forse è solo “fiuto” politico.

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