WHITNEY HOUSTON, MORTA 10 ANNI FA/ Le violenze dell’ex marito e il tunnel della droga

- Paolo Vites

Dieci anni fa moriva per overdose di farmaci e sostanze stupefacenti Whitney Houston, una delle più belle voci di sempre: si era autodistrutta da sola

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Whitney Houston

Whitney Houston, seconda di tre figli della coppia composta da John Russell Houston Jr, amministratore cittadino, e Emily “Cissy” Houston, cantante gospel e black, fa parte di una delle famiglie musicali più importanti dell’America di colore. La madre è stata corista di artisti come Elvis Presley e Aretha Franklin e lei è cugina della star Dionne Warwick e di Dee Dee Warwick, anche lei cantante di successo. In più, oltre a avere una voce straordinaria, potente, ricca di di sentimento e di capacità di improvvisazione vocale fin dalla tenera età, è bellissima: ancora minorenne comincerà a lavorare come fotomodella, diventando in breve tempo uno dei volti più conosciuti dell’America giovanile. Ma la sua strada è un’altra. Spesso la madre Cissy la porta con sé nei club, dove si esibisce e la fa cantare con lei. Una sera viene notata da Clive Davis, fondatore e boss dell’Arista, uno dei discografici più importanti d’America, che ha lavorato con gli Stones, Santana, Janis Joplin e lanciato Patti Smith per dirne alcuni. Rimane incantato e le fa firmare immediatamente un contratto in esclusiva mondiale. Whitney ha solo 19 anni.

Davis non ha fretta, vuole che il disco di debutto sia curato nei dettagli: quando esce, intitolato con il nome e il cognome dell’artista, due anni dopo, è un successo stratosferico in tutto il mondo e uno dei primissimi esempi di crossover, di capacità cioè di essere in testa sia alle classifiche di musica black che di pop bianco, avvicinandosi ai record assoluti del passato: 14 settimane non consecutive nella classifica Billboard 200 contro il record di 15 settimane appartenuto a Carole King e raggiungendo 46 settimane nella Top Ten esattamente come la King. Nel 1999 verrà certificata la vendita di 13 milioni di copie. Il disco vincerà anche un Grammy come miglior performance vocale pop femminile, candidandosi ad altre tre nomination.

WHITNEY HOUSTON: IL DEBUTTO AL CINEMA E IL MATRIMONIO CON BOBBY BROWN

Nel 1992 la cantante fa il suo debutto nel mondo del cinema con The bodyguard, in cui in pratica interpreta se stessa, con Kevin Costner nel ruolo di guardia del corpo. Sebbene il film non sia niente di che e venga criticato, è un successo straordinario di botteghino, ma ancora di più lo è la colonna sonora da lei interpretata, dove spicca la bellissima resa del classico della cantante country Dolly Parton I will always will love you, che diventa il singolo più acquistato della storia, con le sue oltre dieci milioni di copie vendute. La colonna sonora è invece quella più venduta della storia ancora oggi. Non c’è dubbio che Whitney Houston sia la cantante più di successo e più amata del decennio, ma nella vita privata della bellissima cantante qualcosa comincia a non funzionare.

Nel 1992 Whitney commette il peggior sbaglio della sua vita, forse per negare a se stessa la sua tendenza omosessuale: sposa il rapper Bobby Brown. L’uomo ha alle spalle precedenti penali, problemi di tossicodipendenza e tre figli avuti da tre donne diverse. Nel 1993 nasce Bobbi Kristina Houston Brown, loro unica figlia. Secondo gli amici, è Brown a trascinare la cantante nella droga pesante, ma non solo: abuserebbe fisicamente di lei, picchiandola. Le cronache dei giornali di gossip si riempiono di scandali e tradimenti della coppia. Durante una vacanza a Capri, nel 1997, Whitney si presenta all’ospedale con il volto tumefatto. Dice di essere scivolata sugli scogli, cerca di nascondere i lividi e le lacrime dietro un enorme paio di occhiali neri, l’asciugamano premuto sul viso. Nel 2003 chiama il 911 per violenza domestica: quando la polizia arriva a casa della coppia, in Georgia, Whitney ha contusioni su una guancia e un labbro tagliato. Riprecipita con lui nel baratro della cocaina. Ma Whitney fatica ad allontanarsi da lui. Ci riuscirà solo nel 2006, ottenendo il divorzio dopo essersi disintossicata e aver ottenuto la custodia della figlia.

WHITNEY HOUSTON: GLI ULTIMI ANNI E LA MORTE

Non basta. Anche il padre si schiera contro di lei. A inizio carriera John Russell le ha fatto da manager e nel 2002 intenta una causa contro la figlia per cento milioni di dollari, sostenendo di aver diritto a un risarcimento “per averla aiutata e sostenuta nei momenti difficili”. Fortunatamente, è il caso di dirlo, l’uomo muore un anno dopo e la cosa si chiude così. Quanto dolore può accumulare una persona che si vede attaccata dal padre per soldi? La sua carriera riprende tra alti e bassi. Il 9 febbraio 2012, due giorni prima di morire, Whitney Houston arriva al Beverly Hilton Hotel: deve prendere parte a una serata organizzata a margine dei premi Grammy, a Hollywood. Canta Jesus Loves Me in duetto con Kelly Price: sarà la sua ultima apparizione in pubblico. È, profeticamente, un ritorno a quella musica gospel che cantava da bambina nel coro della sua chiesa e una richiesta a Gesù di accoglierla in cielo.

Dopo la performance, la cantante sale nella sua camera da letto. Viene trovata morta dalla sua assistente il pomeriggio dell’11 febbraio a faccia in giù nella vasca da bagno piena d’acqua con una “purazione sanguinante proveniente dal naso” e, secondo il rapporto, “c’erano due abrasioni superficiali sul lato sinistro della fronte e c’era un’abrasione superficiale sul lato sinistro del ponte del naso”. Secondo il patologo forense, visto che l’acqua era ancora molto calda, la donna non sarebbe stata seduta nella vasca, ma ci sarebbe caduta accidentalmente, il che spiega un piccolo livido che è stato visto nella zona della fronte sinistra, alcuni altri segni di pressione sul viso, inclusa la leggera lacerazione del labbro, e il fatto che sia sdraiata a faccia in giù”, ha detto Cyril Hecht nel corso di una intervista televisiva al canale Abc. “Penso che sia caduta in acqua, era priva di sensi, morta o morente quando è caduta nella vasca. Non sarebbe quindi morta annegata anche se non escludo che la testa immersa nell’acqua sicuramente potrebbe aver contribuito alla sua morte”.

MORTE DI WHITNEY HOUSTON: ATTO VOLUTO O INCIDENTE?

Come sempre, in questi casi non si sa se sia stato un atto voluto o un incidente dovuto agli abusi. Certo è che le condizioni del corpo della cantante come vengono descritti dai medici sono scioccanti: la cantante indossava una parrucca che era ancora strettamente attaccata alla testa al momento della morte, aveva perso quasi del tutto i capelli naturali. Portava anche una dentiera, cosa abbastanza comune tra i tossicodipendenti a lungo termine. L’uso abituale di droghe come la cocaina crack, che contiene sostanze chimiche acide, porta nel tempo all’usura del tessuto polposo del dente. La carie dentaria può anche essere il risultato di vomito e digrignamento dei denti, che è comune tra i tossicodipendenti e gli alcolisti. La ragazza più bella d’America era ridotta a uno zombie. Secondo il tossicologo forense Bruce Goldberger il sangue dell’artista era “fortemente intossicato da cocaina” al momento della sua morte ed era quello di una “consumatrice abituale di cocaina”. Nella stanza viene trovata “una pletora di flaconi di farmaci da prescrizione”. Il rapporto finale elenca un totale di 12 diversi farmaci, tra cui i farmaci anti-ansia Xanax e il rilassante muscolare Flexeril, prescritti da cinque diversi medici.

Non solo. Come si evince dal film biografico di Kevin McDonald, Whitney, la cantante da ragazzina sarebbe stata molestata sessualmente dalla cugina Dee Dee Warwick, sorella della cantante Dionne: a parlarne è il fratellastro, l’ex giocatore di basket Gary Garland-Houston. Basterebbero questi eventi traumatici a spiegare la sua tensione autodistruttiva. C’era qualcosa di molto disturbato in lei, racconta McDonald a Vanity Fair “come se non si sentisse mai a proprio agio nei suoi panni. Era una donna bellissima, ma mai particolarmente sexy. Ho visto e ripreso persone che avevano subito abusi sessuali durante l’infanzia: qualcosa nel suo modo di fare mi ricordava quel tipo di comportamento. Credo che dietro il suo autolesionismo ci fosse principalmente l’essere stata vittima di abusi”.

WHITNEY HOUSTON, IL DRAMMA DELLA FIGLIA

Quando Whitney Houston muore, la figlia Bobbi Kristina ha 19 anni. Possiamo solo immaginarci cosa abbia voluto dire crescere con dei genitori tossicodipendenti e violenti, un trauma devastante. Il 31 gennaio 2015, tre anni quasi esatti dopo la morte della madre, la ragazza viene trovata in condizioni simili a quelle della madre, priva di conoscenza nella vasca da bagno della sua villa ad Atlanta dove vive con il compagno Nick Gordon. In corpo ha un cocktail letale di alcol, droga e farmaci, proprio come la madre. Ha subito danni cerebrali irreversibili: muore dopo sei mesi di coma, il 6 luglio, senza avere mai ripreso conoscenza. A darle il cocktail tossico, accusano gli Houston, è stato il compagno. Cresciuti insieme — lui è orfano, Whitney lo ha «adottato» anche se non legalmente —, i due sono venuti allo scoperto nel 2012 annunciando il fidanzamento. “Una relazione incestuosa”, secondo Cissy Houston, la nonna di Krissy, come Bobbi Kristina viene affettuosamente chiamata in casa e dagli amici. Gordon è violento, fa uso di sostanze stupefacenti. Durante il coma di Krissy razzia gioielli e soldi dal conto di lei. Gli Houston insistono: il colpevole è lui.

Il rapporto del medico legale parla però di morte dovuta a “immersione associata a intossicazione da droga”: la causa ufficiale non verrà mai accertata. Stando al rapporto tossicologico, al momento dell’incidente nell’organismo della giovane c’erano marijuana, alcol, una sostanza correlata alla cocaina, un farmaco anti-ansia e morfina.

WHITNEY HOUSTON E LA TRAGEDIA POSTUMA

Nick Gordon viene portato in tribunale e condannato in contumacia, perché non si presenta, al pagamento di 36 milioni di dollari a titolo di risarcimento civile. Nella sentenza si legge che l’imputato l’ha aggredita mentre era in salotto, colpendola talmente forte al volto che il divano è stato danneggiato e la sua violenza non ha avuto fine finché Bobbi Kristina non era sanguinante. […] L’imputato l’ha trascinata al piano di sopra per i capelli, portandola nella camera da letto e lasciando tracce di sangue lungo le mura della scala. L’imputato le ha somministrato un cocktail tossico, rendendola incosciente, e poi le ha messo la testa in giù in una vasca di acqua fredda, causandole danni cerebrali.

Non ha mai pagato quei soldi. Né mai nessuno li pagherà. È morto all’alba del primo gennaio 2020, stroncato da una overdose di «black tar», l’eroina messicana nota come “catrame nero”. Aveva 30 anni.





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