WHIRLPOOL CHIUDE A NAPOLI/ L’incrocio tra investimento sbagliato e politica assente

- Giuseppe Sabella

Whirlpool ha deciso di chiudere lo stabilimento di Napoli. Oltre agli errori dell’azienda è sembrata debole l’azione del Mise

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Alla fine la doccia fredda è arrivata. Ieri, Whirlpool ha comunicato che causa stallo del negoziato sulla “riconversione” dello stabilimento di Napoli “si trova costretta a procedere alla cessazione dell’attività produttiva, con decorrenza 1 novembre 2019”. È ovviamente una pessima notizia, in primo luogo perché non si tratta di una riconversione ma di una chiusura; in secondo luogo, perché ancora una volta siamo in presenza di un investitore che contravviene agli impegni che ha sottoscritto; in ultimo, ma aspetto non meno rilevante, si sta creando una forte rottura tra un’azienda che in Italia ha 6.000 dipendenti e il sistema Italia, considerato che in particolare il sindacato minaccia agitazioni in tutti gli stabilimenti. Oltre a Napoli, la multinazionale americana ha siti produttivi a Carinaro (CE), Fabriano (AN), Comunanza (AP), Siena, Biandronno (VA) e, a parte quest’ultimo, gli altri non lavorano a pieno regime (vi sono contratti di solidarietà).

Proprio perché, nel nostro Paese, Whirlpool ha una presenza importante, è piuttosto anomala un’azione di forza come questa. Anche perché la procedura di cessione dello stabilimento campano era stata sospesa fino al 31 ottobre. Facendo qualche passo indietro, tuttavia, l’azienda ha anzitutto sbagliato investimento: l’acquisizione di Indesit si è rivelata problematica, Whirlpool non ha trovato un mercato capace di assorbire la sua nuova gamma di prodotto. Da qui, l’idea di cedere il ramo d’azienda, tanto che ad aprile i vertici di Whirlpool avevano informato l’allora capo del Mise Luigi Di Maio, il quale non rese pubblico il caso per ragioni elettorali (a fine maggio vi erano le elezioni europee). Quando poi, in tempi più recenti, è emersa la volontà dell’impresa, il presunto acquirente del ramo d’azienda – la Passive Refrigeration Solutions (Prs), società con sede a Lugano – ha destato non poche perplessità a cominciare dal fatto che si tratta di soci italiani con sede in Svizzera.

Resta tuttavia alquanto nebuloso questo comportamento da parte di Whirlpool non curante del fatto che sta incrinando il suo rapporto con Governo e sindacati. Possibile che buone relazioni istituzionali non abbiano un valore? Perché comprometterle a tal punto? Non è che forse l’azienda americana ha fatto qualche valutazione preoccupante sul suo futuro in Italia?

La realtà dei fatti è che, al di là della scorrettezza di un investitore, il nostro Paese sembra essere sempre meno pronto non solo nella gestione delle crisi aziendali che non trovano soluzioni e risposte – restano sempre aperti 150 tavoli tra cui oltre a Whirlpool anche Embraco, Pernigotti, IIA, Mercatone Uno, Comital, ecc. -, ma anche nello sviluppo economico (si pensi da una parte ai ritardi strutturali in fisco, burocrazia e costi energetici, ma dall’altra anche ai tagli inspiegabili fatti l’anno scorso agli incentivi per Industria 4.0).

Quando Di Maio si è insediato al Mise, inoltre, la task force guidata dal dott. Giampiero Castano che aveva gestito con molta capacità le crisi aziendali negli anni più difficili della nostra economia è stata rimossa senza alcun motivo. E i risultati non potevano che essere negativi: il Mise è fermo da quasi un anno e mezzo. Ciò significa che chi investe non ha un’interlocuzione valida, il quadro è debole (si pensi alla questione immunità penale ex Ilva), l’incertezza è tanta. Whirlpool ha le sue responsabilità, ma come pensiamo di trattenere gli investitori e competere in queste condizioni?

Potremmo scoprire che Whirlpool è una vicenda che va oltre lo stabilimento campano e che la ritirata nel tempo si estenda anche agli altri siti produttivi. Ma, per il momento, auguriamoci che Napoli non sia una exit strategy.

Twitter: @sabella_thinkin

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