La donna e il potere

- Antonio Anastasio

La società di oggi mette in competizione l’uomo e la donna in una logica di successo e potere. Cosa si può opporre, si domanda ANTONIO ANASTASIO, ad una tale concezione dell’essere umano?

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Tiziano Vecellio, Assunta (1516-18, particolare) (Immagine dal web)

«Mi occuperò delle donne». Questa dichiarazione programmatica, che ha caratterizzato la politica sociale del governo socialista di Rodriguez Zapatero, segnava l’inizio di una stagione culturale i cui effetti si notano drammaticamente anche oggi in Spagna, mia terra di missione.

Ma cosa vuol dire occuparsi delle donne? Per l’ideologia radicale tuttora dominante, vuol dire  mettere in continua contrapposizione e competizione l’uomo e la donna, per dare alla donna tutto ciò che l’uomo ha e che a lei manca. In realtà, si guarda all’uomo secondo una logica riduttiva, una logica di successo e di potere, e di conseguenza si chiede anche per la donna un’affermazione secondo la stessa logica. L’uomo che ha potere può vivere con maggiore autonomia, può fare meglio ciò che gli pare e piace.

In questa visione della vita, la comodità e la tranquillità determinano la morale. Non importa poi se un uomo così concepito deve censurare ogni giorno qualcosa di sé. Una simile concezione tenta di eliminare il desiderio di felicità che c’è nel cuore di ognuno perché non può non riconoscervi un punto dove il proprio potere è impotente. Desiderare la felicità, infatti, è un fastidio ineliminabile a meno di incontrarla. Proprio questa assuefazione borghese del vivere è il contenuto della promessa che l’ideologia moderna fa alla donna: essere come l’uomo per godere dei suoi diritti, della sua libertà, del suo potere, ma anche per soffrire del vuoto, della noia e della tristezza di una vita senza senso.

Questa logica riduttiva può insinuarsi anche nella Chiesa: ad esempio, “appiattendo” la ricchezza del contributo femminile al dibattito sul sacerdozio alle donne. Questa mancanza di approfondimento vero del contributo della donna nella Chiesa ha delle conseguenze concrete: molte congregazioni religiose di vita attiva femminili in Spagna patiscono una crisi di vocazioni e sono soggette a un invecchiamento inarrestabile. Solo alcuni monasteri di clausura continuano ad attirare vocazioni e a rinnovarsi. È la radicalità che attira: ciò che è affascinante nella Chiesa è proprio la pretesa del suo Signore di essere Signore di tutta la vita per poter rendere nuove e più umane tutte le cose.

Cosa si può opporre a questa logica di potere? Quello che Gesù ci ha insegnato: la carità, il servizio all’unità e alla comunione. La Madonna, dopo la resurrezione e ascensione al cielo di suo Figlio, rimane sulla terra per un certo tempo. Gli apostoli e i discepoli guardano con conforto alla sua presenza. Ella custodisce l’unità della Chiesa nascente; la sua stessa presenza conferma la comunione vissuta dai discepoli. Il cuore della vergine Maria è in cielo con suo Figlio, ma i suoi piedi corrono e le sue mani costruiscono qui sulla terra. Non è forse questo il dono più importante che ogni donna può dare alla Chiesa? In una famiglia la madre, amando l’autorità del marito, genera quell’unità familiare che rende possibile l’educazione: in un luogo d’amore tutto diventa insegnamento. Senza questo dono, l’autorità si allontana dalla possibilità di educare i piccoli e i giovani, perché, non potendo introdurli in un clima d’affetto e accoglienza, non può nemmeno guidarli verso la verità di se stessi.

Oggi più che mai nella Chiesa c’è bisogno di donne che sappiano vivere il loro amore a Gesù nella costruzione quotidiana di un luogo di comunione, un luogo dove tutti possano vivere la presenza del Signore che accoglie, conduce, guida e corregge.

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