Liberiamo l’istruzione da quel blocco conservatore che si oppone al merito

I media si rincorrono a raccontare di occupazioni delle scuole superiori e delle Università in tutta Italia che si allargano a macchia d’olio. Quasi un revival del ’68. La realtà però non è esattamente questa

24.10.2008 - Giovanni Cominelli
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Mentre scriviamo, i media si rincorrono a raccontare di occupazioni delle scuole superiori e delle Università in tutta Italia che si allargano a macchia d’olio. Quasi un revival del ’68. La realtà però non è esattamente questa.

Ad oggi, si può parlare di una mobilitazione risicata, almeno nei numeri. Paradossalmente a questa mobilitazione ha fornito una spinta “ideale” l’appello pubblico di Berlusconi al Ministro dell’Interno a rimuovere gli eventuali “picchetti” davanti alle scuole e a dis-occupare le scuole e le Università. La reazione politica è stata immediata. Da tempo la sinistra sindacale e politica, trincerata su posizioni conservatrici riguardo alla scuola e all’Università, stava cercando di trasformare la vicenda dei tagli finanziari in una “questione democratica”.

È un topos della propaganda politica, da Togliatti in avanti. Berlusconi ha fornito un assist notevole a questa manovra. I sondaggi!, si dirà. I quali segnalano che c’è un’opinione pubblica che vuole ritorno alla severità, al rigore, all’efficienza del sistema scolastico e universitario. I sondaggi, ahinoi! stanno alla politica come la coda sta al cane. Spesso la coda dimena il cane! La verità dei fatti dice che abbiamo davanti una generazione giovane imprigionata dentro una società corporativa come la pagliuzza d’erba nel blocco di ghiaccio: strutture econonomico-sociali corporative, welfare obsoleto, mercato del lavoro che privilegia i garantiti, sistema bancario poco trasparente, poteri forti, classi dirigenti immobili, con le sedie inchiodate al pavimento, debito pubblico alle stelle. Già, il debito pubblico: esso è l’autobiografia trentennale fallimentare della classe dirigente e del Paese.

In particolare nella scuola e nell’Università si è formato un blocco storico conservatore, che si oppone con virulenza ad ogni ipotesi di riforma che preveda il merito, la valutazione, il rischio come linee di condotta. Dal 2001 al 2008 i corsi universitari sono passati dai 2.000 al record dei 9.000: l’università cresce su se stessa per moltiplicazione tumorale di corsi e cattedre, all’ombra di un’autonomia irresponsabile e inverificabile. I giovani vivono il disagio e cercano delle risposte. Il blocco conservatore – che coincide quasi tutto con la sinistra all’opposizione – risponde chiedendo più soldi da sprecare e evocando i pericoli per la democrazia.

La parte innovatrice della società e della politica non è finora stata all’altezza delle risposte necessarie. Che sono almeno due: prosciugare (con i tagli intelligenti!) tutti i canali e i rivoli dello spreco, che nei decenni hanno alimentato clientele, corporazioni, “diritti acquisiti”, sacche di corruzione; destatalizzare e de-amministrativizzare il sistema educativo e quello universitario in nome dei percorsi personali, della certificazione rigorosa delle competenze, della valutazione esterna della qualità dell’offerta, abolendo il valore legale del titolo di studio. Ma è importante che Berlusconi dica chiaramente che con la legge approvata dal Consiglio dei Ministri vi saranno i tagli e che la Gelmini parli non di “manutenzione”, ma di riforme radicali. Diversamente, se il messaggio riguarda, alla fine, solo il tema dell’ordine pubblico, nessuna risposta diretta ed efficace viene fornita alle giovani generazioni. Con ciò confermando loro che la politica è un gioco che si svolge sopra la loro testa, per finalità a loro estranee. Il rischio che si profila è il passaggio dal disagio alla rabbia.

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