ZWEIG E FREUD/ L’abisso del cuore umano e la psicosi collettiva della guerra

- Giuseppe Reguzzoni

Stefan Zweig, ne “Il mondo di ieri” (1944), ci ha consegnato una descrizione ineguagliata del clima di odio che produce e alimenta le guerre

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Soldati tedeschi e britannici durante la tregua di Natale 1914 (Wikipedia)

Quando si parla o si scrive di “clima” di violenza o di odio, oppure di “venti” di guerra si fa uso di metafore, il cui termine di paragone risulta davvero molto centrato. Ci sono momenti della storia umana in cui la volontà di morte e distruzione, cioè di guerra, sembrano addensarsi come fa l’aria troppo umida in estate, sino a oscurare il cielo e degenerare talvolta in tempesta, non liberatoria, ma distruttiva. Noi stiamo vivendo uno di questi momenti, con i grandi media che alimentano questa “voglia di guerra e di distruzione”. È come se Thanatos, la pulsione distruttiva, che la psicoanalisi, sulla scia di Freud, contrappone a quella vitale, Eros, prendesse il sopravvento totale, sulle menti e, soprattutto, sui cuori.

Sempre Freud, del resto, nel 1933, nella celebre discussione con Einstein su Perché la guerra, aveva affermato che la guerra ha le sue radici nella psiche umana e, quindi, non potrà mai essere eliminata. Non gli interessi economici, dunque, ma l’abisso oscuro che si nasconde nel profondo dell’animo umano sono alla radice dei conflitti. Di lì a poco, del resto, le ombre del totalitarismo nazionalsocialista e l’Anschluss avrebbero costretto, lui, come tanti altri intellettuali di origine ebraica, a lasciare Vienna e l’Austria. L’Austria… che dal novembre 1918 e dall’espulsione di Carlo d’Asburgo non era più il centro politico di una realtà multiculturale e multireligiosa, che si estendeva dalla Galizia e dall’Ucraina occidentale, sino a Trieste e alla Bosnia, passando per Praga, Bratislava, Vienna e Budapest. L’Austria, ormai ridotta a uno staterello di lingua tedesca, con una capitale di dimensioni sproporzionate rispetto alla sua reale consistenza geopolitica. L’Austria, che però, in Vienna, manteneva ancora un cuore culturale pulsante, forse malato, ma certamente vivace e fecondo.

Ed è a Vienna che, qualche anno prima, nel 1926, un altro grande intellettuale austriaco, Stefan Zweig, aveva donato proprio al fondatore della psicoanalisi un volume, con dedica, della propria raccolta di racconti Verwirrung der Gefühle. Il libro fu poi tradotto in italiano con il titolo Sovvertimento dei sensi, ma, alla lettera, significa “confusione dei sentimenti”, con un evidente riferimento all’intricarsi di sentimenti, pulsioni e desideri che costituiscono il profondo del nostro essere.

Zweig era principalmente un narratore; di solito, un po’ scolasticamente viene definito come “realista”, termine che risulta appropriato solo se non ci si limita a identificare uno stile letterario, ma si riconosce in esso il tentativo di far parlare la storia e la vita nelle forme del racconto e del romanzo. Zweig lo fa in maniera meravigliosa nelle sue splendide biografie romanzate di Maria Antonietta (la regina, umanissima nel suo andare oltre se stessa e i propri ruoli), di Magellano (l’esploratore, mai sazio di conoscenza) o di Fouché (il ministro di polizia, emblema dell’ambizione politica e del Potere).

A quella dedica, Freud aveva risposto con una lunga lettera, in cui lodava in lui “il genio creativo di primo rango”. L’ammirazione era reciproca, dal momento che già nel 1908 Freud aveva scritto a Zweig che si riconosceva “nei suoi pensieri, quasi fossero i miei”. Li accomunava lo spirito viennese –  di nascita per Zweig, di adozione per Freud –, oltre che la comune origine ebraica, oscuramente riconosciuta e affermata dal secondo (che ne era attratto, pur rifiutando tanto l’appartenenza religiosa che quella etnica), vissuta con nostalgia dal primo (che, pur non avendo avuto un’educazione religiosa, considerava la propria ebraicità come una forma dello spirito universale, sovranazionale, essenza di un essere umano che, per definizione, non ha in questo mondo la sua dimora permanente). Zweig era di venticinque anni più giovane di Freud e la relazione tra i due, per come emerge dalle lettere che si scambiarono, è a metà strada tra quella tra un padre severo e un figlio rispettoso e quella tra maestro e discepolo.

Nel mezzo, tra questi due momenti di scambio intellettuale, c’era stata la Grande Guerra, di fronte alla quale ogni analisi puramente umana delle pulsioni distruttive risultava, e risulta, insufficiente. Per questo, forse, a un uomo di pace come Zweig l’analisi scientifica di Freud non poteva bastare.

Così, nel suo saggio Guarire attraverso lo spirito, pubblicato nel 1931, Zweig aveva ritratto Freud come un eroe la cui figura si staglia su tempi oscuri, salvo, però, concludere questo ritratto biografico con un’inattesa, ma spietata critica dei limiti della psicoanalisi: “Scienza esclusivamente dell’individuo, essa non conosce e non vuole conoscere nulla del senso comune o di una missione metafisica: per questo essa getta luce sui fatti della psiche, senza però infondere calore all’anima umana”. Freud gli aveva subito risposto, ovviamente respingendo l’accusa e sottolineando che, in realtà, lo scrittore non aveva colto il metodo e la realtà della nuova scienza.

I rapporti personali tra i due rimasero comunque buoni, al punto che fu proprio Zweig a pronunciare il discorso funebre per Freud, il  26 settembre 1939, a Londra. All’inizio di quello stesso mese era scoppiata la seconda guerra mondiale. Zweig lo apprese mentre – ormai acquisita la cittadinanza britannica – era allo sportello dell’anagrafe di Bath, doveva risiedeva. La notizia lo gettò in una depressione profonda, ripensando ai giorni densi di odio che avevano preceduto lo scoppio della Grande Guerra e agli orrori che questa aveva comportato. La prima guerra mondiale aveva segnato, per Zweig e per molti intellettuali mitteleuropei, la fine del mondo in cui era cresciuto e la dissoluzione dell’Austria Felix, come modello di convivenza tra nazionalità e culture diverse. Perso tutto questo, il primo dopoguerra era stato segnato per lui da una costante e forte militanza letteraria in favore della pace e dei suoi fondamenti: nella direzione opposta, insomma a quella del cattivo spirito che stava permeando l’Europa dei nazionalismi e dei totalitarismi. Anche su questo punto, Zweig aveva ritenuto di trovare in Freud e nella sua idea di “pulsione distruttiva” un elemento di convergenza e di riflessione sulla natura umana.  Proprio per le sue idee, oltre che per le sue origini, subito dopo l’Anschluss era stato privato della cittadinanza austriaca, ma già nel 1934 i suoi libri erano stati vietati in Germania.

Nel 1944, dopo la morte per suicidio di Zweig, comparve il suo volume di memorie Il mondo di ieri, in cui riconosceva il suo debito nei confronti del padre della psicoanalisi, un debito contrastato, peraltro, dal momento che Johannes Cremerius, uno dei più coerenti discepoli di Freud, constata che “Zweig aveva recato danno alla psicoanalisi”, perché, suggestionato da alcuni suoi spunti sul piano sentimentale, non ne aveva colto l’aspetto profondamente scientifico. In effetti, non era la scienza che interessava Zweig, che era soprattutto un letterato, che narrava la realtà umana con gli occhi dell’arte, leggendola come un confuso intrico di desiderio di bene e di male, ultimamente precluso al lato scientifico della conoscenza. Era all’anima, misteriosa e più grande anche della psiche psicoanalitica, che egli si ostinava a guardare.

Anche in questo, del resto, giocava un ruolo decisivo per l’uno come l’altro l’appartenenza ebraica, come percezione di un mistero che mette in evidenza le tenebre del cuore umano e l’attesa di un Liberatore. Qualcuno ha scritto che in Freud, malgrado l’ateismo, c’è più senso del mistero – come Inconscio – che nella gnosi junghiana, dove il tutto finisce in qualche modo per spiegarsi in se stesso. Certamente, questo è vero per Zweig, che, scegliendo la letteratura e la lotta per la pace, come pochi altri ha saputo descrivere l’abisso misterioso delle pulsioni umane nel loro declinarsi nella vita reale.

Ed ecco, infatti, come, con il suo consueto realismo, descrive il clima di odio e disinformazione che prepara la guerra, questo cielo spirituale che si fa nero e denso di odio pronto ad abbattersi su un’Europa che, per lui, è ormai il “mondo di ieri”.

“A tale compito si dedicarono all’epoca – con buona o cattiva coscienza – gli intellettuali, i poeti, gli scrittori, i giornalisti. A loro toccava di battere sul tamburo dell’odio e lo fecero con la massima energia, finché ogni persona, anche la più ragionevole, ne ebbe pieni le orecchie e il cuore. Quasi tutti in Germania, in Francia, in Italia, in Belgio e in Russia si misero al servizio della ‘propaganda di guerra’, sostenendo così la follia e l’odio collettivo, invece di contrastarli. Le conseguenze furono catastrofiche (…).  Shakespeare venne bandito dai teatri tedeschi. Mozart e Wagner da quelli francesi e inglesi. (…). Non bastava che quotidianamente migliaia di cittadini di questi paesi si ammazzassero al fronte; anche dal fronte interno bisognava infangare e offendere la memoria dei grandi uomini del nemico, che già da secoli riposavano nelle loro tombe (…). Nessuna città, nessun individuo riuscì a sottrarsi a quel terribile isterismo, alimentato dall’odio. I preti predicavano dagli altari e i socialisti, che appena un mese prima avevano stigmatizzato il militarismo, facevano, se possibile, ancor più chiasso degli altri per non correre il rischio di essere ritenuti ‘marmaglia senza patria’. A essere in guerra era una generazione ingenua, ignara, e proprio questa fiducia ancora intatta nella legittimità della loro causa costituì il più grave pericolo. Nel corso di quelle prime settimane di guerra del 1914 divenne a poco a poco impossibile scambiare una parola ragionevole con qualcuno. Anche le persone più miti, più pacifiche, erano in preda all’ebbrezza del sangue. (…). Giungevano persino a insinuare che in realtà sarebbe stato dovere di tutti denunciare alle autorità idee come quelle che sostenevano che la guerra fosse un delitto, perché i ‘disfattisti’ (…) dovevano essere ritenuti i peggiori criminali nei riguardi della patria” (Il mondo di ieri. Memorie di un europeo, ed. it. Milano 2014, pp. 249ss.).

Quello descritto da Zweig è un clima che prepara e segue immediatamente la guerra, che assomiglia tremendamente a quello che viviamo oggi e che, anzi, si presenta ben peggiore, benché l’espressione “patria” sia addirittura sostituita da eufemismi politicamente corretti come “diritti umani” o “tutela della pace e degli equilibri politici”.

È lo stesso clima di odio e di libido di morte che ritorna e ricorre nella storia umana con intensità sempre più devastante, le cui radici ultime sono nel cuore-abisso dell’essere umano, e da cui questo cuore non può liberarsi da solo; può al limite estenuarsi, sino alla consumazione delle energie di distruzione che lo costituiscono, in attesa di un nuovo e più catastrofico conflitto. Servirebbe un altro cuore, un cuore puro, immacolato, che non è il nostro, se pur ci è data la possibilità di desiderarlo.

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