Come uscire dal bunker

- Stefano Alberto

Un dialogo con il professore buddista Shodo Habukawa e il cardinale Julien Ries sulla natura dell’uomo sulla scorta del pensiero di monsignor Luigi Giussani. STEFANO ALBERTO

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Il cardinale Julien Ries (Infophoto)

“L’uomo diventa religioso per contatto con un evento che gli mostra la trascendenza”. “Ogni uomo è destinato a diventare religioso, ma molti non hanno trovato il cammino”. Questi due giudizi, tratti da una recente intervista all’Osservatore Romano del grande studioso dell’antropologia religiosa, il cardinal Julien Ries, ci introducono al cuore dell’incontro dedicato all’Homo religiosus al Meeting di Rimini. Insieme al card. Ries interverrà un altro grande amico di don Luigi Giussani e del Meeting, il professor Shodo Habukawa del monastero buddista del Koyasan in Giappone. La questione che il Meeting vuole affrontare con i due grandi studiosi non è appena una riflessione sulla struttura originale del senso religioso, caratteristica evidente di ogni uomo in ogni tempo, ma sulla paradossale e drammatica difficoltà contemporanea, diffusa soprattutto in Occidente, a riconoscere e a vivere l’avventura del proprio essere uomini secondo questa apertura originale ad Altro da sé.

L’uomo rinchiuso nel bunker della ragione positivista, misura di tutte le cose, per usare l’efficace immagine di Benedetto XVI nel discorso al Bundestag dello scorso settembre, fa fatica ad accorgersi di questa sua dipendenza e apertura all’infinito. Non necessariamente l’uomo a-religioso è apertamente contro Dio, piuttosto gli è indifferente, anzi, come genialmente osservò papa Ratzinger ancora a Berlino, nel suo mondo “autocostruito”, attinge in segreto ugualmente alle risorse di Dio per illudersi di trasformarle in prodotti suoi. Ecco dunque la vera urgenza: “tornare a spalancare le finestre, …vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto” (Discorso al Bundestag 22/9/2011)”. Tutto ciò può accadere non per un discorso o per una esortazione morale, ma per quell’“imprevedibile istante” in cui, per riprendere il card. Ries, l’uomo improvvisamente entra in “contatto con un evento che gli mostra la trascendenza”. Può essere uno spettacolo della natura, la bellezza di un volto, la curiosità di una umanità percepita come diversa e affascinante.

Don Giussani ci ha sempre ricordato, nel capitolo decimo del Senso religioso, che “la religiosità è innanzitutto l’affermarsi e lo svilupparsi dell’attrattiva. C’è una evidenza prima e uno stupore del quale è carico l’atteggiamento del vero ricercatore: la meraviglia della presenza mi attira, ecco come scatta in me la ricerca”. Non a caso il grande studioso buddista Habukawa ha riscontrato il punto di contatto tra l’insegnamento del fondatore del buddismo Shingon Kobo-daishi e don Giussani nell’apertura del cuore a tutto ciò che esiste nell’universo e “nell’osservare tutte le cose nella vita quotidiana con massima e precisa attenzione”. Questa apertura del cuore a tutte le cose, insiste il prof. Habukawa “significa rendersi conto che io coesisto con l’universo che dà vita e tiene in vita tutti gli esseri viventi. Quando uno inizia a percepire questo punto può crescere il senso della tenerezza e della misericordia verso tutto ciò che esiste” (Habukawa).

In questa drammatica alternativa tra chiusura della ragione in un mondo “autocostruito” e l’apertura del cuore alla totalità del reale, fino al riconoscimento del proprio rapporto costitutivo col Mistero, sta non solo la possibilità di relazioni vere e fruttuose, non presuntuose di menzogna, o peggio di sopraffazione, tra uomini di differenti religioni e culture, ma, secondo l’intuizione genialmente radicale di Giussani contenuta nel capitolo ottavo del Senso religioso, il fondamento ultimo della dignità e della libertà di ogni uomo: “In un solo caso questo punto, che è l’uomo singolo, è libero da tutto il mondo, è libero, e tutto il mondo non può costringerlo, e l’universo intero non può costringerlo; in un solo caso questa immagine di uomo libero è spiegabile: se si suppone che quel punto non sia totalmente costituito dalla biologia di suo padre e di sua madre, ma possegga qualcosa che non derivi dalla tradizione biologica dei suoi antecedenti meccanici, ma che sia diretto rapporto con l’infinito, diretto rapporto con l’origine di tutto il flusso del mondo”.

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