La legge del cuore

- Alberto Savorana

Il titolo del Meeting di quest’anno suona come una provocazione al contesto culturale e sociale nel quale siamo immersi

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Il Meeting 2009 ha dato corpo al titolo che era stato scelto per la XXX edizione: «La conoscenza è sempre un avvenimento». In quasi 800.000 hanno partecipato a un fatto che è stata l’occasione per vedere che la conoscenza nasce sempre da un incontro. E per mostrare che la sicurezza della propria identità – generata dalla fede – amplifica il desiderio di aprirsi al mondo. Più siamo noi stessi e più siamo interessati agli altri: per questo personalità del mondo religioso, culturale, sociale, economico e politico sono venute a Rimini e si sono trovate bene.

 

Ma proprio questo ha fatto storcere il naso a chi non si spiega come mai «il pubblico del Meeting applaude tutti: Tremonti e Draghi, Tony Blair e Bersani, Passera e Tronchetti Provera, il diavolo e l’acqua santa e naturalmente Andreotti». Secondo un pensiero largamente diffuso, infatti, chi crede è per sua natura fattore di chiusura e di divisione. E invece «chi varca quei cancelli si “include”» (E. Scalfari, la Repubblica, 30 agosto 2009).

In continuità con l’edizione precedente, il Meeting 2010 intende guardare in faccia la natura dell’uomo – che la Bibbia chiama “cuore”, sintesi di ragione e affettività -. Questo è il senso del titolo: «Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore». La frase è parte della risposta di don Giussani a una giovane che gli aveva confessato il dubbio che fosse tutta un’illusione desiderare cose grandi.

La sua risposta continuava così: «Quindi seguilo. Cosa vuol dire seguirlo? Vuol dire paragonare tutti gli incontri che fai con quello che il tuo cuore ti dice e, quando corrispondono, seguirli. Così, andando avanti non solo non avrai la paura che sia un’illusione, ma capirai che in effetti non è un’illusione. Che sia un’illusione, infatti, è un preconcetto, un sospetto».

Per questo il titolo suona come una provocazione al contesto culturale e sociale nel quale siamo immersi: l’epoca della post-modernità, infatti, tende a negare questa struttura originale, riducendo l’uomo a fenomeno biologico; e anche quando parla di “ragione”, la identifica con una sovrastruttura totalmente definita dall’elemento biologico.

Il primo fattore dell’umana esperienza a essere sacrificato sull’altare di questo “a priori” è il desiderio – la scintilla che accende il motore umano nel rapporto con la realtà -; di conseguenza la libertà viene espulsa: se, infatti, l’uomo è determinato dai suoi antecedenti chimico-biologici, sociologici e psicologici, ogni atto è ultimamente condizionato da un destino cieco.

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A una intelligenza così ridotta manca quello che Pasternak, nel suo Dottor Zivago, chiama «il dono del fortuito, la forza che, con scoperte improvvise, viola la sterile armonia del prevedibile». Solo questo accadere imprevisto può sfidare la ragione e mettere in moto la libertà.

 

Ciò che un tempo era evidente oggi non è affatto scontato: esiste veramente una universalità dell’umano? C’è qualcosa di oggettivo nella soggettività di ciascuno di noi? Si può parlare di una “esperienza elementare” comune a tutti gli uomini, qualunque sia la loro razza, storia e cultura?

Su questo si gioca una battaglia culturale senza precedenti.

 

Basterebbe un’osservazione attenta e leale di se stessi per rendersi conto che abbiamo un desiderio infinito. Questa è la statura del cuore umano. Il grande Leopardi la identifica con «desiderii infiniti, visioni altere, pensieri immensi» e la descrive con questi versi: «Misterio eterno dell’esser nostro. […] Natura umana, or come,se frale in tutto e vile, se polve ed ombra sei, tant’alto senti?». E l’Ulisse dantesco la riconduce a questo appello: «Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».

 

Il Meeting intende documentare che questa natura originale del cuore esiste ed è l’unica risorsa per resistere a qualunque attacco all’umanità di ciascuno. Lo farà innanzitutto attraverso l’intervento di don Stefano Alberto, docente di Introduzione alla teologia nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dedicato proprio al titolo del Meeting, la conferenza del cardinale Scola e l’eccezionale dialogo tra il metropolita Filaret e il cardinale Erdo. E poi cercherà di mostrarlo facendo incontrare persone il cui “io” non è ridotto e che per questo sono la testimonianza di un soggetto nuovo che vive la realtà di tutti con uno sguardo positivo e costruttivo.

 

Il nuovo libro delle Equipe degli universitari di Comunione e Liberazione, che verrà presentato il 28 agosto a conclusione del Meeting, già dal titolo rivela il nesso col contenuto della settimana riminese: L’io rinasce in un incontro.

 

Giussani vi afferma, infatti, che «è duro essere umani oggi […] perché il potere ha alterato la semplicità della natura, l’ingenuità originale. […] Per questo occorre la povertà del cuore o la povertà dello spirito: l’affermazione indomita dei desideri che ci costituiscono originalmente (l’esigenza della verità, della felicità, della giustizia e dell’amore)».

 

Attraverso una molteplicità di eventi – conferenze, mostre e spettacoli -, il Meeting 2010 vuole mostrare la pertinenza della proposta cristiana alla situazione dell’uomo contemporaneo, cioè di ciascuno di noi: «La persona ritrova se stessa in un incontro vivo, vale a dire in una presenza in cui si imbatte e che sprigiona un’attrattiva, […] vale a dire provoca al fatto che il cuore nostro, con quello di cui è costituito, con le esigenze che lo costituiscono, c’è, esiste. Quella presenza ti dice: “Esiste quello di cui è fatto il tuo cuore; vedi, per esempio, in me esiste”».

 

(Anticipazione tratta dal Catalogo del Meeting 2010)


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