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CREDITO COOPERATIVO/ Italia, Olanda, Francia: pressing Bce per la riforma

Gioco di squadra fra Tesoro, Bankitalia e Federcasse: tutto pronto per il decreto, mentre altri grandi sistemi europei sonno sotto pressione della vigilanza Bce. ANTONIO QUAGLIO 

Alessandro Azzi, presidente Federcasse (Infophoto) Alessandro Azzi, presidente Federcasse (Infophoto)

La ripresa post-estiva porta subito un dossier di primo livello sui tavoli istituzionali e dell’economia-Paese. L’autoriforma del Credito cooperativo è ormai un framework compiuto: dopo le ultime verifiche congiunte fra Tesoro, Banca d’Italia e Federcasse e il voto favorevole - a larghissima maggioranza, a fine luglio - del consiglio della centrale delle Bcc, presieduto da Alessandro Azzi. È virtualmente pronto l’articolato di un decreto del ministero dell’Economia, che sarà poi oggetto di dibattito parlamentare per la conversione. Una volta trasformata legge - prevedibilmente entro fine anno - la nuova regulation tornerà alle autorità creditizie (per i decreti attuativi e le disposizioni di vigilanza) e soprattutto alle Bcc stesse. Queste saranno chiamate a rendere operativi i due cardini congiunti della “riforma concordata”. L’autonomia del Credito cooperativo - che la riforma riconosce e mantiene  - andrà salvaguardata con due momenti evolutivi: l’introduzione di forme di responsabilità reciproca più stretta e articolata fra le singole Bcc e la costruzione di strutture a gruppo.

Il settore - l’unico che la Seconda Direttiva Bancaria Ue ammette come eccezione al modello unico di banca-impresa, società di capitali orientata al profitto, tendenzialmente quotata in Borsa - è sotto pressione riformistica in tutta l’eurozona: soprattutto dopo che, dal novembre 2014, la Bce ha attivato la nuova vigilanza unificata. L’approdo a un new normal che adegui il mutualismo bancario all’exit della grande crisi globale sta impegnando molti sistemi-Paese: i vertici dei movimenti nazionali, i management, i governi e le autorità di vigilanza. Con un obiettivo alla fine omogeneo: ricalibrare gli equilibri fra singolarità di presenza sui territori e nuove esigenze di efficienza e soprattutto di gestione dei rischi imposte sia dai mercati che dall’Unione bancaria. E non importa se vi sono sistemi in cui il superamento della frammentazione emerge come prioritario, mentre in altri sono apparentemente sotto esame modelli più centralizzati. La questione - certamente dal punto di vista della nuova supervisione europea - è unica: quali sono le condizioni di sopravvivenza sostenibile del credito cooperativo nell'eurozona?

Rabobank è la seconda banca olandese, con quote di mecato retail che oscillano fra un quinto e un terzo.  È un polo cooperativo formato da 123 banche locali nei Paesi bassi (dove un abitante su tre risulta socio o cliente), ma è anche una multinazionale: opera con una rete propria anche in California. Le sue dimensioni (670 miliardi di euro di attività totale) hanno favorito nel tempo la creazione di strutture centrali competitive a livello europeo nei diversi segmenti dell’industria bancaria. Con 46 miliardi di “capitale qualificante” Rabo è una delle istituzioni più patrimonializzate dell’eurozona. È un gruppo profittevole e presenta già una  governance compatta.

Un recente incidente di percorso sui mercati (con perdite e sanzioni per pratiche improprie nel trading) ha tuttavia dato a Utrecht la spinta definitiva per aggiustare il suo modello: sotto la moral suasion della Banca d’Olanda.