Appunti per una società aperta. E laica

- Maurizio Lupi

Viviamo nell’era della comunicazione ma, paradossalmente, è proprio una delle parole che usiamo di più ad essere anche una delle più fraintese. Tutti parlano di laicità, ma cos’è veramente la laicità? Tenterò di rispondere prendendo a prestito le parole che il presidente francese Sarkozy ha pronunciato lo scorso 12 settembre, ricevendo all’Eliseo Papa Benedetto XVI

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Viviamo nell’era della comunicazione ma, paradossalmente, è proprio una delle parole che usiamo di più ad essere anche una delle più fraintese. Tutti parlano di laicità, ma cos’è veramente la laicità? Tenterò di rispondere prendendo a prestito le parole che il presidente francese Sarkozy ha pronunciato lo scorso 12 settembre, ricevendo all’Eliseo Papa Benedetto XVI quando – difendendo una nozione di laicità “positiva” – ha detto che «è legittimo per la democrazia e rispettoso della laicità dialogare con le religioni. Queste, e in particolare la religione cristiana, con la quale condividiamo una lunga storia, sono patrimonio di riflessione e di pensiero, non solo su Dio, ma anche sull’uomo, sulla società e persino su quella preoccupazione, oggi centrale, che è la natura e la tutela dell’ambiente. Sarebbe una follia privarcene, sarebbe semplicemente un errore contro la natura e contro il pensiero».

Queste parole ci dimostrano come la laicità non sia solo un problema linguistico. Dietro la comprensione di questo concetto si nasconde l’alternativa secca tra una società aperta al contributo delle religioni e una società basata sull’esclusione. La storia è piena di esempi: basterebbe citare ciò che sta accadendo nel dibattito sulle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Ma se si escludono dal dibattito politico le religioni come portatrici di senso, l’alternativa è il relativismo. Si cede al dubbio, al ripiegamento in se stessi, alla cultura del “ma anche” per cui tutto ha uguale valore.

La politica non può rimanere indifferente davanti a questa sfida. La domanda da cui dobbiamo partire è quindi: cosa dobbiamo fare? Ha qualche fondamento la contrapposizione tra laico e credente? Benedetto XVI, rispondendo a Sarkozy in quell’occasione, ha ricordato che il primo a trovare una giusta soluzione sul problema delle relazioni tra sfera politica e sfera religiosa è stato Gesù Cristo, quando affermò: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Mc 12,17). «È fondamentale infatti, da una parte – ha aggiunto il Papa – insistere sulla distinzione tra l’ambito politico e quello religioso al fine di tutelare sia la libertà religiosa dei cittadini che la responsabilità dello Stato verso di essi e, dall’altra parte, prendere una più chiara coscienza della funzione insostituibile della religione per la formazione delle coscienze e del contributo che essa può apportare, insieme ad altre istanze, alla creazione di un consenso etico di fondo nella società».

La democrazia, che come ha detto don Giussani può essere definita come “esigenza di rapporti esatti, giusti fra persone e gruppi”, è possibile solo in presenza di una consapevolezza di uomo così rispondente alla sua natura, così rispettosa del valore dell’uomo perché è. La possibilità di convivenza, di dialogo e quindi di democrazia, è frutto dell’ideale di uomo che si vive, della presenza di un ideale. Non è sufficiente, infatti, scartare ciò che non è condiviso o divide, poiché questo, di per sé, non è affatto garanzia di democrazia, di dialogo o di costruzione del bene comune.

Nulla di più lontano dalla ricerca di uno Stato etico, ma al contrario la ricerca, nel confronto tra identità e tradizioni religiose diverse, di risposte concrete ai bisogni dei cittadini. È possibile questo? Io dico di sì, ma non in astratto. Ci sono esempi di come questo sia possibile: penso alla legge 40, alla sussidiarietà – difesa dalla dottrina sociale della Chiesa come dalla Costituzione -, al dibattito sul testamento biologico, alle carceri, dove più che altrove si gioca un’idea di giustizia rispettosa dell’uomo. Si tratta di battaglie in cui cattolici e non si sono confrontati, anche duramente, ognuno partendo dalle proprie posizioni per cercare di trovare un compromesso positivo che salvaguardasse quei valori non negoziabili che sono patrimonio di tutta l’umanità.

Non si tratta, quindi, di ragionare sull’opportunità o meno di dar vita a un partito dei cattolici e neppure di costituire un fronte cattolico all’interno del Parlamento. Come ha recentemente auspicato il Santo Padre, «il nostro paese non ha bisogno di scontri, né di battaglie di religione, ha bisogno di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile». È questa, mi pare, la laicità di cui la nostra vita pubblica non può più fare a meno.

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