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LETTURE/ "Che bello che non siamo eterni": la via dello stupore di Claudio Damiani

venerdì 29 ottobre 2010

Claudio Damiani è tra i poeti italiani di oggi quello che sembra il più leggibile, ma come per tanti altri che l’hanno preceduto nella storia delle nostre lettere, la sua è una facilità difficile. Nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo, vive a Roma dall’infanzia, si è laureato in Lettere,  insegna in una scuola media superiore e collabora a vari periodici, tra i quali Repubblica.

Una lirica tratta dalla raccolta La mia casa, pubblicata nel 1994 parla di una strada ben conosciuta e familiare, che diventa metafora della vita:

Camminare sulla tua via,
o sei tu, sentiero, che cammini dentro di me,
o sei tu la creatura
e io un cammino, una via.
Perché tu, come sei intero,
come sei fatto bene, e formato
in tutte le tue parti.
E quando ti incontro, mi sembri vivo
ché ti fai incontro a me, felice,
o quando ti batte la pioggia, e stai immoto
come le mucche, senza cercare un riparo,
e già chiacchiera l'acqua
e diventi un ruscello.

I versi di Damiani comunicano una positività inconsueta, certo non dettata da un istintivo ottimismo. E’ quanto emerge da un’altra composizione della raccolta, in cui il tempo non è visto come nemico, ma come legame tra gli uomini, le cose e il loro destino:

Che bello che questo tempo
è come tutti gli altri tempi,
che io scrivo poesie
come sempre sono state scritte,
che questa gatta davanti a me si sta lavando
e scorre il suo tempo,
nonostante sia sola, quasi sempre sola nella casa,
pure fa tutte le cose e non dimentica niente
- ora si è sdraiata ad esempio e si guarda intorno -
e scorre il suo tempo.
Che bello che questo tempo, come ogni tempo, finirà,
che bello che non siamo eterni,
che non siamo diversi
da nessun altro che è vissuto e che è morto,
che è entrato nella morte calmo
come su un sentiero che prima sembrava difficile, erto
e poi, invece, era piano.




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