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Olimpiadi Sochi 2014/ Don Mario Lusek cappellano degli azzurri. Ma alle Paralimpiadi non può

Olimpiadi Sochi 2014, il cappellano azzurro don Mario Lusek racconta la sua attività con gli atleti al Villaggio Olimpico. Con un rimpianto: non potrà andare alle Paralimpiadi

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Mancano ormai pochissimi giorni all'inizio dei Giochi Olimpici Invernali di Sochi, che cominceranno venerdì con la classica cerimonia inaugurale. La spedizione azzurra vedrà anche la partecipazione di don Mario Lusek, cappellano della squadra olimpica italiana come già a Vancouver 2010 e nelle edizioni estive di Pechino 2008 e Londra 2012. Don Mario sarà uno dei pochi a vivere i Giochi Olimpici per tutta la loro durata. Un sacerdote al Villaggio olimpico per condividere con atleti e dirigenti della squadra azzurra la vita quotidiana: allenamenti, gare, gioie e delusioni. Quella del cappellano è una figura introdotta proprio dall’Italia e poi autorizzata dal Cio (Comitato olimpico internazionale), per parlare, condividere, confrontarsi e anche pregare. Una possibilità che è data agli azzurri delle Olimpiadi ma che non sarà invece offerta a quelli delle Paralimpiadi, che si disputeranno sempre a Sochi nel mese di marzo: il Cip e l’Ipc (i Comitati paralimpici italiano ed internazionale) infatti non prevedono la presenza di una figura di questo genere. Don Lusek commenta così al sito Redattore Sociale: “Su questo la competenza è evidentemente del Cip e degli organismi internazionali, ma da parte nostra c’è ovviamente piena disponibilità ad esserci; al di là della presenza o meno ai grandi eventi, comunque, è per noi una questione di attenzione verso un mondo, quello paralimpico, che è parte integrante dello sport nazionale italiano. Ricordo dei momenti molto belli con atleti olimpici e paralimpici insieme ai Giochi del Mediterraneo di Pescara nel 2009 (quando gareggiarono contemporaneamente, ndR)”. Prima però ci sono le Olimpiadi, e Lusek parla così del suo ruolo: “La mia partecipazione intende essere una testimonianza di vicinanza, una presenza amica che non invade spazi non propri e che non pretende chissà quali attenzioni: la vivo come fosse un piccolo spazio parrocchiale, incontrando moltissime persone. Da un lato c’è la dinamica umana: condivido la vita con i dirigenti, gli accompagnatori e gli atleti, quindi le loro attese, le ansie, le passioni, le gare; anche io mi entusiasmo, mi preoccupo, incoraggio, resto deluso, gioisco per il risultato sportivo”. Ecco dunque la condivisione dei momenti comuni, come il pasto e le iniziative di Casa Italia; in più, per chi vuole, c’è la disponibilità ad un confronto, ad un dialogo, ad un accompagnamento personale anche spirituale: “Nascono relazioni impensate”, confida don Mario. Alle Olimpiadi non mancano le figure religiose: “A Londra e Pechino le figure religiose impegnate sono state un’infinità. Esiste infatti uno spazio all’interno del Villaggio in cui vengono organizzate varie stanze per le diverse confessioni cristiane e le diverse fedi: si tratta generalmente di un luogo abbastanza marginale rispetto al vissuto del Villaggio, difficile che ci si capiti per caso, bisogna andarci appositamente, e ad animare tali spazi ci sono esponenti delle varie religioni che entrano nel Villaggio al mattino e vi rimangono per la giornata, per poi in serata ritornare negli hotel della zona che li ospitano”. Ma il cappellano azzurro fa molto di più: