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EUTANASIA/ Che differenza c'è tra accanimento terapeutico e volontà di suicidio?

Il caso del rifiuto di sottoporsi a tracheostomia da parte di una malata di Sla del Policlinico Agostino Gemelli di Roma ha riaperto problema assai complesso. CLAUDIA NAVARINI

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Il caso del rifiuto di sottoporsi a tracheostomia, da parte di una malata di Sla del Policlinico Agostino Gemelli di Roma, ha riaperto una ferita mai del tutto sanata dopo il caso Welby, nel 2006. Anche qui, come allora, si pone al centro la questione del confine che debba avere, se ne esiste uno, la volontà del paziente riguardo ai trattamenti salvavita. La questione del "dissenso informato" si può intrecciare infatti con il rifiuto dell'accanimento terapeutico e con la richiesta di eutanasia, rendendo estremamente difficile per l'opinione pubblica distinguere le varie fattispecie.

L'interpretazione pro bono ritiene che chiedere la non somministrazione o la sospensione della ventilazione meccanica per un malato di Sla non costituisca una richiesta di eutanasia, ma semplicemente un rifiuto di trattamento "sproporzionato". L'interpretazione più decisa considera invece la richiesta di sospensione di questo trattamento un'eutanasia vera e propria, in quanto motivata dal rifiuto della vita a certe condizioni, ovvero dal giudicare la vita precaria, sofferente e senza autonomia del malato di Sla in fase avanzata come non degna di essere vissuta. In questo senso, la valutazione morale dell'atto di sospensione coinciderà con la valutazione morale che si dà all'eutanasia tout court.

Per comprendere più a fondo i termini di tale delicata questione conviene innanzitutto riflettere sul concetto di proporzione: si deve tenere conto prevalentemente dei fattori psicologici soggettivi o della condizione clinica specifica? L'anestesista Corrado Manni, che operava proprio al Policlinico Gemelli, aveva elaborato nel 1996 una definizione davvero calzante di accanimento terapeutico, secondo la quale si tratta di un trattamento di documentata inefficacia, a cui si aggiunge una particolare gravosità per il paziente, che rende il trattamento medesimo chiaramente sproporzionato rispetto agli obiettivi della condizione specifica. In una simile prospettiva, l'accanimento o sproporzione non coincide con ogni trattamento che il paziente rifiuti, ma con una valutazione clinica, anche alla luce della risposta soggettiva del paziente.

Ciò non si discosta molto da quanto precisato da Massimo Antonelli, direttore del Centro di rianimazione e terapia intensiva del Gemelli, intervistato sul caso dal Sir: se in un malato di Sla la ventilazione non risultasse più sufficiente, ma anzi complicasse ulteriormente la situazione del malato, si potrebbe emettere un giudizio di sproporzione e dunque desistere dal trattamento. Ma, precisa, "si tratta di casi estremi". Ordinariamente, in effetti, la ventilazione meccanica nei malati di Sla è un trattamento indicato, che interviene ben prima dello stadio terminale di malattia, mantenendo la vita senza prolungare inutilmente l'agonia, anzi agevolando la funzione respiratoria compromessa e dunque offrendo un indiscutibile beneficio al paziente.


COMMENTI
10/06/2014 - Eutanasia (Carla D'Agostino Ungaretti)

Perché non sono nata un secolo prima? Oggi anche morire è diventato difficile ... Nei secoli passati si moriva prima e più in fretta. Oggi c'è il rischio di scatenare diatribe di ogni genere sulla volontà del malato, sulla natura delle terapie se naturali o artificiali, se la vita appartiene solo a noi o se è un dono di Dio di cui non possiamo disporre, se dobbiamo dire per testamento se vogliamo morire o se vogliamo essere curati. Il progresso tecnologico in realtà ci ha complicato la vita