WALTER’S PLAYLIST/ Il bigliettaio del metrò di Leandro Barsotti

- Walter Gatti

Il bigliettaio del metrò, una canzone del francese Serge Gainsbourg tradotta in italiano dal cantautore Leandro Barsotti. di WALTER GATTI

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Leandro Barsotti al Meeting 2010

Nelle scorse settimane, presentando “Amazing Grace” (il libro che ho scritto con Riro Maniscalco, Walter Muto e Stefano Rizza) al Meeting di Rimini, ho avuto la fortuna di portare sul palco alcuni musicisti che stimo e di cui apprezzo l’amicizia. Uno di questi è Leandro Barsotti. L’ho incontrato per la prima volta all’inizio degli anni ’90, quando alternava l’attività giornalistica con quella di cantautore. Le sue canzoni erano spigolose, acide. Ricordo soprattutto un disco aggressivo, Ho la vita che mi brucia gli occhi.

Poi Leandro ha un po’ addolcito la sua carica ed è andato a mietere successo in una bella stagione sanremese, centrando un tormentone estivo (molti ricorderanno Mi piace) prima di dedicarsi ad altri progetti musicali ed esistenziali (ad esempio: metter su una bella famiglia). La sua cultura francese l’ha portato nel 2007 ad un’operazione intrigante: l’incisione di “Jazz nel burrone”, cd con la traduzione fedele di alcune canzoni di uno dei grandi autori della canzone francese, Serge Gainsbourg, celebre soprattutto per i pseudo-orgasmi di Je t’aime, mon plus in compagnia della moglie Jane Birkin.

Nel disco in questione c’è Il bigliettaio del metrò (in origine: Le poinconneur des lilas), uno di quei quadretti di vita quotidiana che, tra tragicità e ironia, fissa una volta per tutte quell’istante di ripetitività dell’uomo:

Sono il bigliettaio del metrò quello che non guardi in faccia mai non c’è sole qui sotto terra sembra una guerra

E mentre la gente entra ed esce dai vagoni della metropolitana, più o meno indaffarata e pensierosa, lui rimane lì, appollaiato al suo seggiolone, sognando altre vite e altre mete e costernandosi del proprio stesso miserevole stato….

Nella mia pausa a mezzodì leggo le pagine sui vip
E su quei giornali ho letto che la vita è molto dolce a Saint Tropez
mentre io cammino tra i vagoni
che due maroni credo
che stupidi così mestieri non ne faccian più

Nel ritornello della canzone il gioco tra Barsotti e il grande francese si fa perfetto, lanciandosi in uno scioglilingua senza fiato come la corsa della metropolitana sui suoi binari o come l’inarrestabile fumana di gente che esce dai vagoni dalla nell’ora di punta:

Faccio buchi faccio buchi faccio solo buchi
Faccio buchi faccio buchi faccio solo buchi
Buchi di prima classe
Buchi di seconda classe
Faccio buchi faccio buchi faccio solo buchi
Solo buchi solo buchi

Ripetitività, gesti reiterati all’infinito privi inevitabilmente di una partecipazione umana: una volta andava di moda la parola “alienazione”. Ma non c’è rivendicazione proletaria in questo testo di Gainsborough-Barsotti, bensì quell’ironia esistenziale che è del Charlie Chaplin di Tempi moderni.

 

Come se ne esce?

Un giorno arriverà ne sono certo
E allora io vivrò a cielo aperto
Avrò una spider lungo l’autostrada
Verso una casa
Perché di buchi mio Gesù
Non voglio vivere mai più Qui divento pazzo
Da spararmi un colpo
Faccio un buco un altro buco l’ultimo dei buchi
Finchè mi metteranno dentro un buco
Da dove non vedrò più questi buchi

Ogni tanto penso che purtroppo ci siamo dimenticati della canzone francese: l’americanismo l’ha spazzata via. Così ci siamo scordati di Brassens, Brel e Gainsborough, purtroppo. Ogni tanto quando guardo Leandro Barsotti ancora oggi, magari a cena o parlando della nostra beneamata Inter, penso che solo lui avrebbe potuto re-interpretare questo pezzo con la stessa leggerezza, senza fastidio, con una trafelatezza che rivela l’incalzare della vita dietro l’asfissia del bucare un biglietto dietro l’altro.

Che dire? Grazie a Leandro che in questa digressione jazzata nella chanson ci ha fatto riscoprire qualcosa di rimasto lontanissimo, quasi sfuggente, sull’orizzonte della canzone…

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