WOODSTOCK 50/ Quando un milione di giovani volle cambiare il mondo (senza saperlo)

- Paolo Vites

Mezzo secolo fa il leggendario festival di Woodstock, la storia della canzone che Joni Mitchell dedicò all’evento

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La copertina originale dell'album del festival di Woodstock

E’ uno dei paradossi di un evento che fu tutto un paradosso, il fatto che l’unica canzone dedicata al festival di Woodstock, intitolata appunto Woodstock, venne scritta da una artista che non fu neanche presente all’evento, Joni Mitchell. Il Festival di Woodstock, 50 anni fa esatti in questi giorni, pensato per la durata record per quei tempi di tre giornate, il 15, il 16 e il 17 agosto, tanto per cominciare durò quasi quattro giorni. Il motivo fu che gli organizzatori, che pensavano di metter su uno dei tanti festival provinciali con un massimo di 75mila spettatori, una cifra comunque molto grossa per quei tempi, se ne videro arrivare oltre mezzo milione, qualcuno dice anche un milione. Tutto saltò per aria nell’organizzazione, complice anche una tempesta di pioggia nel secondo giorno che trasformò il grande prato in un mare di fango e rischiò di far saltare gli impianti, costringendo a sospendere le esibizioni. Fu così che Jimi Hendrix, che aveva insistito per essere l’ultimo a suonare e che doveva esibirsi domenica 17 in serata, finì per suonare alle 11 del lunedì mattina, quando ormai erano rimaste poche migliaia di spettatori, che però assistettero a una delle più grandi performance della storia del rock. L’altro paradosso è che sebbene passato alla storia come festival di Woodstock, non si tenne a Woodstock ma circa 70 chilometri più in là, a Bethel, nella proprietà di un simpatico contadino che, ammirato da quei giovani entusiasti, concesse i suoi terreni.

Ma il paradosso più grosso fu lo spontaneo muoversi di un intero popolo, una intera generazione, con un semplice passa parola e qualche manifesto. Arrivarono da tutte le parti d’America intasando le strade dell’intero stato, tanto che fu dichiarata emergenza nazionale. Ma quello era lo spirito dell’ultimo bagliore degli anni 60, dove i giovani avevano creduto che avrebbero potuto davvero cambiare il mondo con la forza di pace, amore e musica, “peace & love”, come si sottotitolava il festival stesso. Loro però non lo sapevano, pensavano di assistere a qualche bella esibizione, invece con un afflato mosso dalle coincidenze cosmiche, si trovarono tutti lì, a testimoniare al mondo che esisteva qualcosa di diverso, di grande, di concreto. Come andò a finire lo sappiamo. Pochi giorni prima, un hippie fuori di testa, Charles Manson, aveva ordinato il massacro di Bel Air, dove l’attrice e moglie del regista Roman Polanski, Sharon Tate, venne massacrata insieme ad alcuni amici da un gruppo di frichettoni pieni di droga che pensavano di dare inizio alla rivoluzione mondiale.

Tornando a Joni Mitchell, era programmato si esibisse anche lei. Si trovava in un albergo poco distante, quando le televisioni annunciarono il totale isolamento della zona del festival dovuto all’immane presenza di persone e al violento temporale. Joni Mitchell poi, allora solo al suo secondo disco, era un’artista molto fragile, una donna giovane, abituata a esibirsi in club di 50, 100 persone al massimo. Il suo manager, che aveva programmato anche una apparizione televisiva il giorno dopo al popolare Dick Cavett Show, la convinse che era meglio rinunciare e concentrarsi sulla televisione. Lei accettò, probabilmente confortata di non doversi esibire davanti a quella folla mostruosa, ma scrisse una canzone bellissima. Dai racconti degli amici che si erano esibiti, dalle immagini viste in televisioni e dagli articoli dei giornali ricavò perfettamente lo spirito che si era liberato nell’aria in quei giorni. Colse le aspettative e i desideri della sua generazione come solo gli artisti veri sanno fare.

Mi sono imbattuta in un figlio di Dio 

Stava camminando lungo la strada 

E gli ho chiesto, dove stai andando 

E questo mi ha detto 

Scendo alla fattoria di Yasgur 

Ho intenzione di unirmi a una band rock ‘n’ roll 

Ho intenzione di accamparmi sulla terra 

Proverò a liberare la mia anima 

Siamo polvere di stelle 

Siamo d’oro

E dobbiamo prenderci 

Di nuovo in giardino

Allora posso camminare accanto a te 

Sono venuto qui per perdere lo smog 

E mi sento come un ingranaggio in qualcosa che gira 

Beh, forse è solo il periodo dell’anno 

O forse è il momento dell’uomo 

Non so chi sono 

Ma sai che la vita è per l’apprendimento 

Siamo polvere di stelle 

Siamo d’oro 

E dobbiamo prenderci

Di nuovo in giardino

Quando arrivammo a Woodstock 

Eravamo mezzo milione

E ovunque c’erano canzoni e festeggiamenti 

E ho sognato di aver visto i bombardieri 

Fucile da caccia nel cielo 

E si stavano trasformando in farfalle 

Sopra la nostra nazione 

Siamo polvere di stelle 

Miliardi di anni fa di carbonio 

Siamo d’oro

Presi nelle grinfie del diavolo 

E dobbiamo prenderci 

Di nuovo in giardino

Il giardino descritto ovviamente era l’Eden, quello dove vivevano Adamo ed Eva. Era il sogno di una generazione che già anticipava l’ambientalismo, tornare a una vita semplice nella natura, mentre i bombardieri nel cielo che nella realtà sganciavano bombe al napalm sui vietnamiti adesso sganciavano farfalle su quella che la Mitchell, intelligentemente, descrive come una “nazione” alternativa vera e propria. Composta e registrata al pianoforte elettrico, con una melodia lenta e intensa, fu reincisa l’anno dopo dagli amici Crosby, Stills, Nash & Young in una versione rock con chitarre elettriche furiose, diventando l’inno di quella generazione. Che dai prati di Yasgar (il contadino che aveva concesso i terreni) si disperse in tanti rivoli, spesso fatti di droga (un anno dopo sarebbero morti Janis Joplin e Jimi Hendrix), disillusione, tornando nei recinti della vita di ufficio dalle 9 alle 5 del pomeriggio. Ma per quel poco che durò, Woodstock fu un sogno bellissimo.

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