ZAKI E REGENI/ La strategia di al Sisi per sfuggire alle maglie dell’offensiva islam

- Leonardo Tirabassi

L’Egitto, uno dei più importanti paesi africani, rischia di scivolare nel baratro del radicalismo islamista. Per contrastarlo, al Sisi sta facendo accordi a tutto campo

Zaky e Regeni
Patrick Zaky e Giulio Regeni, murales a Roma (Chi l'ha visto, Twitter 2020)

A leggere i giornali italiani, sembra che l’Egitto sia sotto le luci della ribalta solamente per la questione del mancato rispetto dei diritti umani. Prima il povero Regeni, adesso il caso Zaki con il conseguente formarsi nella opinione pubblica l’idea di un regime improvvisamente dispotico, dove lo Stato di diritto è continuamente calpestato. Unico paese (magari!) del Maghreb e medio oriente a non rispettare le norme della convivenza civile E allora, fiato alle trombe dello strabismo miope che non vede la realtà. Ecco le anime belle gridare allo scandalo contro la vendita delle armi al Cairo come nel caso del recentissimo accordo per le fregate costruite dai cantieri di La Spezia.

L’Egitto però non è solo questo. È di pochi giorni fa la notizia del raggiungimento di un’altra quota 100 – non la nostra età per la pensione -, ma dei cento milioni di abitanti, facendo così del paese delle piramidi la terza nazione africana per crescita demografica dopo Nigeria ed Etiopia.

Proprio davanti a noi, vi è una terra in bilico tra sviluppo e baratro, con un equilibrio socio-economico fragilissimo, sempre sotto la minaccia di ricadere tra le braccia dell’estremismo islamista, problemi che spiegano molto delle azioni politiche del presidente egiziano al Sisi. Noi occidentali, giustamente sensibili ai destini di due ragazzi, non ci dovremmo mai dimenticare che la minoranza copta, tra il 12 e il 15 per cento della popolazione, ha subito violenze inaudite fino alle stragi di fedeli avvenute nella provincia di Mynia nel 2017 e nell’anno successivo, attentato che causò la morte di ben venticinque fedeli. Così si capisce bene il motivo del sostegno della comunità copta al presidente e alle sue scelte anti-islamiste e filo-occidentali. A riprova, una serie di fatti avvenuti proprio negli ultimi mesi.

Iniziamo dal primo, dalla decisione di schierarsi nella guerra civile in Libia con Haftar, contro il debolissimo presidente del governo di accordo nazionale (Gna), Fayez al Sarraj, riconosciuto dall’Onu e dall’Italia, e da quella Turchia sempre più alla ricerca di occasioni per allargare la sua influenza regionali. Sopratutto però sostenuto dai Fratelli musulmani, organizzazione a metà tra confraternita religiosa e partito internazionalista fondamentalista nata proprio in Egitto nel 1928. Ed è in questa direzione che va letta la scelta di al Sisi nemico giurato dell’organizzazione vicinissima al deposto presidente Mohammed Morsi e dalle cui fila proveniva l’assassino di Sadat nel 1981.

Il fronte però delle minacce portate dall’estremismo islamista è vario e ampio. Con la confinante e turbolenta Gaza governata dai palestinesi filoiraniani di Hamas, le misure sono state altrettanto chiare. Lo dimostra la decisione di costruire un muro nel Sinai al confine con la Striscia, lungo due chilometri, alto sei metri e interrato per cinque con lo scopo di impedire lo scavo di tunnel sotto la frontiera da cui transitano armi, merci di contrabbando e sopratutto terroristi. Infatti la penisola del Sinai è diventata un luogo privilegiato proprio dall’Isis, che sta cercando di insediare lì i propri santuari dopo le sconfitte siriane. In questo snodo geografico strategico importantissimo tra il canale di Suez, Israele ed Egitto, abitata da popolazioni beduine estremamente povere e emarginate, anche per distrazione più che decennale dello Stato egiziano, era nata nel 2011 Ansar Bayt al-Maqdis, “paladini di Gerusalemme”, organizzazione a metà strada tra partito armato rappresentante di esigenze locali e banda criminale, diventata nel 2014 Wilaya Sinai, sezione locale dell’Isis. A seguire, è stato un crescendo di attentati e omicidi che hanno scatenato la reazione fortissima della polizia egiziana a cui si è unito l’esercito, con un uso della forza un po’ troppo disinvolto anche contro le popolazioni locali, azioni criticate dalle organizzazioni umanitarie.

La lotta contro il terrorismo islamista, contro l’Isis, che minaccia la coesistenza pacifica della società, poco può se non accompagnata da scelte economiche profonde in un paese dove l’inflazione viaggia sul 30%, con il 12% di disoccupati, e con ben il 27% della popolazione che vive sotto la soglia della povertà. Lo sviluppo economico è quindi una priorità necessaria, strada che può essere percorsa solo tramite il coinvolgimento della comunità internazionale, come dimostrano gli ultimi accordi commerciali del valore di miliardi di dollari con, tra gli altri, la Gran Bretagna, Germania, Italia e Israele. Con l’ex nemico storico, nel febbraio del 2018 è stato firmato un accordo, dal valore di 518 milioni di dollari, che prevede da parte di un consorzio israelo-americano-egiziano l’acquisto del 39% di un oleodotto che va dalla città israeliana di Ashkelon alla penisola del Sinai e che mette in collegamento i giacimenti sottomarini offshore di Leviathan e Tamar, una delle riserve di gas naturale più grandi del mondo. L’accordo è stato definito dagli osservatori mediorientali il più importante dal trattato di pace del 1979, che mise fine al conflitto tra Egitto e Israele e costò la vita a Sadat.

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