IL CASO/ Lo spread, Berlusconi e i numeri “sballati” del prof

- Paolo Annoni

Ha destato un vero e proprio putiferio l’intervista di Mario Monti al WSJ. Ma è poi vero che se fosse rimasto Berlusconi lo spread sarebbe volato a 1.200 punti? Ne parla PAOLO ANNONI

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L’ultima uscita di Monti, dopo quella sui rapporti tra parlamenti e governi che ha fatto arrabbiare i tedeschi, è stata una sorta di “previsione” sul passato recente dell’economia italiana; il presidente del consiglio ha dichiarato in un’intervista al Wall Street Journal che, se Berlusconi non si fosse dimesso, lo spread Btp-Bund sarebbe andato a 1200. Il numero, per quanto spropositato, non è una parafrasi delle parole del Premier. Forse a far esagerare coi numeri è stato lo spettacolare 10% messo insieme negli ultimi tre giorni dalla borsa italiana o forse l’articolo con cui ieri il Wall Street Journal aveva presentato Monti come il salvatore dell’euro e dell’Europa contro la miopia tedesca; ma rimane forte l’impressione che i fatti siano un po’ meno semplici di come il Premier ha deciso di presentarli all’opinione pubblica internazionale.

Possiamo intanto escludere che il numero puntuale a cui Monti fa riferimento sia da considerare preciso, dato che Berlusconi – e con lui probabilmente l’Italia – sarebbe finito ben prima di arrivare a 1200 e dato che a tale cifra non sono arrivati neppure Paesi che stanno decisamente peggio di noi, con o senza Berlusconi. Con le sue affermazioni Monti però rischia di ottenere l’effetto opposto a quello probabilmente voluto. Potremmo applicare lo stesso ragionamento con esiti molto diversi.

Per esempio, lo spread stava molto oltre la soglia di guardia di 500 (per la precisione 535) a inizio gennaio ben dopo le dimissioni di Berlusconi e l’insediamento di Monti ma prima che la Bce di Draghi lanciasse il programma Ltro e immettesse liquidità immancabilmente finita sui titoli di Stato italiani. Cosa sarebbe accaduto se la Bce avesse lanciato il Ltro prima, diciamo a ottobre? Nessuno, e questo è sicuro, potrebbe escludere con assoluta certezza che il governo Berlusconi non sarebbe durato fino ai giorni nostri. Dato poi che il Ltro è stato rivolto a tutti gli intermediari europei possiamo allo stesso modo escludere che sia stata la credibilità di Monti a far cambiare politica economica alla Bce.

Possiamo ancora aggiungere che solo una settimana fa, dopo sei mesi di governo Monti, lo spread era ritornato a quota 550 con la borsa in ginocchio e articoli sulla tenuta dell’euro che comparivano un giorno si e l’altro pure sulla stampa internazionale. Poi da venerdì, dopo la conferenza di Draghi, le speranze di un intervento della Bce sui bond dei mercati periferici a settembre hanno riportato lo spread sotto i livelli di allarme rosso. Cosa sarebbe accaduto a Monti e allo spread se Draghi non avesse parlato e i mercati avessero potuto proseguire nella scommessa al ribasso sull’Italia? Nell’ultimo caso si può escludere la componente “credibilità di Monti” o “successo delle sue riforme” dato che se i mercati si fossero fidati, e questo fatto fosse l’unico discrimine, non si sarebbe arrivati al punto in cui si era giovedì pomeriggio.

Cosa accadrebbe poi se, nelle prossime settimane, i mercati dovessero disgraziatamente rimangiarsi la scommessa al rialzo come già accaduto in altre occasioni? Dare le colpe di quello che fanno i mercati a chi ha preceduto, a torto o a ragione, e attribuirsi i meriti in presenza di chiari interventi esterni non è un gioco dalle regole molto chiare. Se domani la Fed dovesse fare un altro quantitative easing e la borsa americana salisse di chi sarebbe il merito? Delle politiche economiche di Obama? Ma è lo stesso Monti ad avanzare qualche ipotesi per spiegare la diffidenza dei mercati sull’Italia nonostante il suo arrivo: è colpa del debito accumulato dall’Italia che è oggettivamente molto alto; ma questo era senza dubbio vero anche sei mesi fa. Allora il motivo per cui lo spread non è a 1200 è la fiducia che i mercati nutrono negli effetti di medio lungo termine delle riforme attuate da Monti?

Dato che quelli di breve sono solo recessivi… Non sembrano questi i mercati disposti a prendere scommesse sul medio lungo termine; anzi la storia dei mercati degli ultimi dodici mesi dimostra che le scommesse dei mercati sono di breve o brevissimo respiro. Per completezza è utile poi ricordare che da ieri l’Italia è ufficialmente in recessione e che questo risultato è senza dubbio in parte attribuibile alle politiche di “austerity” e in particolare all’aumento delle tasse che il governo Monti ha consegnato appena insediato ai mercati come prova di buona volontà.

L’Italia, economicamente, è la stessa di sei mesi fa, con più debito, meno crescita e un governo che si spera faccia le riforme giuste perché sei mesi per risolvere i problemi sono decisamente pochi anche per il migliore dei politici. In pratica, però ,già in due occasioni la Bce ha steso la propria mano per evitare che l’Italia finisse male in attesa delle riforme. L’unica cosa certa è che l’economia italiana, via spread e tasse, è peggiorata più di quella degli altri Paesi europei, mentre nessuno ha alcuna certezza sulla fine di questo processo e sulla bontà delle riforme “sistemiche” che Monti farà. In conclusione, i demeriti di Berlusconi sono certi, ma i meriti di Monti non lo sono ancora per niente.

Infine, due note di colore: la prima è che bisognerebbe dire a Monti che fare un’intervista al Wall Street Journal snocciolando praticamente uno per uno tutti i pregiudizi anti-italiani che ci sono al di là delle Alpi non è una buona politica di “marketing”, tanto più in tempi di scandali di Libor, banche usate per finanziare l’Iran e perdite miliardarie sui derivati a Londra e dintorni. La seconda è che sul Financial Times tra le lettere al giornale si poteva leggere un’inusuale difesa di Berlusconi da parte di un anonimo cittadino inglese; l’opinione pubblica internazionale oggi è amica e domani no a seconda delle convenienze; non certo di quelle italiane. Meglio che Monti lo tenga a mente per il futuro.

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