Un’idea fuori mercato

- Paolo Sciumè

Erogare beni o servizi pubblici non è solo una questione di volontarietà come scelta, ma di doverosità, quando, soprattutto nel caso di beni o di servizi pubblici essenziali, la nostra civiltà ne ritiene indispensabile l’esistenza

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Chiunque voglia produrre alcunché, beni, servizi o altro, necessariamente, si trova di fronte all’esito che vuole raggiungere e al modo con cui perseguire l’esito. L’esito, cioè il bene che si vuole vendere, i servizi che si intendono dare, il prodotto che si intende distribuire, e il modo per perseguire l’esito cioè il meccanismo produttivo che si vuole porre in essere per produrre i beni e/o i servizi.

Nel caso di beni o servizi pubblici non è solo una questione di volontarietà come scelta, ma di doverosità, quando, soprattutto nel caso di beni o di servizi pubblici essenziali, la nostra civiltà ne ritiene indispensabile l’esistenza, siano essi forniti, direttamente, dalle organizzazioni di persone secondo meccanismi di cittadinanza da essi stessi reperiti e compatibili con le norme costituzionali, ovvero, in assenza di questi, indirettamente, dall’organizzazione statale. E’ quindi evidente che il rapporto fra modalità di produzione ed esito è fondamentale. In verità la non neutralità dell’esito già è un fatto che di per sé costringe a riflettere in termini di valutazione di quanto, beni e/o servizi, si offre alle persone e al “mercato”, qualunque esso sia. Si pensi alla longevità degli anziani o di certe persone colpite da handicap gravi quando le persone così afflitte sono accolte e accompagnate da persone che hanno con loro un rapporto affettivo, e l’esito è il rapporto e la longevità la conseguenza di tale esito. Dire che il rapporto è l’esito è realmente rivoluzionario, ma questo potrà essere oggetto di altra riflessione. Qui interessa provare a mettere a fuoco il rapporto tra processo produttivo ed esito. Tale rapporto è l’oggetto di molta normativa statale tutta volta a condizionare il processo produttivo in modo che – si ritiene – garantendo (anzi imponendo) il processo produttivo, si garantisce l’esito. Niente di più falso.

Si pensi agli appalti per le opere pubbliche ed al relativo codice in cui l’estrema analiticità delle norme di processo con cui si inducono obblighi e comportamenti hanno favorito l’elefantiasi degli uffici legali delle grandi imprese in modo da “coprire” la forma richiesta dalla norma in funzione degli interessi dell’impresa. Imprese che poi, nelle costruzioni delle opere, mediamente sviluppano esiti non adeguati (ospedale di Agrigento, autostrada Siracusa-Gela per citare due casi recenti in Italia). Ma si potrebbe riflettere anche sul formalismo procedurale delle norme relative ai controlli delle società quotate e alla pluralità degli enti preposti al controllo che spesso si riduce – anche in tal caso – a un governo del processo (compliance) con qualche isolata eccezione soprattutto in tema di vigilanza bancaria. Peraltro il privilegio dato al processo produttivo, direi addirittura assolutizzato, si ritrova nella cultura legislativa del dopo ’68 con la riforma cosiddetta Visentini del diritto tributario tutta basata sul controllo formale della procedura di produzione del reddito. Come è noto, tale complesso di norme si è rivelato e si rivela un megagalattico colabrodo – 7 condoni in 20 anni dal ’73 in poi – e l’attuale incapacità a far sì che tutti paghino le imposte, deriva anche dal sistema schizofrenico introdotto da quella riforma: rispetto formale, evasione sostanziale). In presenza, oltretutto, di politiche assistenziali dissennate capaci solo di accentuare la pressione tributaria. Ma torniamo al rapporto tra processo ed esito.

Ci interessa verificare ora se l’estrema analiticità delle modalità con cui la legge indica come debbano essere prodotti i servizi, norme tutte relative alla legittimità dell’operare e, quindi, alla possibilità di concorrere ai benefici economici da parte di chi intende erogare servizi nel settore della cultura, dell’istruzione, della sanità e dell’assistenza, sia garanzia di un esito efficace, cioè in grado di concorrere ormai a livello mondiale con altri sistemi di erogazione di tali beni meritori.

Nel nostro paese il sistema scolastico e la qualità del prodotto del suo percorso sia esso gestito dallo stato o da enti privati ha esito di qualità in grado di concorrere con i migliori sistemi a livello europeo? Genera una persona formata in modo adeguato per entrare nella realtà lavorativa? No, è evidenza sotto gli occhi di tutti, ma il dato è confermato dalle classifiche pubblicate recentemente e relative alla nostra scuola media e alle nostre università che documentano il livello inferiore del nostro rispetto a molti altri sistemi di istruzione. Ma le norme impongono barriere insuperabili per la tutela del personale docente (abilitazioni e titoli, stabilità del lavoro etc.) e l’imprenditore di una scuola, figura che – tra l’altro – nel sistema scolastico statale non esiste e, quindi non vi è responsabilità – se vuole accedere a finanziamenti dello stato deve stare a parametri formali che limitano la sua libertà di impresa.

Così nella sanità e nell’assistenza: un rilevantissimo numero di norme tutela i processi di assunzione e di gestione del personale scissi dal rapporto con coloro cui i servizi sono destinati. La necessità di standard produttivi – locali, bagni, personale addetto – vincolano l’assistenza in termini di costi fissi così come i contributi sono fissi e non correlati a tali “standard” e costituiscono il quadro di riferimento tra l’esercizio delle attività, le autorizzazioni e i contributi. Parole come valore, valutazione, certificazione del risultato sono estranee al quadro normativo attuale. Dove nasce questa cultura normativa per cui vi è un eccesso di “standards” di produzione e un minimo livello di standards di esito? L’egemonia statale è incapace di controllare l’esito del processo produttivo, di certificare non solo l’efficienza ma anche l’efficacia dei servizi. Per questo impone l’egemonia statale, la modalità di processo, non fidandosi della libertà di impresa e non essendo capace di controllare i risultati. Lo Stato non può essere egemone, è un servitore. Il sistema degli standards di produzione in definitiva protegge – forse – il personale impegnato a scapito dei risultati con predominanza di cultura sindacale. È ora di cambiare. Una cultura diversa nel paese esiste e le organizzazioni non profit possono testimoniarlo

(Per gentile concessione della Rivista Non Profit)

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