SCENARI/ Ucraina, la politica di Mosca e Kiev ha spaccato la Chiesa

- Carl Larky

L’Ucraina ricorda, con le dovute distinzioni, la più tragica situazione in Siria, con un punto comune fondamentale: ogni ipotesi di soluzione dipende da Usa, Russia ed Europa. CARL LARKY

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Piazza Maidan a Kiev, in Ucraina (LaPresse)

Una Siria al centro dell’Europa? Una domanda che suona stravagante ma autorizzata da diversi aspetti che accomunano la tragica vicenda siriana e la drammatica situazione in Ucraina. In entrambi i casi si è in presenza di un confronto, sia pure indiretto, tra Stati Uniti e Russia, di contrapposizioni etniche e di un conflitto religioso. In entrambi i casi, gli interessi divergenti delle due potenze mondiali e di altre potenze locali collaborano a rendere difficile la ricerca di una soluzione pacifica della questione. Il conflitto in Ucraina ha provocato più di diecimila morti che, in una macabra contabilità, possono sembrare poca cosa rispetto alle diverse centinaia di migliaia di morti causate dalla guerra in Siria. Inoltre, in Siria la guerra continua a divampare su più fronti, nel Donbass vige un cessate il fuoco, anche se molto fragile e costantemente violato. Le due dolorose vicende sono però legate da un altro elemento, che si può definire la longa manus della Storia: entrambe traggono origine da quella prima guerra mondiale che portò alla dissoluzione sia dell’Impero ottomano che dell’Impero zarista.

L’Impero ottomano si frantumò in una serie di Stati e uno dei fattori dell’attuale situazione caotica in Medio oriente è l’arbitrarietà di questa divisione, fatta sostanzialmente nell’interesse di potenze esterne come la Francia e la Gran Bretagna. All’Impero zarista, invece, fece seguito un altro impero, quello sovietico che, malgrado l’internazionalismo comunista, continuò la politica zarista di progressiva russificazione. Con il crollo dell’Urss e la dichiarazione di indipendenza del 1991, l’Ucraina si è ritrovata con una forte minoranza russa al suo interno: più di un quarto della popolazione totale, ma in maggioranza nella parte orientale del Paese e nella penisola di Crimea, annessa all’Ucraina da Kruscev nel 1954.

La situazione è rimasta in equilibrio fintantoché l’Ucraina è rimasta vicina alla Russia, pur con notevoli aperture verso l’Unione Europea, ma è precipitata dopo le manifestazioni del Maidan e la cacciata del filorusso Yanukovich. Il rifiuto di aderire all’Unione Economica Eurasiatica a conduzione russa, in favore invece dell’associazione all’Ue, il progressivo affermarsi del sentimento nazionalista, con inevitabili connotati antirussi, le proposte occidentali di adesione dell’Ucraina alla Nato, hanno spinto Putin a intervenire, direttamente con l’annessione della Crimea, indirettamente con il deciso appoggio ai secessionisti del Donbass. Gli Stati Uniti hanno usato ampiamente il caso ucraino nel loro conflitto con Mosca, esasperando così i due nazionalismi, ucraino e russo. In questo modo si amplificano le divisioni all’interno del Paese, facilitando l’interventismo russo in favore dei connazionali “emarginati”. In particolare difficoltà si trova di conseguenza chi vorrebbe riconosciuta la propria identità russa, senza che ciò significhi meccanicamente il passaggio sotto la sovranità di Mosca.

Questioni nazionalistiche e storiche segnano negativamente i rapporti anche con altri Stati vicini, come la Polonia, con cui è aperta una diatriba sulla responsabilità degli eccidi nella Volinia, allora polacca ora ucraina, durante la seconda guerra mondiale. I polacchi li attribuiscono alle formazioni indipendentiste ucraine, celebrate come eroi in Ucraina, un confronto che dura dal 2015 e che ha portato a un raffreddamento delle relazioni tra i due Paesi, nonostante la comune avversione per Mosca. I rapporti sono piuttosto tesi anche con l’Ungheria, non solo per l’atteggiamento sostanzialmente filorusso del governo di Viktor Orbán. Una recente legge del Parlamento ucraino pone vincoli all’insegnamento nelle lingue nazionali delle varie minoranze, vincoli ritenuti troppo stretti anche da altre nazioni, come ancora la Polonia, la Bulgaria e la Romania, in difesa delle loro minoranze in Ucraina. Le reazioni più aspre sono però venute da Budapest, finora lo sponsor più aperto dell’adesione di Kiev all’Ue.

Le divisioni si sono riprodotte, come accennato all’inizio, anche a livello religioso all’interno della Chiesa ortodossa, maggioritaria nel Paese. La Chiesa ortodossa ucraina è da secoli dipendente dal Patriarcato di Mosca, pur governandosi in modo autonomo, ma dopo la dichiarazione di indipendenza ucraina, una parte dei religiosi ortodossi ha dato vita a una Chiesa indipendente da Mosca. E’ perfino sorta una terza Chiesa ortodossa indipendente, anche se del tutto marginale, ma nessuna delle ultime due è riconosciuta dalle altre Chiese ortodosse. Dopo l’inizio del conflitto con i separatisti, la Chiesa autonoma del Patriarcato di Kiev ha continuato a sottrarre membri all’altro Patriarcato e richiede ora il riconoscimento come Chiesa autocefala. In questo modo le divisioni etniche e politiche sono entrate pesantemente anche nella Chiesa, con ripercussioni preoccupanti su tutta la società.

Le differenze tra Ucraina e Siria sono evidenti, ma altrettanto evidenti sono le somiglianze e, soprattutto, risulta evidente chi può portare a soluzione entrambe queste tragiche vicende, se solo lo volessero: Stati Uniti, Russia e, sia pure di conserva, l’Europa.

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