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ISRAELE/ Elezioni al fotofinish: che faranno la Livni e Netanyahu?

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Passeranno settimane prima che il quadro politico in Israele si definisca, in seguito delle elezioni generali. I dati emersi dalle urne lasciano spazio solo all'incertezza: il seggio di vantaggio che si è assicurato Kadima alla Knesset non è ovviamente sufficiente a governare.

 

Altri dati sono parò altrettanto evidenti: la sinistra israeliana è allo sbando, perde punti e consensi praticamente ovunque nel Paese. E ciò significa che per gli israeliani la questione della sicurezza viene al primo posto e la recente operazione "Piombo Fuso" è stata accolta e giudicata positivamente.

 

Guadagna molti consensi il partito ultra-nazionalista "Israele Casa Nostra", espressione dell'ultima ondata di immigrazione dalla Russia, contrario a qualsiasi negoziato con i palestinesi e fautore di una linea dura in materia di sicurezza. Anche la buona affermazione elettorale del Likud di Bibi Netanyahu è una conferma di questi argomenti.

 

Alla luce dei numeri e dei seggi attribuiti in Parlamento, gli scenari che si aprono sono essenzialmente tre: il primo è quello di un fragile governo di centro destra. Fragile non in termini numerici, bensì sotto il profilo dell'amalgama politico - ideologico. Tzipi Livni si è ormai accreditata come un interlocutore credibile ed autorevole presso la nuova Amministrazione americana e la coabitazione con l'alleato di destra sarebbe quanto meno compromettente.

 

Il secondo scenario è quello di una maggioranza di destra, fatta dal Likud, Israele Casa Nostra e l'ultrareligioso partito Shas. Una soluzione sgradita a Netanyahu, il quale sa che una tale alchimia gli farebbe perdere il pallino della conduzione del gioco politico. Il Likud verrebbe cioè travolto dall'ondata populista e ultraconservatrice degli alleati.

 

Il terzo scenario è quello di una larghissima coalizione, un governo di unità nazionale che va dai laburisti fino allo Shas. Un gabinetto di salute pubblica che avrebbe pochissimi spazi per un compromesso effettivo, e lascerebbe una situazione di stallo permanente.

 

Ed è forse proprio lo stallo l'unica cosa che gli israeliani non vogliono in questo momento; in particolare, rispetto al dossier del nucleare iraniano, l'attenzione è ormai massima. Specie dopo le dichiarazioni di Obama, che ha inteso tendere la mano agli ayatollah, in previsione soprattutto delle prossime elezioni presidenziali a Teheran. Esiste, poi, una quarta possibilità: quella di nuove, immediate elezioni, nella speranza che dalle urne possa uscire un quadro meno frammentato.

 

Ipotesi, questa, non meno preoccupante per l'elettorato, nella misura in cui Israele non è immune dalla crisi economica e finanziaria globale.

 

Occorre un piano di rilancio immediato dell'economia, che solo un governo forte può garantire.

 

Il dato di sintesi che se ne ricava, nel bene e nel male, è la forza della democrazia israeliana, con tutte le difficoltà ed i limiti che derivano dal vivere - e spesso dal lottare per sopravvivere - in un contesto quanto meno ostile.

 

La divisione partitica ed elettorale è quindi lo specchio fedele di un fermento nella società, di un dibattito dai toni anche aspri, ma che si risolve in sintesi civile in quell'esercizio straordinario di democrazia che sono le elezioni.



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