Scuola: buoni propositi per il 2009

- La Redazione

Ecco il dibattito che da queste colonne vogliamo lanciare per il 2009: valorizzazione della libera competizione tra le esperienze educative delle scuole (veramente) autonome e paritarie; valorizzazione dell’educazione al lavoro, con pari dignità rispetto a quella liceale, e da organizzare su base regionale

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Immagine d'archivio

Va da sé che a fine anno venga spontaneo fare dei bilanci. Potrà sembrare una ritualità, ma nella maggior parte dei casi non lo è. Voltarsi indietro, raccogliere le idee su quanto è successo, avere lo sguardo un po’ distaccato che permette una valutazione attenta di quanto accaduto: sono buoni propositi, nell’accezione migliore del termine, che permettono di fare chiarezza su molte cose. Certamente utile, ad esempio, è applicare questo esercizio ad alcuni dei fattori più rilevanti della vita di un Paese, e della società che lo anima.

L’educazione è uno di questi fattori; anzi, è con tutta certezza il più importante, sebbene molti non lo sappiano o fingano di non saperlo. Che cosa leggiamo al capitolo “educazione” del 2008? Quali sono stati gli eventi più significativi? Il nostro Paese ha fatto passi avanti o passi indietro?

Fermo restando che chiunque sia impegnato sul versante educazione risponderà personalmente a queste domande attingendo alla propria particolare esperienza, qualche risposta a livello generale, che riguardi cioè l’intero Paese, la si può dare. Quello che abbiamo visto lo si può riordinare sotto tre categorie: le politiche scolastiche del nuovo governo; le prese di posizione del mondo della scuola; il dibattito culturale intorno a questo tema.

Il governo ha fatto sostanzialmente quattro cose: ha varato un decreto contenente norme relative soprattutto alla scuola primaria, abolendo l’impostazione dei tre insegnanti su due classi come previsto dalla riforma del 1990 e introducendo una formula riassumibile nell’espressione “maestro prevalente”; ha gettato le linee generali di un piano di riordino della scuola superiore, la cui applicazione slitterà però ad autunno 2010, aprendo un anno di dibattito che permetta di definire meglio le caratteristiche di questo riordino; ha prima annunciato una riduzione dei finanziamenti alle scuole paritarie di circa 134 milioni di euro, ritornando poi parzialmente sui propri passi e approvando un emendamento alla Finanziaria che “restituisce” 120 milioni, che dovrebbero andare interamente alle paritarie (il taglio perciò si riduce all’entità di 14 milioni circa); ha emanato un decreto sull’università, che detta norme urgenti sullo svolgimento dei concorsi e calibra, differenziandoli, i tagli agli atenei previsti dalla manovra economica triennale, rinviando alle linee guida la definizione di un progetto più ampio riguardante il mondo accademico nel suo complesso.

Come la scuola abbia reagito a tutto questo è difficile dirlo. Troppo spesso pensiamo infatti che tale reazione sia misurabile con il termometro della protesta; ma chi lavora dentro la scuola sa che in questo modo si farebbero solo delle grandi semplificazioni. Diciamo però che ancora una volta ciò che ha fatto notizia è stata la protesta del blocco sindacale. Chi ha espresso posizioni diverse e più articolate non è ancora in grado di guadagnarsi una visibilità pubblica assimilabile a quella di chi scende in piazza. Constatazione amara, ma inevitabile.

Il dibattito culturale introno al tema educazione, infine, è stato ancora una volta un dibattito “di rimbalzo”. Come già detto, i media hanno dato grandissimo spazio alle proteste del fronte sindacale, discutendo le ragioni e i torti. Ma questo, a ben guardare, non è un vero dibattito culturale, perché si limita ad argomentare problemi contingenti senza un vero sguardo di prospettiva: abbiamo ad esempio sprecato fiumi di parole sul maestro unico e siamo certi che tutto questo non avrà alcun seguito. Tant’è che già adesso sui giornali non se ne parla più: un po’ di mesi di accanito pro e contro, e poi più nulla.

Una nuova occasione viene data ora dal problema del riordino delle superiori. Il ministro assicura che il rinvio si giustifica per dare l’occasione di aprire un ampio dibattito intorno a questo tema. Questo giornale, pur manifestando perplessità sulle ragioni e le modalità del rinvio, ha preso sul serio l’invito. Innanzitutto ricordando che abbiamo alle spalle una riforma Moratti, di cui vorremmo capire la sorte, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto della valorizzazione dell’istruzione e formazione professionale. Poi rilanciando con forza il tema della parità scolastica: non in termini di restituzione di quei pochi fondi previsti in finanziaria (che pure sono indispensabili e andrebbero non solo garantiti ma aumentati); ma ancor più in termini di rilancio generale del sistema. Può la nostra scuola dipendere ancora da un riordino generale stabilito dal centro? Possiamo permetterci ancora, alle soglie del 2009, di essere l’unico tra i paesi sviluppati a concepire l’istruzione come un’elargizione dello Stato centrale?

La risposta è no, non possiamo. Eppure il bilancio dell’anno appena trascorso ci fa concludere che questo è ancora il livello cui siamo fermi. Ecco perché il dibattito che da queste colonne lanciamo vuole proprio essere un’inversione di tendenza: valorizzazione della libera competizione tra le esperienze educative delle scuole (veramente) autonome e paritarie; valorizzazione dell’educazione al lavoro, con pari dignità rispetto a quella liceale, e da organizzare su base regionale. Due importanti scossoni alla scuola centralista e gentiliana. Chi vive la scuola dall’interno è invitato ad alimentare questo dibattito, perché sia chiaro a tutti che c’è chi vive la sfida educativa con un’energia che merita di essere posta al centro del dibattito pubblico. La passione educativa non può essere ridotta a un sistema; ma si può fare in modo che il sistema sia concepito non per umiliare (come ora spesso accade), ma per liberare e valorizzare tale passione.

Chi ci sta ad affrontare la questione a questo livello ci segua.

(Rossano Salini)

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