Recensioni Live
lunedì 11 luglio 2011
Il “magic castle”, citando una nota composizione di Jimi Hendrix, è per il mese di luglio il Castello di Vigevano, giusto dietro la straordinaria Piazza Ducale del piccolo comune lombardo alle porte di Milano. Qui si tiene per la seconda volta “Dieci giorni suonati”, finalmente un festival rock a misura d’uomo (le zanzare tigre che infestano la zona non sono a misura d’uomo, ma d’altro canto non sono neanche da addebitarsi all’organizzazione, piuttosto dovrebbe pensarci il comune...), in una cornice architettonica, splendida, tra verde e antichità, stand gastronomici e non distributori automatici di prodotti preconfezionati, un’area che contiene al massimo tremila spettatori, dunque a misura d’uomo. Senz’altro in questa estate 2011 "Dieci Giorni Suonati" (che si concluderà il 24 luglio con il concerto del surfista Jack Johnson) non solo per queste caratteristiche che sono comunque iondamentali per una sana fruizione della musica live, ma anche per il cartellone artistico proposto, si porta via la palma di miglior festival estivo italiano, lasciando indietro eventi come Rock in Idrho ìo il più blasonato Milano Jazzin’ Festival che quest’anno sta richiamando scarso pubblico e artisti ormai agli sgoccioli (un esempio su tutti il Lou Reed che faticava anche a salire sul palcoscenico). A Vigevano invece ci sono state date uniche (il leggendario chitarrista inglese Jeff Beck) o anteprime assolute, la prima volta in Italia dell’americano John Mellencamp. Noi di questo festival abbiamo vissuto due appuntamenti, il 7 luglio con i Black Crowes e il 9 appunto Mellencamp.I Black Crowes tornavano in Italia dopo dieci anni esatti di assenza: con l’ingresso nella band del giovane chitarrista Luther Dickinson (visto con i suoi North Mississippi All Star circa un mese fa al Blue Note di Milano) si sono confermati l’ultima autentica rock band americana. Hanno suonato un’ora e mezza (qualcuno ha storto il naso per la brevità di un set che normalmente arriva anche a tre ore, ma loro si sono giustificati dicendo che era la prima serata dopo sei mesi di interruzione del tour) sciorinando l’essenza di tutto quello che di meglio il rock americano ha prodotto negli ultimi trent’anni, e cioè Grateful Dead (improvvisazione di stampo psichedelico), Allman Brothers Band (radici blues e jazz) e The Band (intrecci vocali di puro stampo folk). Solo undici brani in scaletta, ma alcuni di essi sono andati avanti anche per venti minuti, ad esempio l’incredibile Wister Time autentica jam con intrecci tra pianoforte elettrico e le due chitarre, quella di Dickinson e quella di Rich Robinson, con crescendo e cambi di tempo che hanno fatto balenare quella che deve essere stata la dimensione sonora di una notte in storici locali come il Fillmore East di New York, quando l’improvvisazione sfrenata era l’essenza della musica rock.
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